Adeguamenti retributivi, ricorsi e arretrati riaccendono la polemica. I cittadini chiedono: «Chi controlla i controllori?». La nostra testata difende l’indipendenza della magistratura, ma indipendenza non può significare immunità dalle critiche
ROMA — C’è qualcosa che, visto con gli occhi di un normale cittadino, rischia inevitabilmente di apparire paradossale.
Lo Stato determina l’adeguamento delle retribuzioni dei magistrati.
I magistrati contestano il calcolo.
La controversia arriva davanti alla giustizia amministrativa.
A decidere sono altri magistrati.
E alla fine il conto, quando dovuto, viene pagato dallo Stato.
Cioè dai contribuenti.
È una rappresentazione volutamente provocatoria e certamente semplificata di una questione giuridicamente assai più complessa. Ma è esattamente qui che nasce il malessere che molti cittadini manifestano.
COSA È SUCCESSO DAVVERO
Occorre innanzitutto distinguere i fatti dalle polemiche.
Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 6004 del 9 luglio 2025, ha ritenuto illegittima la determinazione contenuta nel DPCM del 6 agosto 2021 relativa all’adeguamento triennale degli stipendi e delle indennità del personale di magistratura per il periodo 2018-2020.
Non perché i magistrati avessero semplicemente deciso di “aumentarsi lo stipendio”, ma perché, secondo il Consiglio di Stato, il calcolo governativo non aveva considerato correttamente tutti gli elementi necessari e aveva utilizzato una media ponderata invece della prescritta media aritmetica.
La conseguenza è stata l’obbligo di rifare i conteggi.
Il coefficiente, secondo quanto successivamente riportato, è passato dal 4,85% al 6,22%.
Ed è qui che la questione tecnica diventa inevitabilmente politica e sociale.
IL CONTO POTREBBE ESSERE MOLTO PESANTE
Secondo diverse ricostruzioni pubblicate nelle ultime settimane, l’impatto della rideterminazione per il primo periodo interessato sarebbe nell’ordine di circa 200 milioni di euro, con una media indicativa di circa 16 mila euro per magistrato.
Sono inoltre in discussione gli effetti sui periodi successivi e alcune stime giornalistiche ipotizzano un impatto complessivo assai superiore qualora analoghi criteri dovessero propagarsi agli ulteriori trienni. Sono, però, cifre che devono essere trattate come stime e scenari, non come un miliardo di euro già definitivamente dovuto.
«E NOI?»: LA DOMANDA CHE ARRIVA DAI CITTADINI
Ed eccoci alla parte che forse interessa maggiormente gli utenti della giustizia.
Il pensionato che aspetta anni per una causa.
L’imprenditore che attende una sentenza mentre la propria azienda rischia di chiudere.
Il padre o la madre di famiglia che entra in un tribunale e incontra rinvii, carenze di personale e procedimenti interminabili.
Il dipendente pubblico che aspetta per anni il rinnovo del contratto.
Tutti costoro potrebbero legittimamente domandare:
«Per noi chi presenta il ricorso?»
E soprattutto:
«Quando un cittadino aspetta anni per ottenere giustizia, chi gli riconosce automaticamente gli arretrati del tempo perduto?»
È una domanda provocatoria.
Ma è una domanda politica e sociale che non può essere censurata.
PERSINO DAL PUBBLICO IMPIEGO ARRIVANO CRITICHE
La questione non è soltanto materia da editorialisti.
Confintesa Funzione Pubblica ha recentemente contestato quella che considera una disparità fra il sistema di adeguamento previsto per alcune categorie non contrattualizzate e quello applicato alla generalità dei dipendenti pubblici.
Lo stesso sindacato riconosce che l’indipendenza economica della magistratura costituisce una garanzia fondamentale, ma pone una questione di equità rispetto a lavoratori pubblici che non dispongono dello stesso automatismo retributivo.
Ed è proprio questa la discussione che vorremmo aprire.
UNA MAGISTRATURA BEN RETRIBUITA È UNA GARANZIA, NON UNO SCANDALO
La nostra testata lo dice senza ambiguità:
un magistrato deve essere adeguatamente retribuito.
Deve essere economicamente indipendente.
Deve poter decidere senza temere il Governo, la politica, gli imprenditori, i potentati economici o qualsiasi altro centro di potere.
Non è un privilegio.
È una garanzia per tutti noi.
La stessa giurisprudenza costituzionale collega la disciplina economica dei magistrati alla tutela della loro autonomia e indipendenza.
Ma proprio perché riconosciamo questa funzione essenziale, possiamo permetterci di porre una seconda domanda:
esiste un limite oltre il quale la garanzia economica rischia di essere percepita dal cittadino come privilegio?
STIPENDI, INCARICHI E TRASPARENZA: APRIAMO LE FINESTRE
C’è poi un altro argomento che meriterebbe un’inchiesta separata.
Non lo affrontiamo con insinuazioni, ma con una proposta molto concreta.
Rendiamo facilmente consultabili dai cittadini gli incarichi extragiudiziari autorizzati ai magistrati, i relativi compensi e i criteri con cui vengono concessi.
Dove queste informazioni sono già pubbliche, rendiamole davvero accessibili e comprensibili.
Quanti incarichi esterni vengono autorizzati?
Per quali attività?
Con quali compensi?
Quanto tempo richiedono?
Esistono concentrazioni particolari di incarichi?
E soprattutto: quali strumenti garantiscono che tali attività non interferiscano mai con l’esercizio della funzione giudiziaria?
Queste non sono accuse.
Sono domande di trasparenza.
L’IMMAGINE DELL’“AVVOLTOIO” CHE CIRCOLA TRA I CITTADINI
Nei commenti più esasperati si utilizzano parole durissime.
C’è chi parla di una classe dirigente che assomiglierebbe a degli “avvoltoi” attorno alle risorse pubbliche, pronta a rivendicare ogni euro disponibile mentre al cittadino vengono chiesti continuamente sacrifici.
È un’immagine brutale.
Non è la posizione della nostra testata e non può essere estesa indiscriminatamente alla magistratura.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che questo sentimento non esista.
Per anni espressioni simili sono state utilizzate contro politici, amministratori, manager pubblici e gruppi di potere.
Quando oggi alcuni cittadini le utilizzano anche nei confronti di settori della magistratura, il problema non si risolve insultando quei cittadini.
Bisogna chiedersi perché una parte della popolazione abbia maturato una percezione tanto negativa.
IL VERO PROBLEMA È LA FIDUCIA
Una democrazia può sopportare una sentenza impopolare.
Può sopportare magistrati molto ben pagati.
Può sopportare perfino privilegi apparenti, quando esiste una solida ragione costituzionale che li giustifica.
Ciò che una democrazia sopporta molto più difficilmente è la perdita della fiducia nell’imparzialità delle proprie istituzioni.
Per questo la risposta non può essere diminuire l’indipendenza dei magistrati.
Deve essere aumentare la trasparenza.
Pubblicazione comprensibile delle retribuzioni.
Trasparenza sugli incarichi ulteriori.
Trasparenza sui compensi.
Regole rigorose sui conflitti d’interesse.
Controlli effettivi.
E soprattutto la capacità della magistratura stessa di accettare la critica pubblica senza considerarla automaticamente un’aggressione alla propria indipendenza.
NOI STIAMO DALLA PARTE DEI MAGISTRATI. MA NON DEI PRIVILEGI
Questa testata continuerà a stare dalla parte dei magistrati che ogni giorno lavorano seriamente, spesso in condizioni difficili, combattendo criminalità organizzata, corruzione e illegalità.
Siamo dalla parte del magistrato indipendente.
Siamo dalla parte del magistrato che non guarda in faccia né il potente né il povero.
Siamo dalla parte di chi considera la toga un servizio allo Stato e non uno status sociale.
Proprio per questo rivendichiamo il diritto di raccontare anche le opinioni contrarie.
Difendere la magistratura non significa trasformarla in un’istituzione intoccabile.
Anzi.
Una magistratura veramente forte non dovrebbe avere paura delle domande.
E ALLORA FACCIAMOLA, QUESTA OPERAZIONE TRASPARENZA
La proposta della nostra redazione è semplice.
Si renda possibile conoscere, attraverso dati pubblici facilmente consultabili, quanto costa complessivamente la magistratura italiana, come funzionano gli adeguamenti retributivi, quali incarichi ulteriori vengono autorizzati, quali compensi producono e quali controlli vengono effettuati.
Non per mettere alla gogna qualcuno.
Ma per ricostruire fiducia.
Perché il cittadino che entra in tribunale deve poter pensare:
«Quella persona è pagata adeguatamente proprio perché deve essere libera da qualsiasi condizionamento».
Non:
«Possibile che quando si tratta dei miei diritti devo aspettare anni, mentre quando si parla di soldi il sistema riesca improvvisamente a correre?»
È una domanda scomoda.
Ma il giornalismo serve anche a questo.
E se davvero vogliamo difendere l’indipendenza della magistratura, dobbiamo ricordare una cosa ancora più importante:
l’indipendenza acquista forza con la trasparenza, non con il silenzio.
