Deflorian e Tagliarini: la superba “Reality” del quotidiano al Centro Zo

Sovente mi sono domandata a cosa possa servire conoscere la minuziosa quotidianeità dei personaggi famosi: sapere come dormono, quando si alzano, come fanno colazione, se non ingrassano mangiando, se ingrassano facendo la fame, come trascorrono le feste, se pagano le tasse, se si sposano o convivono. E mi sono risposta che al di là di ciò che fanno, cosa per la quale sono diventati famosi, io non riesco a scorgere la straordinarietà nel loro quotidiano. Una finzione montata a dovere per dovere di marketing. Non eccepisco i passaggi per i quali alcuni personaggi possono essere presi come esempio, definiti  “guru”, ma avvaloro ancora una volta il detto orientale che recita “guardare dal buco della serratura casa altrui e trascurare la propria”, non è cosa buona. E’ vero che ci troviamo in un’epoca in cui si prova poco interesse per tutto quello che esula dal proprio peso, dal proprio aspetto, dal proprio cellulare; dal proprio “io obeso”. Non sappiamo cosa siano i doveri verso la società, ma parliamo di “must”, ci riempiamo la bocca di parole che non sappiamo scrivere e pronunciare perchè si legge pochissimo. Le nostre cellule s’impigriscono e ci ritroviamo seduti sul divano di casa con la bocca spalancata a guardare ogni tipo di “reality” in cui per interminabili giornate persone come noi espongono pubblicamente il proprio finto, costruito e chiassoso privato. Non ci si affaccia dal balcone, non si riconosce il vicino di casa, non si apparecchia più la tavola, non si esce a godere dell’aria aperta.

Dice Daria Deflorian ” come quella canzone che pensi che ti piace mentre l’ascolti, e nel frattempo non la senti più, perché ti sei distratto a pensare che ti piace”.

Prescindendo dall’assensa di alcuni comportamenti sociali e familiari, ciò che arriva vicino allo zero è l’attenzione che poniamo verso la vita, una concatenazione di eventi spontanei, voluti, cercati afferrati e sfuggiti. Nell’ordinario che affrontiamo con superficialità, spostando sempre l’ansia verso quello che dobbiamo ancora fare – che a sua volta diventerà un presente che si affronterà dunque con distacco – ci perdiamo di prestare attenzione alle piccole cose, ai dettagli, ai riti, ai cicli, alle azioni quotidiane e a quelle occasionali. E’ questo un atteggiamento “psicotico-ossessivo-compulsivo”?

Al Centro Zo, lo scorso fine settimana, ha avuto luogo uno dei lavori più interessanti e carichi di fascinazione a cui abbia assistito durante questa stagione: “Reality”, con l’Ideazione e performance di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini.
Disegno luci: Gianni Staropoli; Collaborazione al progetto: Marzena Borejczuk; Direzione tecnica: Giulia Pastore.
Produzione: A.D., Festival Inequilibrio/Armunia, ZTL-Pro. Si avvale del contributo della Provincia di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali ed è realizzato In collaborazione con Fondazione Romaeuropa e Teatro di Roma.

      

Daria Deflorian (Attrice, autrice e regista di spettacoli teatrali) e Antonio Tagliarini  (Performer, autore, regista e coreografo) dal 2008 hanno dato vita a una serie di progetti, spettacoli e site specific. Il primo lavoro nato da questa collaborazione è Rewind, omaggio a Pina Bausch (2008). Nel 2009 hanno portato in scena un lavoro liberamente ispirato alla filosofia di Andy Warhol. Tra il 2010 e il 2011 hanno lavorato al Progetto Reality per il quale Daria Deflorian ha vinto il Premio Ubu 2012 come miglior attrice protagonista.
Nell’autunno 2012 sono stati invitati dal Teatro di Roma a partecipare al progetto “Perdutamente”, durante il quale i due artisti hanno iniziato a lavorare su Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni,  lavoro che ha poi debuttato l’anno successivo al Romaeuropa Festival. Lo spettacolo ha vinto il Premio Ubu 2014 come novità italiana o ricerca drammaturgica e nel 2016 il Premio della critica come miglior spettacolo straniero in Quebec, Canada.  Verso la fine del 2015, “Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni” e “Reality” sono stati presentati al Festival
d’Automne di Parigi, prima tappa di una tournée internazionale che li ha condotti in Francia, Svizzera, Germania e Canada.

       

Tre dei loro testi sono stati raccolti in un volume, Trilogia dell’invisibile (Titivillus, 2014).
Dal 2014 insegnano regolarmente sia insieme che individualmente a professionisti del teatro e della danza.
Nel 2017 hanno iniziato a lavorare sul loro prossimo progetto, liberamente ispirato al film di Michelangelo Antonioni, “Deserto Rosso”.

<<Ci siamo incontrati quando già avevamo una nostra natura individuale di artisti, avevamo fatto esperienza da soli e con altri e non avevamo così bisogno di un altro, avendo assodato comunque una nostra forza>>, dichiara Daria, <<magari con una affermazione artistica ancora da curare, abbiamo cominciato con singoli progetti, entrando in sala prove non con l’idea di vendere un lavoro, non di fare una compagnia. Proprio la mancanza di grandi scopi ha creato un lavoro che l’esterno ci ha fatto capire fosse sulla strada giusta, aprendo al pubblico quello che stavamo provando. Come performer, non ci troviamo a nostro agio dentro una rappresentazione un po’ chiusa e finita; questo processo di infinitezza di aprirci a progetti successivi ci appartiene di più. Ci muoviamo concretamente in spazi reali, senza avere idee troppo precise di scenografia o di luogo, un qui e ora che viene dal lato performativo  del nostro percorso, accogliamo il teatro non nel suo centro, ma nelle sue periferie. E questo aggiunge un desiderio di altrove, oltre allo spazio reale si sovrappone lo spazio immaginario che non costruiamo se non che con un elemento, la parte per il tutto. Il lavoro che facciamo con Antonio è quello di togliere piuttosto, perchè non c’è nulla che parla come il vuoto.>>

    

Reality dunque è la storia di una singolare e precisa abitudine della signora Janina Turek, una comune donna polacca che dal 1943 sino al 2000, annotò in 748 quaderni, divisi per 33 argomenti, tutti i propri avvenimenti e non quelli dei figli o del marito, ma soltanto dati relativi a se stessa. Ovvero, quante telefonate a casa aveva ricevuto e chi aveva chiamato (38.196); dove e chi aveva incontrato per caso e salutato con un “buongiorno” (23.397); quanti appuntamenti aveva fissato (1.922); quanti regali aveva fatto, a chi e di che genere (5.817); quante volte aveva giocato a domino (19); quante volte era andata a teatro (110); quanti programmi televisivi aveva visto (70.042). Lei lo decide quel giorno del 1943, mentre si stava pulendo le scarpe su uno zerbino, la borsetta piena di soldi sotto al braccio e le chiavi di casa in mano: era andata a cercare il denaro, chiedendolo a tutte le persone che conosceva, per fare liberare il marito preso prigioniero dai tedeschi e deportato in un campo di concentramento. Ebbene, pulendosi le scarpe, con le chiavi in mano e la borsetta sotto al braccio, rimane improvvisamente folgorata da una decisione, quella di cominciare ad appuntare tutti i dati relativi alle proprie azioni. Perchè?  Quale valore posseggono gli atti quotidiani per meritare di essere ricordati con tanta precisione? “Cos’ è reale? il buco nero o la luce intorno ad esso?” La figlia, che alla morte della mamma – avvenuta per strada e causata da un infarto – ritrova questi diari conservati con cura, suddivisi per trentatrè argomenti, dichiara il proprio stupore per non essersi mai accorti, nessuno della famiglia, che la madre avesse quest’abitudine.

Lo spettacolo nasce nel 2011, dopo essere venuti a conoscenza del lavoro del giornalista e scrittore  Mariusz Szczygieł  interessato a ricostruire la storia attraverso le testimonianze della gente comune. All’età di 19 anni, cominciando la sua attività di giornalismo ed avviandosi agli studi universitari, Mariusz Szczygieł aveva realizzato un documento ritenuto di grande rilevanza storica e sociale, scrivendo di una prostituta omosessuale e da lì, aveva cominciato a soffermarsi sulla vita degli omosessuali polacchi, concludendo con un pregiato repotarge sulla loro vita. Parlerà di anche di “onanismo”, suscitando contrapposte reazioni; nel 2007, scriverà “Gottland” che diviene in breve tempo una delle migliori pubblicazioni di “letteratura sotto le spoglie del reportage”. In esso, la storia, fra le altre, di Bata, nipote di Franz Kafka. Inoltre, lo scrittore polacco vuole scrivere adesso  la storia della Polonia, valutando possibilmente le storie semplici delle donne, spesso estromesse dai panorami già consolidati. La figlia di Janina, leggendo l’annuncio, gli fa recapitare i diari della madre e Szczygieł si rende immediatamente conto del valore unico e memorabile di quel patrimonio di meticolosi appunti registrati con ordine e metodo per quasi sessant’anni. Nel reportage dal quale Daria Deflorian ed Antonio Tagliarini apprendono questa fantastica storia, il giornalista definisce: “Nella routine quotidiana succede sempre qualcosa. Sbrighiamo un’infinità di piccole incombenze senza aspettarci che lascino traccia nella nostra memoria, e ancor meno in quella degli altri. Le nostre azioni non vengono infatti svolte per restare nel ricordo, ma per necessità. Col tempo ogni fatica intrapresa in questo nostro quotidiano affaccendarsi viene consegnata all’ oblio. Janina Turek aveva scelto come oggetto delle sue osservazioni proprio ciò che è quotidiano, e che pertanto passa inosservato.”

Ed ha luogo uno site specific, durante il quale gli attori cominciano a nutrirsi di questo personaggio, senza portarlo in scena, ma provando a vederlo l’una e poi l’altro; l’altro e poi l’una… Un esilarante inizio sulla postura pertinente che un attore dovrebbe assumere per sembrare morto nel modo più naturale e sulla opportunità che si dovrebbe poter godere cinque minuti al giorno per sembrare morti ed essere lasciati un po’ in pace, rompe l’attesa dei due performer che avviene mentre il pubblico prende posto. Sul lato corto del palcoscenico, essi hanno tutto l’occorrente in scena, poche cose che sposteranno  sperimentando ogni sfumatura da conferire al personaggio di Janina per renderlo ciò che sembra trasparire dai diari. E per farlo, si estraneano dal giudizio e liberano lo spettatore dal compito di trovare una morale. Con qualche breve sosta per guardare un punto al di sopra delle luci, come a cercare la stessa Janina, a visualizzare l’ambiente domestico, lo zerbino, l’asfalto, cercando di assumerla ancora di più da distesa sull’asfalto, da seduta sulla poltrona, mentre si rammarica in polacco di aver danneggiato il telecomando. Essi provano ad entrare nella quotidiana normalità di un personaggio anonimo che di straordinario ha questo gigantesco patrimonio di informazioni appuntate con cura e calligrafia ordinata su 748 quaderni divisi per 33 argomenti. Cosa può esserci di straordinario in una tazza di caffé nero bollente che si rigira per le mani? No..questo lo hanno aggiunto loro, non è accaduto…Una tazza che viene con rabbia scaraventata contro una parete sulla quale si rimane ad osservare le tracce che scivolano verso il pavimento? …no, questo non c’era; lo hanno aggiunto gli attori. Quello che s’intuisce nell’ordinarietà della sua vita è che Janina sarà lasciata dal marito, che i figli crescerannno e prenderanno le proprie strade perchè lei comincerà a registrarli sotto le voci “visite annunciate” oppure “visite inattese”. Che gli avvenimenti, via via si assottiglieranno perché sta invecchiando, ma niente oltre il proprio placido orizzonte quotidiano.

Ho raccontato questo spettacolo ad alcuni amici, in famiglia: mi ha talmente riempito di emozione che ne ho dovuto necessaramente trasferire una parte su chi ho incontrato nella prossimità della sua conclusione; al mio racconto, la prima domanda è stata puntualmente “ma questa Janina era affetta da un qualche disturbo?”. Mi rendo conto che in teatro assistendo al lavoro, io questa domanda non me la sono fatta.

In un mondo che non si affaccia più dal balcone, che tiene gli usci serrati ma che guarda tutto attraverso un monitor, Antonio Tagliarini e Daria Deflorian  in una proposta d’ascolto senza un inizio e senza una fine, componendo ed illuminando e poi scomponendo e riordinando, manifestano la suprema bravura di tirare lo spettatore dentro la storia. E non parlo di ipnosi, di malia; bensì di condivisione, parola che oggi, infine, come reality, è tanto usata.

“Realtà, reality senza show, senza pubblico. Essere anonimi e unici. Speciali e banali. Avere il quotidiano come orizzonte…”

 

 

 

“Se dopo la mia morte volessero scrivere la mia biografia, non c’è niente di più semplice. Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte. Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei”
(Fernando Pessoa)

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