“Tutti abbiamo bisogno di amore!”: le “Attrazioni Cosmiche” di Elisa Franco.

Trascorsa la stagione estiva, è tempo di riaperture teatrali, rassegne, nuovi appuntamenti, ennesime scommesse; chi ama il teatro, chi ne è incuriosito, in questo periodo dispone di scelte ampie e variegate. Un’occasione golosa è costituita dalla rassegna programmata dalla Carrozza degli Artisti che sabato 5 ottobre ha esordito con “Attrazioni Cosmiche”, tratto dal romanzo scritto dall’autrice Rai Giovanna Chiarelli (intitolato in realtà “Orgasmo cosmico – disperato bisogno d’amore”, self-publishing del 2015) ed adattato dal siciliano Marco Cavallaro (entrambi in foto).

Durante la giornata di San Silvestro, in una panineria ci si organizza per accogliere centosettanta ospiti al cenone dell’ultimo dell’anno, dunque tutti i lavoranti giungono prestissimo: Marcella, la proprietaria (Elisa Franco), Walter, il socio/cuoco (Alex Caruso), Giorgia, la cameriera (Laura Giordani), Riccardo, il cameriere (Alberto Abbadessa); poi, l’agente di zona, Emma (Viviana Toscano) Barbara, amica di Marcella (Alice Ferlito) e Davide, marito di Marcella (Massimo Magnano). Sarà che si teme di non riuscire ad assolvere a tutte le richieste di un gruppo così alto di clienti, che un paio di camerieri si sono defilati, che è stata pagata una cartella esattoriale abbastanza esosa; sarà forse per una congiunzione astrale sfavorevole, ma l’umore di tutti sembra guidato da un senso di inquietudine che si moltiplica e risolve in un’isteria di gruppo.

Ci si accusa, schermisce, giustifica, ci si abbraccia e ci si confessa, scoprendo altarini sospettati ma inattesi. Un fluido che scivola attraversando ciascun personaggio egregiamente interpretato: ribadisco Elisa Franco come una bravissima regista, ancora una volta (dopo “La rosa tatuata”) esprime coraggio nel mettere in scena lavori con un generoso numero di attori e capace di far esporre ciascuno traendone le caratteristiche del personaggio da fargli interpretare.

Il primo ad apparire sulla scena è Walter/Alex Caruso, preoccupato per la spesa in dispensa perché teme non basti e per le corna che gli ha messo cinque mesi addietro la moglie: rende benissimo il personaggio con un rimpiattino fra il tormento e la rigidità, lo smarrimento e la determinazione. E’ il primo della storia che assume in sé, come un grande punto interrogativo, le incompiutezze di tutti gli altri. Sulla scia delle sue ansie, a brevi intervalli, intervengono nel primo atto, le tre figure femminili: Laura Giordani/Giorgia, Marcella/Elisa Franco ed Emma/Viviana Toscano.

Semplicemente straordinaria Laura Giordani, è una cameriera rotondetta ma agile, afflitta dalla storia d’amore avuta con il collega Riccardo; esprime ironia al vetriolo con l’uso di una mimica esaustiva e divertente. A lei si ascrivono tutti i momenti più esilaranti della vicenda. A lei e a Viviana Toscano nelle vesti di una bambola in tailleur, sicuramente leggera e briosa con un ritardo di comprensione rispetto alle battute ma un’inclinazione alla saggezza. E’ bravissima, in special modo nel secondo atto quando entra in scena completamente ubriaca per aver brindato con i clienti invece di servire loro le portate del cenone. Vista la scorsa primavera ne “La Rosa Tatuata” rivestire un ruolo drammatico, lascia sbigottiti questa performance dalle caratteristiche opposte: sembra semplice storpiare la voce e dondolare un po’ per imitare lo stato di ebbrezza, ma così non è se la resa deve essere veritiera e non caricaturale. Marcella/Elisa Franco, poliedrica, convince anche in questo ruolo che si muove ai margini dell’esaurimento nervoso; alle prese con i tentativi di far quadrare i conti, piazzare i bambini, pagare le tasse, è il riferimento del socio e dei dipendenti nella finzione; così come, nella realtà riesce ad essere attrice e regista allo stesso tempo.

Alice Ferlito/Barbara giunge a sorpresa nel secondo atto preoccupata di voler chiarire una faccenda con l’amica Marcella: tutti la sconsigliano, e lei resta, celandosi. Cosicché dal suo nascondiglio, viene a conoscenza di dettagli e rivelazioni su un certo “sovraffollamento”. La mia stima per la versatilità dell’attrice è confermata ed arricchita anche da questa ulteriore performance, un ruolo brillante a cui lei, capace di autonomia nelle scelte espressive del personaggio, conferisce spessore. Alberto Abbadessa/Riccardo è giusto l’elemento di disturbo, allo stesso momento rivelatore di tutta la giostra impazzita; il ruolo di chi finalmente e per caso smonta un castello di omissis. Miccia che accende gli animi già infervorati di tutti i personaggi, egli stesso una pedina come gli altri, certamente più esplicito. Sebbene in alcuni momenti i suoi movimenti fossero un pochino incartati, è più spigliato rispetto al marinaio de “La Rosa Tatuata”; il ruolo “gli dona” senza ombra di dubbio: convince divertendo. Un magnifico gruppo di attori con ruoli autonomi e ben tratteggiati e resi dalla regista, a cui, ahimè, poco si lega l’attore scelto per interpretare il marito Davide.

Una commedia che non subisce pause, con una parabola narrativa sempre ascendente, nella quale, (forse per un mio limite in tal senso) si potrebbe soltanto ritoccare l’uso delle parole, diciamo “più schiette”.

La scenografia ricca di dettagli di Arsinoe Delacroix mi ha ricordato ancora una volta la semplice ricercatezza delle case di bambole: fra il primo ed il secondo atto essa subisce un cambiamento speculare, nel senso che si tratta delle due diverse prospettive dello stesso ambiente. Ovvero, il ristorante visto dalla sala e poi, visto dalle cucine; così come i personaggi, in fondo doppi di sé stessi, altrettanto funzionali sebbene osservati da due lati opposti, sbarellati fra l’uno e l’altro, proiettati alla spasmodica ricerca di un antidoto alla solitudine da un bisogno impalpabile che nella confusione generata produce una sola spiegazione: siamo al centro di attrazioni cosmiche incontrollabili.

Gaetano Curreri degli Stadio canta “ho un disperato bisogno d’amore… E non c’è niente da fare non si può controllare – E’ qualcosa di grande di più grande di noi – E’ una forza misteriosa che poi non si ferma mai”. Canzone cara alla scrittrice del romanzo e scelta come leit motiv della divertente e un po’ amara piéce teatrale.

 

Foto di Dino Stornello.

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