Abbiamo assistito qualche giorno fa ad una insolita rappresentazione teatrale “Ildegarda dramma poetico in soglie e visioni” di cui si è data ampia informazione su questo giornale (https://www.metroct.it/2026/01/09/ildegarda-di-bingen-a-teatro-quando-la-scena-diventa-luogo-di-rivelazione/) incentrata sulla figura di Ildegarda di Bingen, la mistica tedesca profetessa, guaritrice, erborista, naturalista, cosmologa, gemmologa, filosofa, teologa, artista, poetessa, drammaturga, musicista, linguista, consigliera politica nonché beata (1324) e Santa (2012) e Dottore della Chiesa per mano di Benedetto XVI (2012).
Nata nel 1098 e morta nel 1179, fu una vera celebrità tra le upper class del suo tempo, per la vastità culturale del suo agire, ma ancor più per l’influenza delle sue opinioni presso papi e imperatori in virtù della fama di santità di cui era circondata e, soprattutto, per l’ortodossia del valore complessivo della sua azione scientifica, culturale e – a suo modo – pastorale.
Non fu mai una rivoluzionaria, fu sempre accanto e in posizione ancillare ai poteri del suo tempo: quello temporale (L’Imperatore e la sua gerarchia) e quello spirituale (Il Papa e la sua gerarchia).
In virtù di questo suo essere accanto al “Potere” gli fu concesso non solo di fondare monasteri un po’ ovunque in Europa, ma – cosa inaudita per una donna! – predicare e commentare le Sacre Scritture. Fu una figura davvero unica dell’enciclopedismo basso medievale.
Il “Dramma poetico in soglie e visioni di Ildegarda” come lo ha battezzato il suo autore e regista Sebastiano Mancuso si basa essenzialmente su una attenta spigolatura delle due opere, lo Scivias e il Liber Divinorum Operum, nelle quali sono raccolte la gran parte delle visioni mistiche della nostra protagonista per mano del suo fedele servitore/segretario il monaco Volmar.
Mancuso ci conferma che leggendo le visioni ha incontrato Ildegarda “non nei libri ma nella ferita dentro di me: e non è venuta a parlarmi di fede, ma a chiedermi verità, quella che ti smonta, ti pone davanti a te stesso, ti costringe a scegliere: o vivi intero, o continui a sopravvivere a metà”. Ildegarda è una donna – ha aggiunto – che ha bruciato il compromesso, che non ha addomesticato lo Spirito con il linguaggio, che ha osato dire ciò che vedeva. Scrivere e rappresentare tutto questo è stato per me un atto di necessità”.
“Ildegarda – ha detto Alice Ferlito che le dà vita sulla scena – è stato una vera scoperta: un incontro di anime, una sorta di cammino, un momento di grande introspezione: più che uno spettacolo, rappresentiamo a un rituale mistico”.

“Considero questa – ha sottolineato Cosimo Coltraro che dà corpo e voce al monaco Volmar – un’esperienza molto importante per me, sia come interprete, sia come uomo. Per la prima volta, come attore, sono fuori dalla mia comfort-zone. E come uomo ho affrontato un testo mistico che mi appare molto lontano dal mio modo di essere”.

Dal complesso di queste appassionate dichiarazioni si evince il fascino che ancora, a distanza di 900 anni, esercita la mistica tedesca su chi a lei si avvicina. Questo fascino di sicuro non proviene dalle complesse tesi di teologia medievale che sviluppa nelle sue opere, né dalle sue opinioni politiche quanto piuttosto dalle sue “visioni” che, al netto delle coloriture di fantasia al limite della follia e dalla loro oscura interpretazione, risiede piuttosto in quel formidabile taccuino di introspezioni e di scavo nella psiche umana che, come un Carl Gustav Jung ante litteram, ella dispensa in esse e che costituiscono il nucleo portante della sua fascinazione e della sua perdurante modernità.
Lo spettacolo si snoda dunque tra i percorsi psichici e spirituali di Ildegarda e Volmar (Alice Ferlito e Cosimo Coltraro) dentro una architettura scenica minimale ma altamente simbolica tutta tesa a rendere manifesto il travaglio dei due personaggi: e qui c’è da sottolineare l’estrema bravura dei due attori che si sono sforzati, con encomiabili risultati, di entrare nell’anima dei due protagonisti, tanto più evidente quanto l’angusto spazio scenico li metteva a contatto con gli spettatori e col loro giudizio, aiutati da una recitazione grave e attenta e una regia sobria, minimale e di sicuro effetto.
Per quanto lo spettacolo sia durato meno di un’ora, è davvero difficile, in questa sede, rendere conto degli innumerevoli spunti di riflessione offerti agli spettatori, sicché ne riportiamo solo uno che segnaliamo come cartina di tornasole della weltanschaaung di Ildegarda.
Ci riferiamo al tema del valore teologico della cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre che nella visione della Dottoressa della Chiesa lungi dall’essere, come sembra, l’espressione di un Dio penitenziere, contabile del dare e dell’avere che, al primo e unico sbaglio, emette una inappellabile sentenza di condanna che grava – guarda caso – per tre quarti, non solo sulla povera Eva, ma anche sulle innocentissime sue discendenti, è (la cacciata dall’Eden primitivo) un dono (Sic!) fatto da Dio Padre alla coppia primigenia, la quale così sperimenterà la libertà di fare e di essere, la gioia di un percorso di santificazione frutto del lavoro esclusivo delle loro mani: una specie di processo di individuazione junghiano attraverso la consapevolizzazione della propria Ombra che non può realizzarsi senza l’esperienza del dolore!
La nostra visionaria realizza così un capovolgimento di senso, un offuscamento della realtà, un vero e proprio capolavoro dialettico alla Trump!, in questo modo rivelando l’immensa potenza della Fede che smuove le montagne, anche se non vogliono.
Perché, che cos’è la Fede? La fede è ‘volere che il mondo abbia un senso piuttosto che un altro’. È la volontà che il mondo abbia un certo senso, per esempio il senso cristiano e non il senso buddista. Cioè che abbia un senso che è ontologicamente superiore ai sensi alternativi.
Allora questa volontà che il mondo abbia un senso certo è una prevaricazione, è una violenza … cara la mia Dottoressa.
