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Restaurata la lapide commemorativa apposta sulla facciata del Collegio Cutelli

Nella foto vedete due restauratori che hanno appena finito di ripulire da sporcizia e da incrostazioni la lapide commemorativa in marmo che, collocata sulla facciata del Collegio Cutelli, in via Vittorio Emanuele, nella zona della Civita catanese, commemora otto “moschettati” (spiegheremo dopo chi erano) condannati a morte nel 1837 per aver capeggiato una insurrezione contro il governo borbonico, accusato di propagare l’epidemia di colera tra la gente.
Il restauro – autorizzato dalla Soprintendenza – è stato eseguito da un esperto nel trattamento dei materiali lapide, il professor Rocco Froiio, il quale, con i suoi allievi dell’Accademia di Belle Arti, ha reso nuovamente leggibile l’epigrafe che prima non lo era, a causa della corrosione.
L’intervento di ripulitura, che riconsegna alla città un monumento di alto valore simbolico, è stato promosso dalla sezione catanese dell’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia (UNUCI) sodalizio che nel 1926 fece apporre a proprie spese la lapide, opera dello scultore acese Luciano Condorelli (vedovo della pittrice Ginevra Bacciarello, sfortunatissima consorte).
Tornata finalmente a nuova vita, la lapide commemorativa del Collegio Cutelli mostra la scritta: “In questa casa/ … / ascoltavano impavidi la condanna a morte/ dall’inesorabile Tribunale borbonico/ nobilissimi martiri / Salvatore Barbagallo Pittà/ Giuseppe Caudullo Guarriera/ Gaetano Mazzaglia/ Giuseppe Caudullo Amore/ Giacinto Gulli Pinetti/ Giovambattista Pensabene/ Angelo Sgroi/ Sebastiano Sciuto / A.D. MDCCCXXXVII / a cura degli Ufficiali in congedo 4 nov. MCMXXVI”.
Il presidente dell’UNUCI Catania, Fulvio Torrisi, nel suo recente saggio “La sezione di Catania dell’Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia”, rivela che quell’iscrizione fu dettata dallo scrittore Federico De Roberto, che usò parole adatte per formare e radicare nei catanesi il senso di appartenenza alla comunità nazionale italiana. Alla cerimonia di inaugurazione, avvenuta il 6 novembre 1926 (e non il 4 come inciso nell’epigrafe), parteciparono le maggiori autorità civili, militari e religiose (assente o quasi il mondo accademico).
La lapide commemorativa voluta nel 1926 dalla sezione catanese dell’UNUCI contrassegna idealmente una continuità storica e morale tra i moti risorgimentali (qual fu quello catanese del 1837) e la Grande Guerra: infatti sul monumento lapideo venne segnata come data il 4 Novembre, giorno della Vittoria, come significativo indicatore che avvicina e stringe in un’unica fede l’indipendenza italiana.
La realtà dei fatti è più complessa: gli storici non hanno ancora compreso quale fu la vera natura dei moti che portarono nel 1837 alla condanna a morte di Salvatore Barbagallo Pittà e compagni, fucilati in Piazza dei Martiri (chiamata così proprio per questo motivo). Alcuni studiosi credono che quella catanese fu una rivolta anarcoide derivata dalla paura del colera, altri suppongono che fu un moto costituzionale, nato nell’ambito della monarchia borbonica (che non aveva saputo garantire l’indipendenza della Sicilia), altri, infine, ritengono che i rivoltosi mirassero a creare una repubblica, sulla scorta delle idee mazziniane.
Una cosa è certa: i condannati a morte, ad esclusione del Barbagallo Pittà che era un letterato, furono fondamentalmente artigiani, piccoli commercianti, ex militari teste calde, che in prima persona trovarono le armi per sollevare materialmente la popolazione. Essi agirono in collegamento con i nobili. Ma gli aristocratici ed i veri organizzatori politici riuscirono a scampare le pene.

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