Vincenzo Pirrotta in scena al TSC con L’Uomo dal fiore in bocca / Nella mia carne

Si entra in sala, al Teatro Verga, dopo aver visto nel foyer l’intrigante mostra “I Pirandello. La famiglia e l’epoca per immagini”. Quelle fotografie aprono un mondo, sono una guida e fanno meglio comprendere il testo teatrale che sta per andare in scena: “L’Uomo dal fiore in bocca”, atto unico di Luigi Pirandello, datato 1923, quando le ferite della recente guerra e le tensioni sociali e politiche laceravano le coscienze con una irriducibile consapevolezza: tutto può cambiare in peggio, tutto può finire da un momento all’altro. Anche il protagonista della pièce ha i giorni contati. Un brutto male, un epitelioma sotto il labbro, è il suo disgustoso fiore in bocca.

Vincenzo Pirrotta (che cura anche scene e regia) è l’interprete: il suo stile recitativo concitato o si ama o si odia (io lo amo). Al suo fianco Giuseppe Sangiorgi, attore che in scena anche danza e canta. Le musiche originali di Luca Mauceri e le luci di Gaetano La Mela sottolieano il testo pirandelliano incentrato sul difficile rapporto dell’uomo con la morte.

Il protagonista ad alta voce sussulta. La sua personale strategia per proteggersi dalle angosce di una esistenza a termine consiste nel fermarsi a guardare per ore la vita degli altri, degli sconosciuti, dei passanti, di chiunque lo incuriosisca (come fa oggi chi, per sconfiggere il male di vivere, indugia su facebook: genialaccio di un Pirandello!). Considera il matrimonio la sua ultima prigione; l’afflitta consorte è per lui una persecutrice.

La donna non compare mai in scena; ma tuttavia è, con il suo eterno femminino, la personificazione stessa del male. Il perchè è presto detto: all’epoca di Pirandello certi medici consideravano contigui l’epitelioma e la sifilide; proprio la sifilide ossea, malattia sessualmente trasmissibile, veniva scoperta con il sussidio della diagnosi radiologia: sarà per questa ragione che Vincenzo Pirrotta ha messo in scena decine di lastre di raggi X, appesi al graticcio metallico, così come si faceva un tempo nelle sale celtiche o nei gabinetti medici?

Bisognerà aspettare venerdì 15 novembre per avere una risposta a questa domanda: quel giorno, nella tribuna del Teatro Verga, gli artisti incontreranno il loro pubblico e risponderanno a domande e curiosità come questa: la lampada violacea che oscilla minacciosa in scena è forse il simbolo stesso dell’epitelioma?

Dopo aver recitato “L’uomo dal fiore in bocca”, Vincenzo Pirrotta ha proposto il suo monologo “Nella mia carne”, continuazione ed epilogo del testo pirandelliano. Pirrotta, che è anche drammaturgo, ha qui creato un ordito intessuto con i fili più caretterizzanti le trame del grande agrigentino: le maschere, la precarietà e le avversità, la religiosità cupa, la memoria, le ceneri. La nudità finale dell’attore è vera come la verità del teatro di Pirandello.

Lo spettacolo, inserito nella stagione del TSC, è prodotto in collaborazione con il Complejo Teatral de Buenos Aires, dove è già andato in scena con gli auspici dell’Istituto Italiano di Cultura. Sempre a Buenos Aires è stata anche ospitata la mostra fotografica “I Pirandello La famiglia e l’epoca per immagini”, a cura di Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla, il cui catalogo è edito da La nave di Teseo. Con lo stesso titolo, la medesima casa editrice ha pubblicato un più ampio saggio illustrato (con oltre 630 foto!), sempre a cura di Sarah Zappulla Muscarà ed Enzo Zappulla.

“L’Uomo dal fiore in bocca / Nella mia carne” è in scena sino al 17 novembre.

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