L’ERUZIONE ETNEA DEL 1669 TRA STORIA, ARTE, FEDE E TRADIZIONE

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L’ERUZIONE ETNEA DEL 1669 TRA STORIA, ARTE, FEDE E TRADIZIONE

di Antonio Aiello

Lo scorso anno, il 12 marzo per l’esattezza, è ricorso il 350° anniversario dall’eruzione del 1669, la più devastante -sia in epoca storica che preistorica- fra quelle avute nella zona etnea per via della lunghezza e ampiezza della falda prodotta nonché dei forzati mutamenti geomorfologici che essa causò al territorio, essendo la colata lavica arrivata in luglio fino a Catania. L’eruzione fu vista fino ad Otranto e le ceneri furono sospinte dal vento fino a Venezia.
Per l’occasione, grazie soprattutto all’interessamento della Soprintendenza ai Beni culturali e ambientali (BB.CC.AA.) di Catania, sono state poste in atto diverse iniziative di carattere culturale legate ai luoghi toccati, direttamente o indirettamente, da tale eruzione.
Si trattò di un’eruzione di tipo mesotipo-porfirico, non hawaiana ma viscosa, con formazione di magma di origine basica causato dalla pressione del mantello terrestre.
E peraltro la grande “ruina”, come presto vedremo, si tramutò in grande “speranza” per via dei miracoli ad essa susseguenti.
Secondo gli antichi Greci, che tendevano a trasfigurare in immagini mitologiche i concetti più complessi e i dubbi esistenziali così da facilitarne la comprensione anche ai meno colti, l’Etna (da àitho = “ardere”, “scintillare”) era la fucina del dio Efesto (Vulcano per i Romani) che lì forgiava le armi per dèi ed eroi (secondo altri tale fucina si trovava, invece, nell’ isola di Vulcano). Tale nome, peraltro, rimandava pure alla ninfa figlia di Urano e Gea, Etna appunto, che da quelle parti si diceva vivesse.
Il monte era stato scagliato da Zeus (Giove per Romani) addosso al gigante Encèlado che agli dei si era ribellato insieme ad altri giganti: quando l’Etna emetteva fumo era perché Encelado stava respirando nel sonno, quando si avevano terremoti era invece perché egli si stava muovendo e spostando di posizione per via delle dolorose piaghe susseguenti alla caduta.
Nei fatti sappiamo come, invece, le cose andarono ben diversamente e che questa montagna si è originata a seguito di una complessa situazione geodinamica che si venne a creare proprio in questa zona della Sicilia orientale.
Oggi l’Etna (di genere grammaticale maschile e non femminile!), affettuosamente chiamato “ ’a muntagna” dai suoi figli, è stato addirittura incluso dall’Unesco fra i beni patrimonio dell’umanità.
Eppure di spaventi il nostro vulcano ne ha causati diversi ed in diverse epoche: ecco che noi, riprendendo il poeta tedesco Wilhelm Busch che sosteneva che “la memoria è il salvadanaio dello spirito”, cercheremo di ricostruire quanto accadde in quel lontano 1669 attraverso ciò che ci tramandano le fonti, sia primarie o dirette (di chi, cioè, visse l’evento in quei giorni) che secondarie o indirette (non coeve, cioè, ma di molto successive allo stesso) e che spaziano dalle epigrafi, agli affreschi, ai disegni, alle stampe, alle poesie, ai carteggi epistolari tra regnanti, vescovi ed intellettuali, ai mandati di pagamento relativi alla ricostruzione di edifici, ai preziosi atti notarili da noi pure consultati (a quel tempo anche un semplice contratto per le maestranze passava per le mani dei notai (!), pertanto molti documenti rivestono un’importanza significativa) oltre ai resoconti di Borelli, del gesuita Carrera, di Fazello, dell’abate Ferrara, di Gemmellaro, Mancino, Recupero e Paternò Tedeschi e la cartografia storica di Dufour, per un corpus comprendente in totale oltre 130 fonti dirette e una novantina indirette.
Quanto ai dati quantitativi, gli stessi presentano spesso divergenze dovute ai diversi, e non sempre uniformati, sistemi di misura che spaziavano dal passo (circa 30 cm) al cubito (circa 44 cm) alla canna o palmo (circa 25), al miglio, allo stadio, al pàlsimo, al furlong per arrivare sino al semplice tiro di schioppo, arco o moschetto, peraltro pure differenti tra loro.
Leggendo i documenti, poi, non può sfuggire lo stile tutto barocco e magniloquente, epico quasi, caratteristico del secolo della “maraviglia”, che ci fa notare anche la diversa nomenclatura con cui, a livello topografico, tali luoghi erano all’epoca conosciuti: Capo Ritondo per Campo Rotondo, Malpasso per Belpasso, contrada degli Albanelli per Nesima superiore, Mascalcìa per Mascalucia, Plache (=“luoghi aperti”, “posti pianeggianti”) per Gravina (che deve il suo nome al nobile governatore e feudatario Girolamo Gravina imparentato coi Cruyllas di Spagna e che proprio nel 1669 era diventato signore del luogo), Tre mon(a)steri per Tremestieri ecc. Ciò anche per via di ipercorrettismi come quelli toscanizzati che adoperava il senese Spannocchi che nella sua panoramica sulla zona etnea, montana e costiera, per allontanarsi dal dialetto alterava di proposito i toponimi di più spiccata fonetica dialettale.
A ciò si aggiunga che talune località proprio a tale eruzione devono il loro nome: è il caso di Campanarazzu, frazione di Misterbianco, che si chiama così in ricordo del campanile della chiesa che fu la sola parte ad essere risparmiata dalla colata in questione o, come era già successo in occasione dell’eruzione del 6 agosto 1381 , la via Monti arsi (=bruciati) situata in territorio di Gravina.
Già nei giorni precedenti si erano avuti diversi sintomi che preannunciavano l’eruzione: “tremuoti”, “aria infocata”, pioggia di “sassi puntuti” (scruporum imber), esalazioni sulfuree, detonazioni, variazioni di temperatura, ricadute di lapilli, ceneri e di altri materiali. Di ignite vampe e tremuori flegrei, parla Terenzio Mamiani, e ancora ceneri scure (denigratae arenae), grandi ammassi di fumo (globi ingentes fumosi) sino a parlare, col Volaterano, di myraculum flammae!
Contestualmente –è la demografia a dircelo– si ebbero conseguenze anche in termini di numero di residenti, oltre che di perdita di produttività, di rilevanza strategica ed un conseguente sviluppo urbanistico condizionato: i fuochi (= nuclei abitativi, famiglie), di questi casali (= feudi) e piccoli insediamenti, giusto per citare due soli esempi, che nel 1651 erano 935 a Gravina (1035 a Mascalucia), erano drasticamente scesi a 634 (poco più di 700 a Mascalucia) per poi risalire a 1103 (2503 a Mascalucia) nel 1798.
Alla base dei danni arrecati alle abitazioni vi fu un errore di “calcolo” degli abitanti di Mompileri, novella Pentàpoli nelle descrizioni fattene, che illudendosi che tale monte potesse fare da scudo, difendendo così il centro abitato, non si aspettavano –cosa che invece accadde– che proprio da tale monte e non dal cratere centrale sarebbe partita l’eruzione che prese il via da una bocca che si aprì proprio lì (“scassau ‘a muntagna!”) e che vide la lava distruggere (covertò = ricoprì) tutto in nemmeno tre ore, al punto da non consentire di mettere in salvo tutti i beni personali né le statue sacre, tanto più che, in breve tempo, tale lava si mutò in materia insassita con conseguente affioramento di sale ammoniaco sulla superficie della lava solidificata cui si aggiunse l’alterazione superficiale dovuta agli agenti esogeni.
A questa stessa eruzione risale la formazione dei Monti Rossi di Nicolosi.
Né mancarono atti di sciacallaggio (ruberie a casa di chi una casa più non la aveva) o di paesi in lotta fra loro (Paternò attaccò Pedara “rea” di deviare la lava proprio verso Paternò: fu allora il vicario generale Riggio a intervenire affermando che “primieramente” si sarebbe dovuta salvare la città di Catania).
A seguito di tale calamità si stabilì di realizzare opere di muratura a secco o a crudo, ovvero con pietre non legate da calce o malta che sarebbero altrimenti facilmente esplose a contatto col fuoco.
Ci dicono le fonti del tempo: “Quasi in tremila giunsero a piedi a Catania (…) pieni di tutte le miserie (…) I dubbi sulla salvezza erano certi. Dubbia la certezza di salvarsi. I frati abbandonarono i chiostri; le monache portate via dai monasteri, per ordine del vescovo, venivano trasferite nelle diocesi. Le sole sante monache della SS.ma Trinità non vollero abbandonare da vive la clausura. Chissà se Dio risparmiò la città perché non perissero i ricordi di una fede così grande! (…) Grande città, grande abbandono. Tutti i beni preziosi erano venduti a poco prezzo: cassetti, armadi, letti, tavole, piedistalli. La speranza della salvezza era riposta nei miracoli”.
Già, i miracoli.
Da sempre ai piedi dell’Etna eventi portentosi hanno accompagnato le eruzioni: Cornelio Severo, ad esempio, ci riferisce dell’episodio che aveva visto protagonisti, secoli e secoli prima, nei pressi dell’odierna Camporotondo, Anfìnomo e Anàpia, altrimenti noti come “i fratelli pii”: costoro nel vedere che la colata stava attaccando la loro abitazione, invece che scappare preferirono tornare indietro per mettere in salvo gli anziani genitori che si caricarono sulle spalle (scena simile a quella di Enea che nel vedere Troia in fiamme si mette pure sulle spalle, sumit, il padre Anchise e fugge anche col figlioletto Ascanio) ed ecco che la lava, quasi in segno di rispetto verso l’altruistico gesto dei ragazzi arresta improvvisamente il suo corso per proseguire verso tutt’altra direzione. Per onorare i giovani le autorità coniarono persino una moneta con la loro effigie e ancora oggi in uno dei lampioni di piazza Università a Catania i due sono raffigurati avvolti nel loro mantello.
Come si diceva all’inizio, la grande devastazione fu però, paradossalmente, motivo di grande speranza.
Vediamo il perché.
Esistono vari luoghi generatori di un incontro tra eruzione del 1669 e località etnee. Tre su tutti:
(1) la chiesa di S. Maria della Misericordia e (2) il monastero di Sant’ Antonello a Gravina e (3) il santuario di Mompileri un po’ più a nord.
(1) La prima chiesa citata è datata 1751: situata nel quartiere Adderia, dove al tempo della seconda guerra mondiale era altresì presente un rifugio antiaereo, fu a lungo detta anche “dei Santuzzi” o “dei Santiceḍḍi”. Sorta su di un costone lavico così da consentire di osservare meglio la lava dall’alto, presentava in origine una semplice icona votiva, ma poi l’apparizione della Madonna avuta in sogno da un misterioso benefattore fece sì che accanto a tale icona sorgesse, grazie ai lavori da lui finanziati, una chiesa allo scopo di ringraziare la Madonna per lo scampato pericolo.
(2) Il secondo luogo è il monastero di Sant’ Antonello che fungeva da grangia (dal lat. granӗa= “polenta” nel latino classico ma che successivamente, per estensione, passò al significato di “deposito di grano”, “granaio”) e non da semplice monastero stanziale, situato com’è a metà strada fra il monastero di S. Nicolò l’Arena a Catania (che aveva visto un secolo prima la presenza di illustri monaci quali Benedetto Fontanini, Giorgio Siculo e Padre don Ludovico) e quello di Nicolosi, paese che al precedente monastero deve il suo nome. Tale monastero (da non confondere lessicalmente col “convento” che è invece destinato alle suore), datato 1665, come tutti quelli di Sicilia era svincolato dalla legislazione episcopale ed altresì munito di rendita: ciò lo fece diventare un centro di attrazione del territorio e un punto di riferimento per le soste dei viaggiatori del Grand Tour prima che passasse ai privati divenendo azienda agricola e zootecnica anche a seguito dell’incameramento dei beni susseguente alla Rivoluzione francese (L. 15 Agosto 1877, art. 5, comma 3).
In esso si trovava un’icona di S. Agata che fece sì che la colata presa dai noi in esame non distruggesse lo stesso monastero, dirottandone il corso altrove.
Lì vicino, ci informa il gesuita G.A. Massa, “un prodigio grande osservossi l’anno 1669 nella vigna di Giovanni Maria Rapicàuli, situata nel territorio delle Plache: aveano le fiamme desolati due poderi collaterali e stavano già per entrare nella vigna del Rapicauli il quale, non mostrando sollecitudine veruna per lo danno imminente, agli amici che l’esortavano di mettere almeno in salvo 200 salme di vino che si conservavano nella suddetta vigna, rispose avere egli poste tutte le sue speranze in Sant’Agata, la cui sacra imagine, delineata in piccolo quadretto, egli sospese ad un albero presso la siepe della sua vigna, in cui abbattendosi il torrente del fuoco, rispettandone la presenza, si torse per altra parte, senza neppure smuovere una minima pietruzza di quel debolissimo muro a secco, quando che da per tutto atterrava fabbriche massiccie ed intiere terre e casali. Divorò il fuoco nel medesimo anno 1669 tutte le pareti di una casa, non però ardì oltraggiare quel muro in cui dipinta vedeasi l’effigie di questa gloriosissima eroina”.
Dunque, oltre ai miracoli avvenuti grazie alla grimpa (cfr. il franc. glimpe = “scialle”, “velo bordato di fili d’oro” e lo spagn. grimpola = “gagliardetto corto”, “banderuola”), ovvero il sacro velo della martire catanese, rosso come il flammeum che identificava le vergini consacrate al Signore e che in più di un occasione arrestò il corso della lava, avvennero altri miracoli simili a quello testé riportato.
(3) Da ultimo abbiamo il santuario di Mompileri, altresì noto come della Madonna della Sciara (dall’arabo harra= “zona petrosa”, “terreno vulcanico”, campo di lava”, ricollegabile ad harr= “calore”), situato in territorio di Mompileri, da allora ribattezzato Massa Annunziata in ossequio sia alla Madonna dell’Annunciazione (25 marzo) ivi venerata che al duca genovese Giovann’Andrea Massa, ricco banchiere che già nel 1645 aveva rilevato per la somma di 35000 ducati nove feudi nonostante l’opposizione della città di Catania per via della clausola inserita nell’atto di compera secondo cui tali casali non avrebbero mai dovuto per l’avvenire far parte della stessa Catania.
Già a fine 1669, in mezzo al duro basalto lavico, fu ritrovata integra (!) la perduta statua policroma di S. Michele, compatrono del luogo, dato ancora più eloquente e significativo se si considera che la stessa era stata realizzata in legno e, in parte, gesso, materiali cioè facilmente incandescenti.
E non finisce qui.
Nel 1704 ad un’ umile donna (una pastorella, forse) del luogo appare in sogno la Madonna che le indica l’esatto (!) punto in cui scavare per ritrovare la perduta statua della Vergine delle Grazie, veneratissima specie dalle donne che ne chiedevano l’intercessione per avere un figlio.
Nonostante l’opposizione di quanti ritenevano più opportuno dare invece priorità economica alla ricostruzione delle case e alle esigenze alimentari degli sfollati, gli scavi, che fino al quel momento non avevano sortito gli esiti sperati, vengono però intrapresi grazie al generoso finanziamento del duca Massa (“Dove manca, Iddio provvede” ci ricorda la saggezza popolare…) e stavolta -meraviglia delle meraviglie!- gli stessi portano al ritrovamento della statua integra, con ancora le ampolline e le monete offerte in elemosina proprio nel luogo indicato in sogno dalla Madonna.
Il Tedeschi, dopo aver descritto la celestiale bellezza delle tre statue, che erano conservate nel santuario, aggiunge: “Mi giova però credere che non ardì irriverente il fuoco di oltraggiare quei belli simulacri di paradiso, anzi ardisco a dire che egli vi abbia lì sotto ai suoi petroni fab(b)ricato per arte divina un nobilissimo avello, dirò meglio un bellissimo tempierello dove intatti si conservino i sovrani Spiriti adorati.
E tempo forse verrà che si compiacerà la Vergine istessa di ispirare a qualche suo devoto servo il modo e la via di poterla rinvenire”. Cosa che puntualmente avvenne.
Le altre due statue che costituivano questo trittico di “opere sovrumane realizzate da mano angelica” in marmo bianco della scuola palermitana di Antonello Gag(g)ini raffiguranti le teste dell’Arcangelo Gabriele e della Madonna dell’Annunciazione, sarebbero state invece ritrovate nel gennaio del 1955 dal signor Salvatore Di Mauro in occasione di una nuova campagna di scavi che contribuirono a far diventare sempre più Mompileri non un semplice luogo fisico ma un luogo psicologico, grazie al fuoco che diventa metafora dell’amore di Dio che arde senza però consumare donando speranza.
Leggiamo in un testo del sac. Antonino D’Urso: “La gioia del ritrovamento fu maggiore dei patimenti dovuti ai danni e allo spavento di quella tragica notte”.
Un altro sacerdote, Pietro Branchina da Adrano, compose addirittura un inno di 50 strofe, ciascuna dedicata ai vari comuni della diocesi legati in qualche modo alla Madonna della Sciara la cui figura è stata modello per diversi uomini di Chiesa, da Giuseppina Faro che tanto pregò che tale statua venisse ritrovata, a Padre Gabriele Maria Allegra, a Lucia Mangano, a Giovanni XXIII, a Fra’ Graziano l’anacoreta, a Giovanni Paolo II, a Luigi Bommarito (che stabilì l’annualità del pellegrinaggio al santuario), fino a Bergoglio che nell’aprile del 2013 ha visto una copia della statua realizzata da Giovanni Sessa e Giuseppe Gemmellaro far visita in Vaticano.
Per non parlare poi degli agganci anche letterari e cinematografici legati a tale santuario: da “Vanni Lupu” di Martoglio ai “Vicerè” di De Roberto, fino al regista statunitense John Houston che qui, fra le “lente ginestre” etnee, in un paesaggio armonizzato dal cinguettio degli uccelli e dalle tinte tipiche della vegetazione mediterranea, non scalfito dal cemento edilizio, effettuò le riprese del suo colossal “La Bibbia”.
Ancora oggi, ogni terza domenica di agosto, nel santuario si rievoca il ritrovamento della statua, mentre il primo sabato di ciascun mese è dedicato alla Madonna della Sciara giacché Ella diventa simbolicamente porta d’ingresso per il Paradiso alla stessa maniera in cui, per analogia, il sabato prelude alla domenica, giorno cristiano festivo per eccellenza.
L’eruzione del 1669, pertanto, ancora oggi non è stata dimenticata ma è sempre presente nella memoria della gente dell’Etna per via della innumerevoli implicazioni di ogni genere che essa ha portato con sè.

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