“Un caso di coscienza” diretto da Francesco Randazzo, alla Sala Futura conclude il capitolo della rassegna dedicata a Leonardo Sciascia

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“Un caso di coscienza” diretto da Francesco Randazzo, alla Sala Futura conclude il capitolo della rassegna dedicata a Leonardo Sciascia

Di Leonardo Sciascia, regia e scene di Francesco Randazzo, aiuto regia Valeria La Bua; costumi Riccardo Cappello, luci Gaetano La Mela; con Filippo Brazzaventre, Marta Limoli, Franco Mirabella. Produzione Teatro Stabile di Catania. Foro di Antonio Parrinello; conclude la rassegna “Progetto Sciascia”.

Racconto contenuto nella raccolta “Il mare colore del vino”, pubblicato a puntate dal 1959 al 1973; nel 1970, così come è accaduto più volte alle opere di Leonardo Sciascia, con la regia di  Giovanni Grimaldi, viene realizzato l’omonimo film, girato a Zafferana. Fra gli attori, Lando Buzzanca nel ruolo dell’avvocato Vaccagnino; Turi Ferro, Ida Carrara, Antonella Lualdi, Nando Gazzolo, Saro Urzì, Michele Abruzzo; ed altri di timbro internazionale.

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Nel 1953, sulla rivista Grazia, adoperando lo pseudonimo di Donna Letizia, Colett Rosselli, invitava le lettrici a corrispondere curiosità, richieste di consigli, confessioni: la rubrica prendeva il nome di “Posta del Cuore”. Assai probabilmente ispirandosi al sistema con cui le lettrici firmavano le proprie lettere, ovvero con pseudonimo, nomi di fantasia magari legati all’anno di nascita, Sciascia venne ispirato a narrare un racconto assai singolare che prese spunto da una sorta di sfogo pubblicato su una rivista femminile da una donna che racconta di avere tradito il proprio marito scivolando in una temporanea relazione con “un mezzo parente”. A farne lettura è l’avvocato Vaccagnino che esercita a Roma, località da cui rientra ogni fine settimana col treno, dopo aver incontrato anche la propria amante. La questione potrebbe concludersi mantenendo i connotati golosi del pettegolezzo, ma in calce alla firma, la scrittrice forse imprudentemente e troppo fiduciosa che il suo sfogo non sarebbe stato letto da alcuno fra i conoscenti, indica la località: nome di fantasia “Maddà”. L’avvocato fa rientro a casa abbastanza sicuro che non sia la moglie la fedifraga con tardivo pentimento e coinvolge al circolo alcuni soci, tutti discreti borghesi rappresentanti della buona società professionale di Maddà. Si aprirà una sorta di indagine, meticolosa nella ricerca dei mezzi parenti delle proprie consorti e di quelle degli altri e, si sa, non senza patire alcun sospetto sebbene si affermi pubblicamente con tronfia sicurezza l’estraneità alla faccenda.

Il palcoscenico della Sala Futura si presenta a sipario aperto e ciò che si vede è un insieme di mobili che nell’arredamento casuale circoscrivono gli ambienti in cui via via si andranno a svolgere i fatti: lo scompartimento del treno, sala del circolo, sale da pranzo e talami nunziali. Tutti luoghi in cui fervono le indagini, scivolano i sospetti, si chiedono senza chiedere le spiegazioni alle mogli. Diversamente dal breve racconto di Sciascia, ricco di personaggi, gli attori in scena sono tre: Filippo Brezzaventre, Marta Limoli, Luciano Mirabella. Musica anni ’50, allegro e movimentato ballo: così si presentano al pubblico e sebbene Filippo Brezzaventre sia agile e disinvolto, le prime battute sono sue e fatte in debito di ossigeno. I personaggi altri sono sostituiti da pupazzi a mezzo busto che grazie ad opportune maniche ed allacci al collo, vengono gestiti da Mirabella (soprattutto nella prima parte) e da Brezzaventre. Ciò per assumere i ruoli tutti e dipanarsi nel racconto che riguarda le ansie e i sospetti e le indagini dei mariti. L’idea potrebbe rivelarsi ingegnosa se non fosse che costringe Brezzaventre e Mirabella a faticosissimi movimenti e, cosa a mio parere più discutibile, è che il pupo che ha una espressione fissa rimane troppo a lungo davanti al volto dell’attore di cui non si riesce ad apprezzare la varietà espressiva: lo spettatore è obbligato a tendere la testa da una parte e dall’altra per cercare di seguire l’attore in carne ed ossa. L’interpretazione di Marta Limoli oscilla fra le pose delle attrici del cinema muto e le soubrette dell’avanspettacolo e poco arriva del  patimento, del dispiacere delle mogli “senza macchia a e dunque senza paura”; oppure del sottinteso divertimento (“c’è tutta una letteratura di inganni al femminile, di tradimenti consumati dalle donne con diabolici accorgimenti”) che le stesse avvertono nel constatare che i propri mariti sembrano essere stati messi ingiustamente in difficoltà da una lettera che fa serpeggiare il sospetto. Leonardo Sciascia, in questo racconto, adoperando lo strumento dell’indagine, desiderando rimanere nell’ambito del paradosso tutto maschile che sottomette ad indignazione ed indagine la coscienza delle donne da parte degli uomini, si prende gioco dei limiti dell’indole tipica della sicilitudine maschile dei personaggi dell’epoca che avvertivano prudentemente rispetto nei confronti delle mogli per essere lasciati liberi di “evadere”. Dunque un uomo che si muove nella forbice fra “l’impassibile Marco Aurelio ed il poveraccio ai tempi del bando di Guglielmo il normanno”.

La lettura fedele al racconto di Sciascia rende merito a questo allestimento, con un omaggio al “Berretto a sonagli” che personalmente riconosco piuttosto nell’altro racconto, “La corda pazza”. Gaetano La Mela dirige la luce sull’itinerario delle emozioni e sui volumi amplificando e riducendo gli ambienti; i costumi sono dettagliati e la scenografia ricorda un’antica giostra di legno.

Nel 1970, fatta esclusione delle critiche favorevoli alle interpretazioni dei grandi attori coinvolti, il film di Giovanni Grimaldi non convinse se non in quei passaggi aderenti alle intenzioni dell’autore. Un rischio relativo alla eccessiva personalizzazione che Randazzo non ha affatto corso: e sebbene il testo venga pedissequamente seguito e l’equilibrio fra la farsa e la tragedia rispettato, non tutte le dinamiche decise da Sciascia per lo sviluppo della faccenda arrivano, in ordine soprattutto alla difficoltà di riuscire a sostenere ed apprezzare con chiarezza i registri propri della recitazione di Brezzaventre e Mirabella, adeguatissimi per dare espressione e spessore a tutti i personaggi che interpretano, in una prova attoriale complessa in cui sono brillantemente all’altezza. L’impegno sul palcoscenico è davvero molto faticoso poiché  hanno anche compito di “pupari”, dovendo essi spostare le sagome per allestire le scene, qualche volta piuttosto articolato come il gioco di stabilità delle sedie. Magnifica in verità la chiusura, perfettamente ripresa dal colorito racconto e riprodotta dalla Limoli nel dettaglio lento ed inaspettato.

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