CSM, MAGISTRATI TUTELATI DALLE CRITICHE. MA I CITTADINI CHIEDONO: «CHI TUTELA NOI?»

CSM, MAGISTRATI TUTELATI DALLE CRITICHE. MA I CITTADINI CHIEDONO: «CHI TUTELA NOI?»

Dopo la richiesta di apertura di pratiche a tutela dei magistrati di Ravenna e della giudice del caso Ranucci, emerge una domanda che riguarda l’intero sistema: dove finisce la critica e dove comincia la delegittimazione? E, soprattutto, quali strumenti ha il cittadino che denuncia presunte anomalie della giustizia?

ROMA, 28 settembre 2026 – Il Consiglio Superiore della Magistratura torna al centro del dibattito pubblico.

Un gruppo di consiglieri del CSM ha chiesto l’apertura di pratiche a tutela dell’autonomia e dell’indipendenza dei magistrati interessati da due vicende molto diverse: l’inchiesta della Procura di Ravenna riguardante alcuni medici e i Centri di permanenza per i rimpatri e il procedimento davanti al Tribunale del Lavoro di Roma relativo al ricorso di Sigfrido Ranucci contro la rimozione dalla conduzione di Report.

Nel primo caso, l’attività della Procura è stata pubblicamente definita, tra l’altro, una «caccia alle streghe» e sono stati evocati addirittura «metodi da Gestapo». La definizione era stata utilizzata dal segretario della Camera del lavoro di Bologna, Michele Bulgarelli, durante le proteste contro l’inchiesta sui medici.

Secondo i consiglieri del CSM che hanno promosso l’iniziativa, espressioni di questo tipo supererebbero il confine della critica agli atti giudiziari, arrivando a mettere in discussione l’imparzialità dei magistrati e la stessa funzione giudiziaria.

Nel caso Ranucci, invece, le polemiche hanno riguardato la giudice del lavoro Donatella Casari, chiamata a pronunciarsi sul ricorso del giornalista.

Il presidente del Tribunale di Roma, Lorenzo Pontecorvo, è intervenuto pubblicamente precisando che l’assegnazione del fascicolo è avvenuta nel rispetto delle disposizioni tabellari vigenti e attraverso meccanismi automatici posti a garanzia del principio del giudice naturale precostituito per legge.

LA DOMANDA CHE ARRIVA DAI CITTADINI

La tutela dell’indipendenza della magistratura costituisce uno dei cardini dello Stato di diritto.

Ma proprio questa vicenda apre una questione altrettanto importante.

Quando è il cittadino a ritenere di essere vittima di un errore giudiziario, di un ritardo, di un’omissione o di una gestione anomala di un procedimento, chi interviene con altrettanta tempestività a sua tutela?

È questa la domanda che una parte dell’opinione pubblica può legittimamente porre.

Non significa sostenere che ogni denuncia contro un magistrato sia fondata, né che dietro ogni archiviazione vi sia necessariamente qualcosa di anomalo.

Significa pretendere che le segnalazioni dei cittadini siano esaminate e che, quando vengono prospettati fatti concreti e verificabili, arrivino risposte altrettanto concrete e verificabili.

CRITICARE UN PROVVEDIMENTO NON SIGNIFICA ATTACCARE LA MAGISTRATURA

Esiste poi un confine delicatissimo che una democrazia deve preservare.

Un magistrato deve poter svolgere il proprio lavoro senza pressioni, intimidazioni o campagne personali.

Ma il cittadino, il giornalista, l’avvocato, l’associazione o la persona direttamente coinvolta in un procedimento devono poter contestare pubblicamente un provvedimento, evidenziare eventuali contraddizioni, chiedere verifiche e domandare conto del funzionamento degli uffici giudiziari.

La stessa richiesta avanzata al CSM riconosce espressamente che provvedimenti giudiziari, iniziative del pubblico ministero e decisioni dei giudici possono essere sottoposti anche a una critica pubblica severa. Il punto controverso riguarda il momento in cui quella critica si trasforma in un attacco personale all’indipendenza o all’imparzialità del magistrato.

È precisamente su questa linea di confine che oggi si gioca una parte importante della credibilità della giustizia.

INDIPENDENZA NON PUÒ SIGNIFICARE ASSENZA DI CONTROLLO

L’indipendenza della magistratura è una garanzia per il cittadino, non un privilegio personale del magistrato.

Proprio per questo deve convivere con altri principi essenziali: trasparenza, responsabilità, rispetto delle regole processuali e possibilità per chiunque di denunciare eventuali anomalie attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento.

La fiducia nelle istituzioni non si costruisce impedendo le domande.

Si costruisce rispondendo alle domande.

Se una denuncia è infondata, deve essere possibile comprenderne chiaramente le ragioni.

Se un procedimento viene archiviato, devono operare le garanzie e i rimedi previsti dalla legge.

Se viene denunciato un ritardo, deve essere possibile verificarlo.

Se viene contestata l’assegnazione di un fascicolo, devono poter essere controllati i criteri utilizzati.

E quando vengono formulate accuse molto gravi contro un magistrato, chi le formula deve a sua volta assumersi la responsabilità di dimostrarle con fatti e documenti.

NON UNA GIUSTIZIA CONTRO I MAGISTRATI, MA UNA GIUSTIZIA VERIFICABILE

La conclusione che può emergere dal dibattito pubblico non dovrebbe essere una contrapposizione tra cittadini e magistrati.

La questione è diversa.

Una magistratura realmente indipendente non dovrebbe temere il controllo dei fatti, così come un cittadino non dovrebbe temere di rivolgersi alle istituzioni per denunciare ciò che ritiene irregolare.

Difendere un magistrato da intimidazioni e attacchi personali è compatibile con il pretendere verifiche rigorose sul funzionamento della giustizia.

Sono due facce dello stesso principio democratico.

Per questo la vicenda delle pratiche a tutela aperte davanti al CSM potrebbe diventare l’occasione per una riflessione molto più ampia.

Non soltanto:

«Chi tutela i magistrati?»

ma anche:

«Quali strumenti rendono effettiva e tempestiva la tutela del cittadino quando è proprio il funzionamento della giustizia a essere contestato?»

È su entrambe le risposte che si misura la fiducia nello Stato di diritto.

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