Il caso Giovanni Fiscon riapre una domanda che la giustizia italiana non può più evitare: quando un’accusa cade, chi verifica come e perché una persona sia rimasta sotto processo per anni?
ROMA – CATANIA — Un arresto.
Il carcere.
I domiciliari.
Centinaia di udienze.
Il nome associato per anni a una delle inchieste giudiziarie più mediatiche d’Italia.
Una carriera spezzata.
Una famiglia travolta.
E poi le assoluzioni.
Il caso dell’ex direttore generale di AMA Giovanni Fiscon merita di essere raccontato non per organizzare un processo ai magistrati, ma per porre una domanda molto più difficile:
può uno Stato di diritto considerare normale che una persona attraversi una sequenza interminabile di procedimenti penali e, dopo anni, ne esca assolta senza che il sistema si interroghi su ciò che è accaduto?
DAL CLAMORE DI “MAFIA CAPITALE” ALL’ASSOLUZIONE
Quando esplose l’inchiesta conosciuta inizialmente come Mafia Capitale, il suo impatto mediatico fu enorme.
Fiscon, allora direttore generale di AMA, venne arrestato il 2 dicembre 2014.
Finì in carcere e successivamente agli arresti domiciliari.
Il suo nome entrò nelle cronache nazionali accanto a parole pesantissime: corruzione, turbativa d’asta, mafia.
Nel processo principale l’accusa chiese nei suoi confronti una condanna a cinque anni.
Il 20 luglio 2017 arrivò invece l’assoluzione.
La vicenda giudiziaria, tuttavia, non terminò lì.
Nel febbraio 2026 il Tribunale di Roma ha assolto Fiscon anche nell’ultimo filone di Mondo di Mezzo. La stampa nazionale ha dato conto dell’ennesima decisione favorevole all’ex dirigente.
Secondo il racconto dello stesso Fiscon, nel complesso sarebbero stati dieci procedimenti conclusi con altrettante assoluzioni, attraverso dodici anni di vicende giudiziarie e centinaia di udienze.
Ed è qui che il caso personale diventa una questione nazionale.
IL PUBBLICO MINISTERO DEVE CERCARE SOLTANTO LE PROVE D’ACCUSA?
No.
Ed è importante ricordarlo.
Il nostro codice di procedura penale contiene un principio che troppo raramente entra nel dibattito pubblico.
L’articolo 358 c.p.p. stabilisce che il pubblico ministero svolge ogni attività necessaria ai fini delle determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale e compie anche:
«accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini».
Sono poche parole.
Ma rappresentano una concezione fondamentale della giustizia.
Il pubblico ministero non dovrebbe essere il cacciatore di una condanna.
Deve ricercare gli elementi necessari per ricostruire un fatto.
Anche quando quegli elementi conducono lontano dall’ipotesi accusatoria iniziale.
ALLORA LA DOMANDA DIVENTA INEVITABILE
Quando una persona viene assolta dopo anni, questo non significa automaticamente che il pubblico ministero abbia sbagliato.
È fondamentale dirlo.
Un’assoluzione può essere il fisiologico risultato del processo, nel quale accusa e difesa portano elementi che vengono valutati da un giudice terzo.
Ma quando una stessa persona attraversa numerosi procedimenti, sopporta misure cautelari, partecipa a centinaia di udienze e alla fine registra una sequenza di assoluzioni, una democrazia matura dovrebbe avere il coraggio almeno di domandarsi:
il sistema ha funzionato come avrebbe dovuto?
Non significa processare i pubblici ministeri.
Significa verificare il funzionamento della macchina.
CHI CONTROLLA GLI ERRORI?
Questa è probabilmente la domanda più delicata.
Quando sbaglia un medico esistono verifiche.
Quando sbaglia un amministratore pubblico intervengono controlli amministrativi, contabili e, quando necessario, giudiziari.
Quando sbaglia un professionista può rispondere civilmente o disciplinarmente.
Ma il cittadino domanda:
quando un procedimento penale si conclude dopo anni con un’assoluzione, esiste qualcuno che analizzi seriamente ciò che è accaduto?
Attenzione.
Assoluzione non significa automaticamente errore giudiziario.
E un errore giudiziario non significa automaticamente responsabilità personale del magistrato.
Sono concetti completamente differenti.
Ma proprio per questo servirebbe una cultura istituzionale capace di analizzare i casi senza trasformare qualsiasi critica alla giustizia in una guerra contro la magistratura.
IL DANNO CHE UNA SENTENZA NON PUÒ CANCELLARE
C’è poi qualcosa che nessuna formula assolutoria riesce completamente a restituire.
Il tempo.
La reputazione.
La serenità familiare.
Le opportunità professionali.
Quando un arresto finisce sui giornali, il titolo arriva immediatamente.
Quando, dieci anni dopo, arriva un’assoluzione, spesso la notizia occupa uno spazio infinitamente più piccolo.
Ed ecco il paradosso:
per l’ordinamento quella persona è innocente; per internet può rimanere imputata per sempre.
Digitando un nome sui motori di ricerca continueranno ad apparire arresto, indagine, intercettazioni, accuse.
Molto più sotto, forse, l’assoluzione.
Questa è una pena che nessun codice ha scritto.
LA GIUSTIZIA MEDIATICA ARRIVA PRIMA DI QUELLA PROCESSUALE
Il caso Fiscon mostra anche un altro problema.
Nel 2015 l’inchiesta Mafia Capitale aveva una dimensione mediatica gigantesca. Il processo coinvolgeva oltre quaranta imputati e il Comune di Roma e la Regione Lazio si costituirono parti civili.
Anni dopo la Cassazione escluse la configurabilità dell’associazione mafiosa nel procedimento principale, pur restando ferme responsabilità per altri reati nei confronti di diversi imputati.
Questo non significa che l’inchiesta fosse inventata.
Significa qualcosa di più importante:
l’ipotesi investigativa iniziale non è la verità giudiziaria.
Ed è una distinzione che giornalismo, politica e istituzioni dovrebbero ricordare ogni giorno.
PERCHÉ SU ALCUNI FATTI LA GIUSTIZIA SEMBRA VELOCISSIMA E SU ALTRI IMMOBILE?
È questa un’altra domanda che raccogliamo sempre più frequentemente tra cittadini e utenti della giustizia.
Le persone vedono situazioni che ritengono evidenti.
Presentano denunce.
Producono documenti.
Chiedono verifiche.
Aspettano.
Talvolta per anni.
Poi osservano altri procedimenti nei quali sequestri, perquisizioni, intercettazioni e misure cautelari sembrano muoversi con una velocità impressionante.
Naturalmente ogni procedimento è diverso.
Ma la percezione della disparità esiste.
E ignorarla sarebbe un errore.
Perché la fiducia nella giustizia non dipende soltanto dalla correttezza tecnica delle sentenze.
Dipende anche dalla capacità del cittadino di percepire che la stessa attenzione viene riservata al potente e allo sconosciuto, all’accusa e alla difesa, alla denuncia che fa rumore e a quella che rimane dentro un fascicolo.
«MAGISTRATURA POLITICIZZATA?» È LA DOMANDA PIÙ PERICOLOSA
Una parte dell’opinione pubblica arriva a una conclusione durissima:
la magistratura sarebbe diventata troppo condizionata dalle appartenenze, dalle correnti, dalla politica e dai rapporti di potere.
È un’accusa gravissima.
E non può essere trasformata in una verità generalizzata.
Migliaia di magistrati esercitano quotidianamente le proprie funzioni con indipendenza e professionalità, spesso affrontando carichi di lavoro enormi e responsabilità pesantissime.
Ma liquidare ogni critica come delegittimazione sarebbe altrettanto pericoloso.
Perché quando il cittadino comincia a credere che il risultato di un procedimento possa dipendere da chi sei, chi conosci o quale posizione occupi, il problema non riguarda più soltanto la magistratura.
Riguarda la democrazia.
MALATA O ANCORA CURABILE?
C’è chi descrive la giustizia italiana come irrimediabilmente compromessa.
Noi preferiamo porre una domanda diversa:
e se fosse un sistema malato che può e deve essere curato?
Curarlo non significa indebolire i magistrati.
Significa renderli più forti.
Più indipendenti.
Più lontani dalla politica.
Più impermeabili alle correnti.
Più trasparenti.
E significa contemporaneamente garantire al cittadino strumenti effettivi quando qualcosa non funziona.
Perché una magistratura autorevole non dovrebbe temere il controllo.
Dovrebbe pretenderlo.
E CATANIA?
Da Catania questa discussione assume per noi un significato particolare.
Sono numerosi i cittadini che raccontano procedimenti lunghissimi, denunce che ritengono non adeguatamente approfondite, richieste rimaste senza risposta e vicende giudiziarie delle quali chiedono di comprendere l’iter.
Ciò non dimostra l’esistenza di irregolarità.
Ma dimostra certamente l’esistenza di una crisi di fiducia che le istituzioni non possono ignorare.
E proprio da Catania potrebbe partire un segnale differente.
Non una guerra alla magistratura.
Non una caccia al magistrato.
Ma una stagione nella quale la giustizia dimostri concretamente di saper controllare anche se stessa, correggere eventuali disfunzioni e riconquistare la fiducia di chi entra ogni mattina in un Palazzo di Giustizia.
IL PM PIÙ FORTE È QUELLO CHE SA DIRE: «QUESTA PERSONA È INNOCENTE»
Forse il cambiamento culturale dovrebbe iniziare proprio da qui.
Il successo di un pubblico ministero non può essere misurato dal numero delle condanne.
Una richiesta di archiviazione formulata perché gli elementi raccolti dimostrano l’infondatezza dell’accusa non è una sconfitta.
È giustizia.
Un’indagine che scopre elementi favorevoli all’indagato e li valorizza non rappresenta un fallimento investigativo.
È esattamente ciò che pretende uno Stato di diritto.
Perché il compito della giustizia non è trovare un colpevole.
È capire se esiste un colpevole.
Sono due cose profondamente diverse.
DIECI ASSOLUZIONI NON POSSONO ESSERE SOLTANTO UNA STATISTICA
Il caso Fiscon merita quindi di diventare occasione di riflessione nazionale.
Non per sostenere che ogni indagine terminata con un’assoluzione sia stata sbagliata.
Non per criminalizzare pubblici ministeri o polizia giudiziaria.
E neppure per cancellare il valore delle migliaia di indagini che ogni anno permettono allo Stato di perseguire reati gravissimi.
Ma perché dietro ogni fascicolo esiste una persona.
E quando quella persona viene definitivamente riconosciuta estranea alle accuse, lo Stato dovrebbe avere la capacità di domandarsi se tutto ciò che è avvenuto prima fosse necessario, proporzionato e correttamente fondato sugli elementi allora disponibili.
UNA DOMANDA CHE PARTE DA ROMA E ARRIVA FINO A CATANIA
Forse è proprio questa la cura dalla quale cominciare.
Una magistratura indipendente dalla politica.
Una polizia giudiziaria rigorosa.
Un pubblico ministero che cerchi con la stessa determinazione gli elementi d’accusa e quelli favorevoli all’indagato.
Un giudice realmente terzo.
Una stampa che sappia raccontare un’assoluzione con la stessa evidenza dedicata a un arresto.
E istituzioni capaci di verificare le disfunzioni senza trasformare ogni richiesta di chiarimento in un attacco alla magistratura.
A Catania molti cittadini sperano che questa stagione possa cominciare proprio da qui.
Perché la magistratura non ha bisogno di tifosi.
E nemmeno di nemici.
Ha bisogno di cittadini che possano tornare a fidarsi.
E la fiducia non si pretende per decreto.
Si conquista, fascicolo dopo fascicolo, decisione dopo decisione, persona dopo persona.
