Dissonorata di Saverio La Ruina
E’ un’emozione forte che corre sulla pelle, che rende inabile la parola di chi assiste, rinforza l’istinto all’ascolto e lo mantiene alto e costante per 70′. Un lavoro parlato in francese, intercalato in italiano, cantato in calabrese. Nenie che si alternano ai pensieri raccontati, raccontati in una bolla circoscritta a lei, Pasqualina per tutte le donne, quelle che un tempo erano gli uomini a maltrattare. E anche oggi. Costumi cambiati ma la stessa via di uscita macchiata di sangue.

Il lavoro di Saverio La Ruina è terribilmente chiaro, chiaro al punto che chi non conosca una delle lingue parlate capisce lo stesso ed entra nella medesima bolla circoscritta, si siede accanto a Pasqualina su quella panca scalcinata e ascolta, ascolta e alla fine piange. Si, ma soltanto alla fine, perché durante, la tensione mantenuta viva dalla bella interpretazione di Sofia Di Tommaso, si può soltanto ascoltare. Nel durante la vita che Pasqualina racconta non suscita indignazione, curiosità, giudizio, concentrati come siamo in veste di spettatori a farci cullare dalle modulazioni di quella voce, mai arrogante, mai sconfitta, ma sempre sulle basse frequenze. La narrazione ad un certo momento assume consistenza corale, si moltiplica per conto di milioni di donne che riecheggiano dal loro angolo lontano remoto di un altro tempo ed un altro luogo e le puoi vedere prendersi per mano e andare in girotondo attorno a Pasqualina, pestare la cenere della sua e delle loro vite. Simboli tanti: stracci rossi, forse uno scialle strappato, una sottana negata, rispetto inesistente per una femminilità ridotta alla mortificazione; una panchina, confini segnati, movimenti controllati. Gesti accennati, delicati, come un labile tentativo di dirigere, orchestrare la propria vita. Invano. Saverio La Ruina per il mezzo di Sofia Di Tommaso, pur avendo sentito tanti fatti, non è fare la cronaca di essi che gli interessa, piuttosto definire frequenze sulle quali modulare l’attenzione dello spettatore, tirare la coulisse in un tessuto steso su epoche diverse perché le donne sembrano ferme al palo. Se oggi sono al pari degli uomini accolte in molti (ma non in tutti) ambiti sociali e professionali a differenza di epoche passate, come un tempo comunque sono maltrattate ed incomprese: per loro non c’è niente di ovvio, al punto che per escludere questo ovvio dalla loro vita di tutti i giorni, se ne proclama uno per consegnare loro le chiavi di casa, divertirsi sfrenatamente per poi rientrare e rendere conto: alla società che presenta il conto più alto, spesso. Saverio La Ruina, concepisce la narrazione considerando di dare voce alle donne del mondo musulmano, quello integralista; l’ascolto di ciò che avviene o è avvenuto altrove lo spinge – lui originario di Castrovillari-, a spostarsi geograficamente, rientrando alle sue terre calabresi perché “la voce delle donne non è mai stata ascoltata”.

Pasqualina ha un nome che suscita dolcezza, tenerezza, è spontanea, desiderosa di un abbraccio, una carezza, un complimento dal padre, una complicità dall’uomo di cui si è innamorata. Cose semplici che si trasformano in demoni, rinascendo da se stessi assumendo forme sempre più malate, malvagie. E quando il desiderio romantico diventa correzione, castigo, si riduce il margine per vivere e si accetta di sopravvivere dimenticando se stesse. Se non in un sussurro…
Sofia Di Tommaso “attrice speculare” perché abile a non narrare soltanto ma a guardare verso il pubblico come fosse il proprio specchio E’ attentissima a tratteggiare l’esseziale del personaggio prestando letteralmente se stessa senza mai prevaricare Pasqualina. Questa accortezza diventa funzionale alla verità dei fatti e alla suggestione del personaggio. Sofia umilmente scorre le pagine della vita della donna incarnadola trasfigurandosi in essa e guardando di fronte a sé, ripiegata nel suo corpo seduto, curvo, raramente in piedi, pare dirci “ascoltate la mia voce“. Difficile trasferire per chi scrive l’impatto di questa interpretazione: si può soltanto sperare nel privilegio di assistervi. La regista Sarkis Tcheumlekdjian ha chiaramente dedicato impegno a questo lavoro perché tutto viene fuori senza errore alcuno. Le luci di Laetitia Bonnet prestano attenzione a definire il buio intorno alla scena illuminando soltanto quella bolla in cui è costretta Pasqualina, e come se la luce comunque venisse irradiata dalla protagonista. I costumi di Marie-Pierre MOREL-LAB spiegano la frustrazione della femminilità e l’unica condizione di operaia domestica che le è concessa.

“Saverio La Ruina è un autore/attore celebrato in Italia e all’estero. Dopo anni di lavoro con la sua compagnia, Scena Verticale, alfiere teatrale di un Sud che diventa protagonista, crea un modello di anti-teatro-narrazione dando vita a personaggi solo apparentemente vinti dalle costrizioni sociali. Nel trittico “Dissonorata”, “La Borto” e “Italianesi” rende omaggio a figure sopraffatte dalla Storia e abusate dalla vita, che riescono tuttavia a esprimere la loro visione del mondo e incarnano senza alcuna retorica i propri tumulti interiori e il proprio, drammatico, vissuto. La scrittura di La Ruina, che utilizza a piene mani il serbatoio infinito del vernacolo calabro-lucano, conduce lo spettatore (e il lettore) attraverso le distese infinite ed amare del pregiudizio e della colpevolizzazione, restituite con uno sguardo che oscilla sempre dal riso al pianto, riuscendo ad andare oltre le barriere linguistiche.”
Con Dissonorata, scritto e presentato per la prima volta nel 2006 al Festival Bella Ciao, (direzione artistica di Ascanio Celestini), nel 2007 Saverio La Ruina che lo interpreta vince due Premi Ubu come Migliore attore e per il Migliore nuovo testo italiano.
“Dissonorata” è‘ stato presentato al Milano Fringe Festival e al Catania Fringe Festival 2025 riscuotendo ottimi consensi del pubblico e della critica. La versione presentata ai festival, in edizione italo-francese, è stata interpretata da Sofia Di Tommaso per la compagnia francese Premier Acte di Lione, con la regia di Sarkis Tcheumlekdjian.
