Antigone allo Stabile di Catania ovvero la rappresentazione simbolica del Potere e delle sue degenerazioni

 

C’era il pubblico delle grandi occasioni alla prima del Teatro Stabile di Catania, al Teatro Verga l’altra sera, con il Jet Set catanese schierato a plotoni e compagnie a difesa  e ostentazione delle poltrone migliori. Per uno che, come me, partecipa da molte lune a questo spettacolo, fa una certa impressione osservare che ad ogni cambio di gestione, immediata conseguenza delle mutazioni politiche degli enti proprietari, cambia la geografia del Jet Set. I volti noti alle volte (come la presente) si riducono al venti per cento, segno di uno spoil sistem bidirezionale: passato e presente si ignorano a vicenda.

Ma andiamo al sodo: si dava l’Antigone di Sofocle, 2500 di tragedia sempre uguale e sempre attuale. Un “mito fertile”, come ci dice Laura Sicignano che ha curato la regia e la traduzione (assieme ad Alessandra Vannucci), “che non smette mai di parlare al presente e di generare riflessioni sulla società di ogni epoca”. Il ruolo di Creonte è impersonato da un collaudato Sebastiano Lo Monaco, mentre ad Antigone presta corpo e anima Barbara Moselli, Lucia Camalleri (Ismene), Egle Doria (Euridice), Luca Iacono (Emone), Silvio Laviano (Messaggero) e Franco Mirabella (Tiresia). Un collettivo che ha funzionato bene ma non si sono viste stelle brillare. Il personaggio la cui composizione  appare più riuscita è senz’altro il messaggero/primo soldato di Silvio Laviano. E’ piaciuta la regia, sobria, efficace e snella. Una menzione particolare meritano i costumi e ancor più le scene (la scena, sarebbe meglio) di Guido Fiorano che hanno accompagnato il recitare e le atmosfere conseguenti in un lodevole equilibrio.

Antigone è la rappresentazione simbolica del Potere e delle sue degenerazioni contrapposto all’Amore, al rispetto del sentimento, a ciò che è il bene di tutti. La vicenda prende spunto dal dramma dei due figli e delle due figlie di Edipo. Polinice morto dando l’assalto a Tebe e Eteocle difendendola. Il re Creonte decreta che il cadavere del primo venga lasciato ai corvi mentre Eteocle sarà sepolto come un caduto per la patria. Anche le due sorelle sono molto diverse. Ismene è obbediente alla legge che a quei tempi coincide con il decreto del re, mentre Antigone ricorda che, da che  gli umani si scoprirono umani, la prima norma è stata seppellire ritualmente i morti. Così Antigone seppellisce Polinice di nascosto. Scoperta, Creonte la condanna ad essere sepolta viva in una grotta. Antigone rispetta le leggi non di ieri né di oggi ma di sempre, e se il rispetto è uguale nel tempo, anche ai morti si deve lo stesso rispetto dei vivi. Per Creonte e per Ismene questo è incomprensibile; per loro il tempo è la giornata e la società è il villaggio. Di fronte al destino di Antigone, Emone, figlio di Creonte e promesso sposo della fanciulla, si uccide. Per la disperazione anche Euridice, madre di Emone e sposa del re, si uccide. Creonte che si credeva invincibile resta solo e disperato.

Alla conclusione del dramma, è evidente che l’unica giustizia è quella di Antigone. La fantasia inconscia della società in cui Sofocle operava è espressa con estrema chiarezza. L’Etica che si riduce a regola, a governabilità falcia la vita intorno a sé. Le morti intorno al re simboleggiano che ciò che nasce da lui – suo figlio – o a lui è vicino – Euridice – non ha futuro. Antigone è sepolta viva, resta invisibile, tuttavia la Giustizia che ella rappresenta continua a respirare.

Quando il bene si dissecca riducendosi a norma, la cura del male richiede l’autonomia del cittadino di fronte al re, della donna di fronte all’uomo, dell’ispirazione di fronte alla rigida regola; per questo siamo e resteremo contro Ismene e, anche sepolti vivi, con Antigone.

Matteo Licari Autore
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