Al Canovaccio, “Maria” di Lucia Sciacca

Al Canovaccio, “Maria” di Lucia Sciacca

Realizzato al Teatro Il Canovaccio sotto la stella di Saro Pizzuto, ampliamento teatrale di una storia scritta da Lucia Sciacca, adattato ed interpretato dalla stessa e da Stefania Micale; regia Rita Stivale.

Pur  essendo la struttura narrativa assai semplice, la vicenda è impregnata di emozioni potenti, lo Yin e Yang dei turbamenti per eccellenza: una grande gioia, un grande dolore, il demone buono che lascia, ahimé, il posto a quello maligno. Emozioni che vibrano esprimendo il ciclo del Bene e del Male soprattutto nelle fibre di una donna.

Maria (interpretata da Stefania Micale) è una persona semplice; fra i banchi di scuola delle scuole medie aveva incontrato Marco, il suo grande amore. Proseguono insieme il liceo e poi si sposano.  L’una è il tempio dell’amore dell’altro, tutto condividono e tutto si raccontano, scherzando e ridendo parecchio. I primi anni di matrimonio, si trasferiscono a Busto Arstizio e poi rientrano in Sicilia. Mettono al mondo cinque figli, di cui il più grande si chiama Gaetano. Per Maria, “madre per talento”, Gaetano è la realizzazione di un sogno primario, indispensabile per rendere concreto, prolungare e confermare l’esistenza del rapporto con il suo Marco. L’amore del marito non le fa pesare il ruolo di casalinga, ne percepisce l’impegno ma non il peso. Senza indugiare nei luoghi comuni che etichettano come incompiuta la donna incline soltanto alla famiglia, Lucia Sciacca descrive Maria dedicata a gestire la casa e la famiglia come l’ amministratrice, quello che un tempo le donne erano senza crucciarsene; fermo restando che il marito le rispettasse e si sentissero di scegliere liberamente.

Stefania Micale, dagli occhi vibranti e il corpo di ballerina, rende di Maria una bella interpretazione plasmandola con la spensieratezza della gioventù, il sogno dei primi anni di matrimonio, la responsabilità dell’essere madre, lo sgomento glaciale dell’incalcolabile. E lo fa bene, con espressività e coerenti riferimenti al personaggio descritto dall’autrice. Nei suoi begli occhi grandi passano tutte le parole del racconto che è la sua vita, fino a quando…fino a quando il suo corpo vibrerà di disperazione e i suoi occhi perderanno la luce. Riecheggerà un grido disumano, come quello che accompagna il parto, ma non altrettanto felice.

Lucia Sciacca, nella prima parte del lavoro è sul palcoscenico rivestendo molteplici ruoli, sia come contraltare della narrazione offerta da Maria che per rivestire personaggi amici e di famiglia nominati dalla protagonista. Interessante riscontro e l’autrice se la cava bene, scegliendo acutamente di abbandonare il palcoscenico nei pressi delle scene finali.

La scenografia è di effetto, semplice ma da spazio ai luoghi e alle contingenze narrati.

Il fatto a cui si presta voce è circostanza rifiutata da ogni logica del cuore e della mente: non è semplice mettere in scena la felicità quanto lo sgomento e forse le suggestioni sul palcoscenico sono solo un cenno, mentre meriterebbero di essere rinvigorite da un dialogo che presta maggiore attenzione all’interiorizzazione delle emozioni. Poi, il flusso emotivo è continuamente interrotto dalla musica ridondante: lo spettatore si trova lì pronto a soffermarsi sul proprio sentire quando un motivo musicale – per carità scelto con cura – vanifica tutto, distraendo e penalizzando il senso dell’istante: come quando siamo assorti in un pensiero, un rumore assordante ce lo porta via. Potrebbero bastare la musica di inizio e fine, discreti commenti magari di un motivo composto ad hoc e lasciare il resto alle parole e alle luci.

 

 

 

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