Nuovo Palazzo di Giustizia a Catania: il PM Ardita rompe il silenzio. “Sarà irraggiungibile per gli sfrattati di Librino”

Nuovo Palazzo di Giustizia a Catania: il PM Ardita rompe il silenzio. “Sarà irraggiungibile per gli sfrattati di Librino”

Catania – La consegna del nuovo Palazzo di Giustizia fronte mare, destinato a rivoluzionare l’organizzazione degli uffici giudiziari di Catania, subirà un ulteriore slittamento di almeno un anno. Ma oltre ai ritardi, è la scelta della collocazione a far discutere. A sollevare pubblicamente il problema è stato il sostituto procuratore Sebastiano Ardita, con un post pubblicato sulla sua pagina Facebook che ha dato voce a una riflessione lucida, scomoda e per molti condivisibile.

«Siamo tutti grati degli sforzi fatti dalle amministrazioni per risolvere il problema degli spazi per gli uffici giudiziari. Ma rimane il fatto che, mentre la buona borghesia di questa città si appresta ad averlo sotto casa, nei pressi delle abitazioni di magistrati ed avvocati, gli sfrattati di Librino non sapranno come raggiungerlo, non troveranno uno spazio per parcheggiare e probabilmente neppure un mezzo pubblico che li accompagni lì in un tempo ragionevole… Ma a tutti naturalmente va bene così».

Un intervento che ha immediatamente generato un vivace dibattito online, con decine di commenti da parte di cittadini, operatori del diritto e utenti dei servizi giudiziari. Le critiche si concentrano soprattutto sulla scelta urbanistica: l’area prescelta, nei pressi della stazione centrale e del centro fieristico Le Ciminiere, è già ampiamente congestionata da traffico, attività scolastiche e carenza di parcheggi.

Molti evidenziano il paradosso sociale: mentre si costruisce una cittadella della giustizia moderna e funzionale per chi già abita e lavora nelle zone centrali della città, chi proviene dalle periferie disagiate, come Librino, Nesima, San Giorgio o Picanello, rischia di restare ai margini non solo della società, ma anche della stessa giustizia. Alcuni commentatori propongono provocatoriamente che la sede ideale del Tribunale sarebbe stata proprio in periferia, come simbolo di equità e riavvicinamento tra istituzioni e cittadini meno tutelati.

Il post del magistrato, che non si è mai sottratto al confronto pubblico, merita una nota di apprezzamento: in un tempo in cui le voci critiche sono spesso isolate o silenziate, è significativo che un pubblico ministero in servizio scelga di esprimere il proprio pensiero liberamente e in modo trasparente. Un gesto di coraggio istituzionale, che stimola il confronto democratico su un tema troppo spesso affrontato solo dal punto di vista tecnico-burocratico.

Resta ora da chiedersi: un’opera pubblica tanto importante è davvero al servizio di tutti? O rischia di diventare un tempio della giustizia pensato solo per pochi?
Il dibattito è aperto, e forse è solo all’inizio.

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