Melita Kraus, la Chagall croata, si racconta

Nel numero 150 della rivista bimestrale Ha-Kol della Comunità Ebraica di Zagabria (giugno-luglio 2017/nisan-ijar-sivan 5777) la capo redattore Nataša Barac pubblica la sua intervista a Melita Kraus, pittrice ebrea autodidatta di Bjelovar, nota al livello nazionale ed internazionale come “la Chagall croata”. È riconoscibile per una sorprendente vena di fantasia che profondamente si ispira alla tradizione ebraica scritta e orale, quella talmudica e midrashica, ma anche per un originale attingere alle sfere più intime dell’animo ebraico millenario con i suoi svariati sogni e simboli e la sua radicata spiritualità.
Melita Kraus nasce nel 1954 a Bjelovar, dove vive e lavora. Ha cominciato a dipingere intensamente intorno al 1990 e finora ha partecipato a più di cento esposizioni collettive e personali in Croazia e all’estero. Negli ultimi anni si dedica anche alla scrittura e alle illustrazioni di libri per bambini. Alcuni suoi libri illustrati d’autore sono stati tradotti in inglese. Dal mese di aprile di quest’anno è in esposizione, al Museo di Arte Contemporanea di Zagabria, un grande ciclo delle sue opere dal titolo “Ogledalo čudesnoga”/Lo specchio delle meraviglie”.
Melita, che ben conosco da quando eravamo ragazze, dipinge sin dalla primissima infanzia. Nell’intervista a Ha-Kol di sé dice: “Ero figlia di genitori relativamente anziani i quali spesso mi raccontavano storie, le quali però non erano storie per bambini. Il mio passatempo preferito era “il raccontare le storie proprie a me stessa, e mentre me le raccontavo, dipingevo ciò che raccontavo, sui margini dei vecchi libri di medicina di mio padre. La struttura di quei disegni stracolma di figure “a grappolo” assomiglia alle figure che dipingo tutt’oggi. Col passare del tempo coltivavo queste mie due passioni: le letture di libri e il disegno. Vivevo nella piccola Bjelovar in cui non ebbi modo di avere una particolare istruzione nel campo delle arte figurativa. Pur tuttavia, le mie opere, che sporadicamente vedevano alcuni studenti di arte, a loro piacevano molto, e furono loro a spronarmi ad andare avanti. In parallelo diventavo sempre più famosa tra i ragazzi di scuola. Io al contempo sognavo Parigi, Montmartre, gli impressionisti. Ma la vita ha scelto per me. Quando avevo 13 anni, mio padre si ammalò gravemente, soffriva dolori atroci, e io dalla ragazzina allegra che fui, vissuta nella gioia e nella leggerezza, dovetti all’improvviso sospendere la mia giovinezza e cominciare a vivere accanto all’oscura ombra del dolore, della chiusura e della sofferenza. Purtroppo fu lì che commisi un grosso errore: nel desiderio di evadere, mi sposai a 16 anni e a soli 17 anni diventai madre della bimba Jelena, e a 20 anche del figlio Jagoš. In contemporanea dovevo finire le scuole superiori fuori corso e in seguito, non potendo studiare all’Accademia di Belle Arti con due bimbi piccoli, mi iscrissi a Scienze Politiche. Una volta laureata, mi dedicai al lavoro di insegnamento di etica presso un Istituto Superiore di Bjelovar e a crescere i mei figli, essendomi nel frattempo separata da mio marito. Continuavo a dipingere, ma di rado. Solo nel 1991, quando in Croazia era scoppiata la guerra, che per me non è stata solo la distruzione materiale ma la demolizione di un mondo preesistente, ripresi a dipingere intensamente. Volevo, a un livello subconscio, curare l’insormontabile ferita tra due mondi, quello del prima e quello del dopo. Per restituire al mondo la pace e l’amore. I disegni scorrevano senza sosta dal mio inconscio, prevalentemente raffiguranti figure di madri con due figli o figure di amanti. Quei disegni, che cominciavano allora a diventare parecchi, li feci vedere all’artista e all’intellettuale croata che ammiravo più di ogni altra: Nives Kavurić Kurtović. Lei ne rimase estasiata e si prodigò molto intorno alla mia prima mostra personale. Così il tutto ebbe inizio e dura dal 1991. Nel frattempo ho fatto molto lavoro di ricerca su diverse tecniche e ho scritto e illustrato 10 libri per bambini. Insegnando etica a scuola, questi libri sono il mio contributo allo sviluppo di posizioni etiche presso gli alunni.

Alla domanda come la famiglia d’origine ha influenzato la sua arte, Melita risponde: “Provengo da una famiglia che ha subito grosse perdite nei campi di concentramento dei nazifascisti “ustascia” croati. Mio padre sognava di emigrare in Israele, quando stava ancora bene in salute. Lui mi raccontava molte storie ebraiche, ma non mi diceva mai che fossero ebraiche. In casa si cucinavano pasti ebraici e si raccontavano barzellette ebraiche, ma non venivano mai marcati come ebraici. Una volta, in una fase della mia infanzia, un ragazzino mi fece bruscamente riflettere sulla mia appartenenza etnica di cui non sapevo niente. Mio padre Oton non era osservante religioso, proveniva però da una famiglia di ricchi intellettuali. Era nato nel 1898 e aveva studiato medicina a Vienna, all’epoca della maggiore fioritura dell’impero austro-ungarico. Era un cosmopolita che mai aveva rinunciato al suo ebraismo. Dopo la scomparsa di mio padre, ho desiderato in un certo qual modo relazionarmi a lui, alla sua grande famiglia che non avevo avuto modo di conoscere e di cui sapevo ben poco. Costruivo ricordi immaginari basandoli sui racconti ebraici, sulla musica ebraica e sui racconti orali ebraici. Con gli anni si erano fatte un mucchio di cose che erano diventate il mio fardello desideroso di uscire allo scoperto, al fine di arricchire il mondo e perché mai si dimentichi! Ed è così che i miei ricordi sono legati a mio padre a cui ho sostituito la famiglia che aveva perduto. Ero la sua amica e la sua speranza. Inventava per me i giochi più belli, i più fantasiosi. Abbiamo viaggiato molto, camminato molto per i boschi. Le memorie di mio padre le ho materializzate nell’artbook “Mein Shtetele Beltz”. Ogni pagina di questo artbook è ispirata a una poesia yiddish, e tutte le pagine insieme sono una sorta di biografia di mio padre. Mia mamma Vesna era una roccia solida, uno spirito buono che a tutto aggiungeva un pizzico di benessere borghese. Era molto più giovane di mio papà, bella e mite. Mio padre è morto quando avevo 17 anni. Anche se dico che è morto, lui è sempre accanto a me, come un mio consigliere, come una parte di me. Mia mamma mi ha lasciato l’anno scorso; ella è parte di meravigliosi ricordi di tutto ciò che compone il mosaico della quotidianità. Qualunque cosa io faccia in casa, la mamma è in me! Vorrei ancora aggiungere che i miei figli da 20 anni vivono lontano da me. Il figlio è in Israele, la figlia negli USA. Molto ne è dipeso dalla guerra. La storia di mio padre, della sua famiglia sterminata e distrutta, in un certo qual modo è continuata anche nel mio caso. È un’erranza eterna, la ricerca di una dimora, come se fosse diventato anche il loro destino. La separazione, i ricordi che riscaldano e danno forza, sono il motivo costante dei miei dipinti. Quando dipingo un mito ebraico, un motivo religioso, o una storia, vi è sempre una situazione reale in cui mi trovo. Tutto ciò che faccio, è immagine di me, della mia famiglia e della mia vita.”
E alla domanda quale è la sua ispirazione attuale, Melita risponde: “Negli ultimi tre anni un intero ciclo di dipinti è ispirato alle storie sulla città di Beltz, un luogo mitico della cultura yiddish, il luogo di gente ridicola che fa tutto al contrario. Questo ciclo è ispirato alla realtà che mi circonda, ed è allo stesso tempo un appello e una satira!”

Per approfondire la vita e l’opera di Melita Kraus raccomandiamo i seguenti link in lingua croata:

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