“Ridi Pagliaccio”, Adriano Aiello e la gentilezza del sorriso

“Ridi Pagliaccio” è un lavoro scritto ed interpretato da Adriano Aiello per la quale regia ha chiesto la collaborazione di David Larible (nel 1988, Clown d’argento; nel 1999, Clown d’Oro al Festival di Montecarlo), suo insegnante ed amico, clown di professione da ben sette generazioni.

Aiello, di cui il giornale ha pubblicato un’intervista alla vigilia dello scorso Natale, è un uomo ed un artista insolito soprattutto in ragione all’intensità dei sentimenti che lo caratterizzano, alla gentilezza e alla disponibilità verso il pubblico di tutte le età che lo viene ad applaudire e partecipa in forma attiva a ciascun suo spettacolo. Credo che mai come nel suo caso si possa sospettare che sia stato il lavoro a scegliere lui: molti artisti seguono un tradizionale percorso di studi per avviare una tradizionale professione, quando ad un certo momento il fuoco sacro dell’arte li distoglie per condurli su una strada assai più impervia, quella della recitazione.

L’attore è per definizione colui in grado d’interpretare ruoli diversi, indossando maschere molteplici: il clown, in verità è la maschera unica e vera dell’uomo stanco di dover apparire e di nascondere i bisogni più semplici ed infantili; è colui che rende nei minimi dettagli un atteggiamento semplificandolo e scremandolo degli orpelli che la mente fabbrica per commutare e falsare i messaggi del cuore. Egli trova definizione nell’autoderisione e si afferma nel riconoscere i propri limiti.

In “Ridi Pagliaccio”, Adriano Aiello ricostruisce una intera giornata, parlando delle sue occorrenze giornaliere, da quando si alza la mattina, va a lavorare a quando si ritira, cena, guarda la tv e si addormenta. Ventiquattro ore raccontate senza segni d’interpunzione, fatti fluidi e concatenati affrontati e descritti con semplicità e candore.

Le maschere/spalla Bruno Morello e Salvo Giorgio oltre al brillante ed opportuno accompagnamento musicale (rispettivamente clarinetto e piano) hanno per similitudine assunto delle espressioni talmente registrate su Aiello, da riuscire ad accompagnarlo anche con la mimica più che con la musica. Sono i suoi complici, i suoi alter-ego e dunque inevitabilmente i suoi specchi. A sua volta, l’attore chiama il pubblico, coinvolgendolo in un girotondo di velleità così divertenti che potresti essere il primo ministro e ti dimenticheresti di fare scena, abdicando al bisogno di dì stare al gioco, perché il gioco in fondo ti sta piacendo. E a chi non piace giocare? Volare con la fantasia verso l’immaginazione senza confini? E poiché questo bisogno di cui in fondo ci si è dimenticati, oggi è diventato un lusso, Aiello e compagnia ci offrono un biglietto di sola andata verso la leggerezza.

L’arte più nobile è quella di rendere felici gli altri“: lo affermava Phineas Taylor Barnum, il creatore dello spettacolo più grande del mondo, quello del Circo, dimensione nella quale riuscì a far ritrovare la normalità ai cosiddetti “freaks”, ovvero persone con fisicità diverse, incomplete, incompiute, ampie o striminzite; difetti a causa dei quali la società, fuori, li aveva relegati a grottesche caricature, come se non avessero altro da corrispondere. Sotto il suo tendone, tutti trovarono il modo di rendere efficaci quelle diversità e nell’accettarle, la felicità.

Come Barnum, che voleva stupire il mondo con gli effetti speciali dell’umanità, Adriano Aiello, apre le porte del suo teatro/circo al pubblico che insieme a lui, “lì dentro” lascerà cadere le ansie, le vulnerabilità, le paure, l’imbarazzo e si farà trascinare dalla sua risata contagiosa che scaturisce nel riconoscersi in quella semplice sequenza di occorrenze quotidiane che siamo portati ad archiviare con troppa frettolosità e con troppa voracità ad ingurgitarne il senso.

Adriano Aiello, in questo spettacolo come ne “Il Circo” (il 30 dicembre del 2018, al Centro Zo), ci insegna ad osservare, a sorridere, a fare in fondo tesoro di ogni singolo istante che potremo valutare soltanto se abbandonassimo la competitività che ci distoglie dalla bellezza delle cose semplici. Ci insegna a riprendere i nostri spazi ed accettare le nostre debolezze che si tradurranno in caratteristiche e che non verranno additate come difetti, se non dai noi stessi.

Il candore con cui ci racconta senza parlare della sua colazione, della sua doccia, della sua ginnastica, dei suoi abiti, dello zapping, ci fa sgranare gli occhi per lo stupore! Durante lo spettacolo, osservando gli spalti, constatavo come grandi e piccini avessero la stessa espressione stupita e meravigliata; gli stessi occhi e bocca spalancati e la stessa gioia nello sfogare la propria voglia di divertimento. L’uomo moderno è talmente irriconoscibile da essersi ridotto un “Freak”, incompiuto e deforme: ha bisogno di avvicinarsi a sé stesso. E quale terapia potrebbe essere più liberatoria di una risata in compagnia?

Una nota a cui desidero prestare qualche rigo è quella relativa alla disponibilità di quest’uomo/attore che malgrado avesse da poco terminato lo spettacolo e lo attendesse il serale dopo appena un’ora, si è completamente dedicato a firmare gli autografi ad una folla di bambini, senza scontentarne neppure uno. Se per una qualsiasi ragione, fossi arrivata tardi allo spettacolo ed avessi visto solo questo quadro, avrei comunque sorriso ed applaudito con grande ammirazione.

 

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