Willy, ucciso dal branco, parla il coach: “Morto per le arti marziali? No, quello è un pestaggio.”

La comunità marziale condanna duramente i fatti di Colleferro, e prende le distanze dai violenti.

Un ragazzo della provincia romana, i suoi vent’anni e il sogno di lavorare in cucina, grazie al titolo di studio conseguito all’alberghiero.
Quattro bulli di periferia con un’attenzione maniacale alla forma fisica, con un discutibile culto dell’immagine, una passione per i tatuaggi e per lo sport da combattimento.
Gli inquirenti cercano di ricostruire con dettaglio, il clima in cui è maturato l’efferato delitto del quale è rimasto vittima il giovane Willy Monteiro Duarte, il ventunenne di origine capoverdiana barbaramente ucciso nella notte tra sabato domenica scorsi.
Più di una fonte giornalistica ha posto l’accento sulla preparazione sportiva dei presunti assassini del povero Duarte, assidui frequentatori delle palestre, nelle quali viene insegnata e praticata una disciplina importata dagli Stati Uniti, l’MMA, acronimo di Mixed Martial Arts, una disciplina di combattimento nella quale convivono colpi, prese, lotta e leve articolari.
Abbiamo raggiunto telefonicamente il Maestro Nicola Angelo Spinella, insegnante di MMA e Grappling, per ascoltare la voce della comunità sportiva finita improvvisamente sotto i riflettori.

D: Come hai accolto la notizia che ascrive ad alcuni praticanti della disciplina che insegni, la colpa di aver ucciso un giovane di ventun’anni?.

R: “Come vuoi che l’abbia presa… (sospira). Un ragazzino pestato da quattro energumeni, sembra più un atto di bullismo che un incontro di arti marziali miste. Non capisco cosa c’entrino le arti lottatorie.”

D: Cosa intendi?

R: “Che un vero praticante di sport da combattimento, magari un agonista, non si spingerebbe a tanto; certo, si sa che negli ambienti ci sono teste calde, ma sempre più spesso vengono emarginate. Non è piacevole sciropparsi cento chilometri di strada, magari in una domenica sottratta agli affetti più cari, per poi andar a litigare con qualcuno al quale non sta bene una decisione arbitrale, nel corso di una gara. Portiamo i ragazzi a divertirsi, si combatte in sicurezza, con guantoni, caschetti, paratibie. I professionisti guadagnano, e combattono con guanti più piccoli, e possono farsi più male: ma sono allenati ad evitare che accada. Quei ragazzi non mi sembrano professionisti, hanno solo sfogato il loro dilettantismo in maniera brutale, su chi non poteva nuocergli. Ne conosco diversi, di praticanti veri, che li avrebbero messi a dormire per un po’…”

D: Pensi che la disciplina praticata possa aver influito nell’atteggiamento del branco?

R: “Dobbiamo sgombrare il campo da equivoci: sicuramente le arti marziali miste sono uno sport da combattimento che mette a dura prova chi lo pratica; la preparazione fisica è spinta al limite, lo scontro è sicuramente cruento. A lottare sono due atleti, di pari categoria di peso, e ti assicuro che quando m’è toccato fare il match maker (chi decide gli abbinamenti in un torneo di MMA, n.d.r.) ho spesso annullato incontri in tabellone, poiché magari sarebbero stati combattuti tra persone che non avevano il medesimo livello di preparazione. Chi metterebbe un dilettante al primo incontro, contro un professionista consumato?
Per la coscienza in primis, e lo spettacolo in secondo luogo, non ho mai accettato.
La disciplina praticata c’entra con l’aggressione? Non più di quanto il football americano c’entri nella storia di Oj Simpson, ricordi? Aboliamo la corsa, perché Pistorius sparò alla fidanzata? No, semplicemente alcune persone hanno un’impulsività e una violenza che si scatena all’istante. È vero che esistono pessimi maestri, ma è pur vero che possono esistere allievi un po’ più complessi…”

D: Secondo te queste discipline possono essere insegnate a chiunque? O meglio, avresti accettato nel tuo team quella tipologia di allievo?

R: “Dici uno imbottito di steroidi, con i tatuaggi e le sopracciglia ad ali di gabbiano? Bah, non sono esattamente il tipo di allievo che prediligo, ma  forse sì, e magari gli avrei fatto capire che la violenza non è la strada da intraprendere, che lo sfogo delle pulsioni bestiali non è la scelta giusta, che le frustrazioni si sfogano sul sacco, e non su una persona inerme, per di più sulla strada durante una rissa. È una vera tragedia, se il percorso di formazione di questi assassini fosse stato quello giusto,oggi quel ragazzo sarebbe vivo, e quei quattro criminali  starebbero lavorando in una pizzeria, o a riparare autovetture. In un colpo solo si sarebbero potute salvare cinque vite.  Credo fortemente nel lavoro di redenzione che noi coach possiamo offrire, in casi come questi. Un vero insegnante non esalta il lato violento della competizione, pensa piuttosto alla tecnica e al rispetto delle regole, che nonostante la campagna denigratoria di certa stampa, ci sono e vengono rispettate dalla maggior parte dei praticanti. I ragazzi guardano al tecnico come un modello da seguire, e parlare di violenza non è mai opportuno quando si riveste un ruolo come il mio. Di certo nel mio team non figurano elementi del genere, né potrebbero trovarvi spazio. I miei ragazzi sanno perfettamente che, se utilizzassero fuori dal tatami quello che imparano in palestra, sarebbero immediatamente espulsi dal team. Per quello non lo fanno, non vorrei avere più a che fare con loro, e non avrebbero chi chiamare per parlare dei problemi con la fidanzata, o se magari restano a piedi con la macchina. Io propongo loro una strada da seguire: lealtà, correttezza, rispetto. La violenza è un’altra cosa, e non saprei come insegnarla.”

D: Pensi che tuttavia una preparazione marziale possa costituire un’aggravante nel caso in oggetto?

R: “È sicuramente una questione più giuridica che sportiva: certo, un soggetto ben allenato e istruito nel scontro fisico ha probabilmente un’arma in più, rispetto a chi non è avvezzo al combattimento, ma questo è un campo che non mi compete. Se dipendesse da me costituirebbe un’ aggravante, specialmente per chi pratica questa disciplina: se devi proprio difenderti, sai come farlo senza nuocere oltremodo al tuo avversario. Willy non è morto durante un combattimento, per un caso fortuito, ma è stato vittima di un vile  pestaggio, a opera di infami.  E questo  coi fatti in oggetto c’entra ben poco, e mi compete ancora meno…”

D: Perché non ti compete?

R: “Non stiamo commentando un’azione tecnica, una fase di lotta al suolo, uno strangolamento o una leva articolare: stiamo parlando di un’efferata aggressione, ai danni di un ragazzo inerme, leggero, privo di qualsivoglia addestramento marziale. La mia competenza può fermarsi al lato sportivo della vicenda, e di sport in questa storia non riesco proprio a vederne. Sì, ho capito che vuoi farmi dire qualcosa sul ground and pound (l’azione tipica dell’MMA, in cui è consentito colpire l’avversario al suolo, n.d.r.), ma un pestaggio non è MMA, e quello non è gnp. È una fase di esclusiva pertinenza del mondo professionista, e quando si è in quattro contro uno non è certo professionismo. È vero, puoi colpire un avversario al suolo: ma quello che sta giù sa come difendersi, ed eventualmente reagire; e poi c’è un arbitro che ferma tutto, se la situazione diventa pericolosa. E qui stiamo parlando di sport, ma sono profondamente amareggiato: la stampa ci dà addosso, senza conoscere i sacrifici che noi coach facciamo, per mandare avanti una passione. Non posso escludere che nell’ambiente ci siano rissaioli che non hanno alcunché di marziale, ma quelli possiamo trovarli anche da altre parti. Vogliono colpevolizzarci, perché il regolamento è un po’ estremo. Ma qui stiamo sempre parlando di un violento atto di bullismo, e lo sport non è protagonista, nonostante l’incompetenza di buona parte della stampa italiana, che ha subito voluto ricollegare l’accaduto con uno sport da combattimento..”

D: In effetti Giannini è stato il primo ad aver chiesto la chiusura delle palestre, e il divieto di pratica per la disciplina.”

R: “Giannini chi? Quello del giornale degli Agnelli (La Stampa, n.d.r.). Ah (ride). Ma che ne può sapere Giannini delle arti marziali? Voglio dire, non mi pare abbia una particolare competenza in merito… Pratico arti marziali dal 1992, insegno da diversi anni, e penso di avere le competenze per dire che Giannini ha detto una sciocchezza, dettata dall’ignoranza. Chiudiamo gli stadi forse, perché i tifosi talvolta si aggrediscono?  Vuoi forse farmi credere che adesso tutti i reati violenti vengono perpetrati da chi pratica MMA? Giannini ha perso l’occasione per tacere, o magari ha dimenticato che un professionista campano, Davide Di Chiara, tempo addietro bloccò due malviventi, nell’atto di scippare una donna in dolce attesa.Fu anche premiato dal suo comune di appartenenza, per il servizio reso alla comunità. In quel caso andavano bene, le MMA?”

D: La tua è una difesa a tutto spiano, del mondo delle MMA.

R: “Perché chi si avvicina a questo sport lo fa essenzialmente per passione, o per una forte motivazione: spesso è il ragazzino bullizzato, che deve vincere il proprio demone, altre volte la semplice voglia di sentirsi più prestanti, e lì spetta al maestro il compito di limitare le eventuali esuberanze del singolo, anche a costo di perdere l’allievo. A giudicare dalle pagine dei giornali questi ragazzi erano soliti dar fastidio in giro, così come farebbe una qualsiasi gang di bulletti delle nostre periferie, e anche un mio collega istruttore in Colleferro mi ha confermato la circostanza. La comunità marziale prende le distanze da questi gesti, che di nobile e leale hanno ben poco. Consentimi il sarcasmo: per quanto possa sembrare strano, io e tanti miei colleghi proviamo a instillare valori forti nei ragazzi che seguiamo, tant’è che non abbiamo mai ricevuto lamentele in tal senso.”

D: Cosa ti senti di rispondere a coloro i quali vedono un accostamento tra questo fatto di cronaca, le palestre, e l’appartenenza ad alcuni specifici ambienti politici?

R: “Politica? Comincio ad avere il dubbio che tu abbia contattato la persona sbagliata. Non sono un esperto di risse, e tantomeno di politica. Cercare un capro espiatorio in questo momento di dolore è da vigliacchi. Piuttosto che cercare fantasiosi collegamenti strumentali, mi preoccuperei dei precedenti per rissa e spaccio di stupefacenti. Con quel curriculum sul mio tatami non sarebbero stati ammessi. Io penso che talvolta ci si debba semplicemente fermare, e accettare il fatto che possano esistere persone più violente e spietate di altre, dalle quali prendo le distanze, indipendentemente dalla scuola di appartenenza e dalla fede politica, religiosa, sportiva. Certo, se saltasse fuori che l’aggressione è stata motivata da ragioni politiche, sarebbe gravissimo: in palestra si è tutti uguali, non importa se sei bianco, nero, musulmano, gay, o della Juventus. Vige l’uguaglianza, e non c’è spazio per la discriminazione. Pensi davvero che quattro ragazzi, che sembrano pettinati con la corrente della presa elettrica, capiscano cosa sia un odio politico?  Le discipline che pratico e insegno non hanno a che vedere con chi uccide vigliaccamente un ragazzino, prendendolo a calci mentre giace a terra. Forse dovresti intervistare uno psicologo, lui sì che potrebbe spiegarti cosa si annida in certe menti malate…”

D: È impossibile però ignorare l’aspetto razzista della vicenda.

R: “Razzismo? Non saprei. Perché il povero Willy era originario di Cabo Verde? Non credo abbia influito più di tanto. Se conosco un po’ la mentalità di quella tipologia di soggetti che hanno aggredito il compianto Willy, non è tanto il colore della pelle ad averli stimolati, quanto il suo aspetto minuto. Hanno capito che potevano aver facilmente la meglio, un po’ come i Carabinieri che pestarono Cucchi. Questi branchi agiscono così: vedono la possibilità di poter avere la meglio su una preda, e agiscono come gli animali. Solo che questi ultimi lo fanno per istinto, per fame, o per altri motivi. Quattro ragazzetti come quelli  lo fanno esclusivamente per imporre il proprio dominio su chi considerano fisicamente  inferiore. Potrei dirti che di incontri di MMA ne ho arbitrati tanti, anche tra ragazzi italiani e immigrati, e ogni volta è finita abbracciandosi pacificamente alla fine della contesa. Ma quelli dei fatti di Colleferro non sono combattenti di MMA, sono solo criminali.
No, non ci vedo razzismo, ma tantissima ignoranza e una violenza sconsiderata.”

L’imponente esposizione mediatica della vicenda ha generato un dibattito che ha colpito la comunità marziale italiana. Considerata la gravità dei fatti, la giustizia dovrebbe essere esemplare per essere da monito a quanti pensano di emulare queste gesta. Nel sistema penale italiano per omicidio preterintezionale il massimo della pena per i colpevoli non supera i 16 anni. Il sistema del patteggiamento li riduce a 8. Con i benefici della legge carceraria, dopo 4 anni si può uscire dal carcere. Possibile che la vita di una persona possa valere solo 4 anni di carcere? C’è molto che non va nel nostro sistema penale, pensiamo che sia da rivedere l’applicabilità del patteggiamento per i reati contro la persona.

 

Carla Licari Autore
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