E’ proprio vero: “ Rem nec novam nec inusitatam aggredimur”; e se è vera l’antica lezione dei padri latini che ci insegna che alla luce del sole nulla è davvero nuovo, è altrettanto vero che il “non nuovo” talvolta è e resta bello e attraente come un’alba in buona compagnia, ad agosto, in riva al mare, una parmigiana fatta a regola d’arte, il Koh-i-Noor o la quinta sinfonia di Beethoven diretta da Von Karajan.
Per questo motivo siamo convinti che “Replica”, la pièce scritta da Marcello Guardo e diretta da Sergio Campisi con il contributo registico e drammaturgico di Marco Tringali sarebbe piaciuta molto al “Divino” Luigi Pirandello.
Ma andiamo con ordine. Cos’è “Replica” che lo dice lo stesso Sergio Campisi: “Replica è un’indagine tagliente sull’ambizione umana e il suo costo, sfumando i confini tra realtà e rappresentazione. Al centro della pièce c’è la domanda su cosa significhi “rappresentare la realtà”, spingendo gli attori a confrontarsi con le proprie ferite e aspirazioni più intime. Il Maestro Scala agisce da demiurgo manipolatore, orchestrando un esperimento che espone le dinamiche del potere e della vulnerabilità. L’ambiente scenico e la rottura della quarta parete invitano il pubblico a una riflessione meta-teatrale sulla verità e l’illusione. I personaggi, che rappresentano cinque archetipi umani, incarnano la lotta per il riscatto e il riconoscimento, esplorando le zone d’ombra della moralità. La narrazione indaga su come anche le qualità positive possano degenerare in eccessi, mettendo in discussione il vero valore dei nostri perseguimenti. Attraverso un equilibrio tra dramma e commedia, e l’uso espressivo del corpo, “Replica” svela la tortura psicologica e il disagio esistenziale. Lo spettacolo si propone come un’esperienza catartica, una provocazione che spinge all’introspezione sui propri limiti e sull’essenza dell’essere”.
Anche alla luce di questa dissertazione, numerosi sono i motivi che ci spingono a scomodare il genio girgentano per rendere edotti i nostri lettori della bontà del “prodotto” che abbiamo avuto il piacere di vedere l’altra sera al Teatro Grotta Smeralda di Catania; innanzitutto i temi trattati nella pièce: tutti incentrati nello scavo psicologico dei personaggi, nelle loro debolezze, le loro fragilità, ne gioco delle maschere messe e dismesse, consce e inconsce.
Anche la trama è tipica dell’ordito pirandelliano e si snoda tra colpi di scena e sciabolate agli spettatori, condotti continuamente verso conclusioni che si rivelano fallaci fino al disvelamento finale.
Infine l’eloquio e i dialoghi tra i personaggi hanno la stessa elegante proiezione geometrica e stilistica di Pirandello: davvero un bel sentire! … e anche un bel vedere! Ci riferiamo alla regia che, pur nei limiti scenici determinati dal budget, non solo ha accompagnato la narrazione con la sobrietà e la chiarezza che sono usuali nell’azione di Campisi, ma ne ha anche esplicitato il senso.
La lieta sorpresa, come ciliegina sulla torta, è stato godere delle performance di un collettivo di giovani attori e giovani attrici, che seguiamo oramai da qualche anno, cresciute notevolmente sul piano della tecnica recitativa e che, a dispetto di qualche imperfezione, promette di crescere ancora.

Lo spettacolo è stato prodotto da Quarta Parete con la collaborazione di Scenario Pubblico, i protagonisti sono stati Salvatore Gabriel Intorre, Chiara Puglisi, Amedeo Amoroso, Serena Giuffrida e lo stesso Campisi come voce fuori campo e la partecipazione di Anthony Foti, Cecilia Intorre, Giuseppe Oriti e Maria Chiara Paternò. Il cast tecnico ha visto come aiuto regia Cecilia Intorre, per il Disegno Luci Amedeo Amoroso, Tecnico Luci Giuseppe Oriti, Tecnico Audio Marcello Guardo, in Sartoria Maria Rosa Iudica, alle riprese video e fotografia Eros Brancaleon mentre le foto backstage sono di Sofia Motta.
