“Io, Sarah”, fra Giovanni Arezzo ed Alice Sgroi

Non a caso il titolo: ciò che ho visto, domenica sera allo SpiaZzo è un lavoro generato dalla collaborazione fra due giovani e bravi artisti siciliani (Arezzo, ragusano e Sgroi, catanese) che si sono cimentati  con un personaggio difficile, scomodo, noto ad un pubblico di lettori curiosi. L’adattamento di Giovanni Arezzo e di Alice Sgroi, il testo ben scritto e sviluppato da Francesca Auteri, location da periferia urbana, un non-arredo asciutto, minimalista dentro uno spazio elastico riempito solo da emozioni, movimentato dalle frequenze di un’anima tormentata, anche dopo la morte.

“Io, Sarah” – Le ultime ore di Sarah Kane; con Alice Sgroi, regia di Giovanni Arezzo. Da un’idea di Erica Donzella, tratto dal romanzo di Francesca Auteri (Villagio Maori Edizioni); assistente alla regia, Gabriella Caltabiano; recording e post produzione, Orazio Magrì; disegno luci, Carmelo Lombardo; costumi, Grazia Cassetti; progetto grafico, Giulia Impellizzeri; progetto fotografico, Gianluigi Primaverile; voce registrata, Claudia Fichera; il brano estratto da “Febbre” è interpretato da Soulcè (nome d’arte di Giovanni Arezzo rapper); organizzazione Filippo Trepepi; produzione Mezz’Aria Teatro.

 

Chi evade il problema o chi lo attraversa verticalmente, non sono forse la stessa persona che approcciano alla vita assumendone in modo amplificato gioie e tradimenti? Chi lo evade, ha bisogno di schermare tanto inspiegabile dolore; chi lo attraversa si sporca di “merda e poesia”.

La bellezza del mondo ha due tagli: uno di gioia, l’altro di angoscia e taglia in due il cuore“; Virginia Woolf, vissuta in un’altalenante esaurimento nervoso concluse la sua vita lasciandosi annegare dopo aver riempito le sue tasche di sassi; Sylvia Plath (“Io sono verticale” di Silvio Laviano con Alessandra Barbagallo), “Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle, alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi. Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso; a poco più di trent’anni, infilò la testa nel forno, dopo aver preparato la colazione ai suoi figli. Disturbi bipolari: ciò venne diagnosticato alla Woolf e alla Plath; una ricorrente depressione alla Kane “prendi le pillole… mah io credevo che lei… prendi le pillole! non ci può essere intimità fra medico e paziente…”. La maggiore superficie esposta alle brutture del mondo celate ipocritamente può essere protetta dall’amore? La sua carenza può aprire il varco sotto di noi? O è responsabile anche colui/colei che non riesce a capire, dunque a corrispondere a portare qualcosa di sé all’altro/altra?

Storie di vite interrotte di persone eccellenti che riportano alla luce un male che da “stato di melanconia” oggi è definito “oscuro”. Difficile da sempre perfezionare un intervento risolutivo: chi ne soffre in modo ricorrente subisce un tale stress che trova nel suicidio la fine alle proprie sofferenze per il disagio dell’adattamento che si trasforma in malattia e nella progettazione determinata del modo di farla finita un atto di consapevole lucidità. Quanta voglia di vivere, invece sottende all’autodistruzione?

 

Sarah Kane vedeva quanta violenza, sopraffazione, abuso ci fossero nelle pagine celate da belle copertine di presentazione, ritoccate per mistificarne il contenuto: rapporti consumati da chi avvelena e chi crede ma non sa recuperare; un universo con sfaccettature cangianti, maschere nevrotiche. E il bello non si vede, il riscatto non si trova.

Alice Sgroi non la interpreta, la vive e la fa rivivere: danza, urla, è farfalla, zanzara, scarafaggio e voglia di fumare e fare l’amore; corpo inanimato schiacciato sulla sabbia calda, freddo sul pavimento freddo. Ci racconta, sdoppiandosi, il vibrante ricordo di sesso ed amore, l’attrazione verso quei meravigliosi occhi verdi tratteggiati dall’eyeliner nero che la prima volta la paralizzarono di stupore. Un quadro dipingeva e lei nascosta dietro quell’albero, inconsapevolmente finì per rimanerne eternamente catturata… e si esaurisce in un “ah, ciao… ?” L’attrice riesce ad entrare ed uscire da Alice e da Sarah, da Sarah e da Alice, a tracciare in questo monologo di solitudine una brevissima vita di rimpianti e rimorsi, nei quali affiorano i personaggi delle cinque opere scritte per il teatro dalla drammaturga britannica.

Il regista e l’attrice, allestendo un lavoro tanto coraggiosamente, si confrontano essi stessi col l’idea di un teatro vile ed ipocrita che spingeva al silenzio, che guardava di sbieco la verità giudicandola “disgustosa sagra della schifezza”. Giovanni Arezzo ha accettato la sfida del “niente” lasciando all’attrice il compito di riempire ogni vuoto, suggerendo emozioni, proponendo momenti (quello della zanzara e della macchina per scrivere sono magnifici!) e gli accenti sono tali che sembra a tratti di vedere anche lui in scena. Alice Sgroi, consapevole di disporre di un unico livello narrante, usa tutte le valenze del suo corpo, tutte le modulazioni della voce, tutte le espressioni degli occhi per dare spessore al monologo; la si avverte regista allo stesso tempo.

Lavoro complesso e faticoso, in cui da subito sono chiari l’impegno ed il tempo trascorso a provare: nessun dettaglio mi è parso fosse lasciato impreciso. Persino il piccolo incidente con l’audio (che li ha costretti a ricominciare) è stato gestito con professionalità e sangue freddo.

 

Mi permetto una breve parentesi: entrando nel merito dello stile letterario di Sarah Kane, sorrido per l’ennesima incongruenza anglosassone: i suoi lavori, forti, espliciti venivano rappresentati al Royal Court Theatre e nello stesso tempo la critica li fustigava archiviandoli come spazzatura generata da una mente squilibrata. Probabilmente avevano dimenticato che in epoca elisabettiana e giacobina agli inglesi piacevano storie di lapidazione, cannibalismo, stupro e violenza di genere; gli spettatori non si aspettavano altro che veder scorrere sangue ed evocazioni morbose di situazioni violente.

Interessante, ben scelto e realizzato questo faticosissimo lavoro che è inserito in “Olodrammi” – dell’amore e di altre solitudini – la prossima rassegna invernale Produzione Mezz’Aria al Teatro del Canovaccio; in programma 11, 12 e 13 Ottobre; repliche 18,19, 20 ottobre al Teatro dei Tre Mestieri a Messina; 7, 8, 9 e 10 Novembre al Teatro Due di Roma.

Ben venga un teatro fatto da giovani che sanno e sanno fare, che propongono al pubblico catanese – capriccioso ed attento – un po’ di sano ed erudito ragionamento.

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