Quartetto d’Archi del Teatro Bellini di Catania & Giosi Infarinato

Al Castello Ursino il pianista Giosi Infarinato si è esibito in un concerto cameristico con il Quartetto d’Archi del Teatro Bellini di Catania, composto da: Alessandro Cortese, violino; Alessandra Borgese, violino; Luigi De Giorgi, viola; Vadim Pavlov, violoncello.

Il concerto – inserito nella rassegna “Classica & Dintorni”, giunta alla XVI edizione – è stato ben organizzato dall’associazione Darshan: l’averne fissato alle 19,30 l’ora d’inizio, dopo una breve introduzione/buffet, è stata un’ottima idea, essendo quello l’orario giusto per chi si muove in metro e può così acciuffare l’ultima corsa. Gli spettatori, difatti, erano tantissimi. Molti di loro sono rimasti all’impiedi. Circostanza che si è verificata anche lo scorso agosto, sempre al Castello Ursino, con il medesimo ensemble.

Eseguiti un Quartetto per archi di Gaetano Donizetti (N° 18 in la minore “Linda di Chamounix”) ed un Quintetto per archi e pianoforte di Antonin Dvorak (op. 81 in la maggiore “Dumka”). Come bis è stata proposta la colonna sonora del film “Lanterne Rosse”. L’intermezzo da “Cavalleria Rusticana”, l’altro bis, si è rivelato particolarmente adatto al luogo, perché proprio nel momento in cui ascoltavamo il brano è penetrata una zaffata in sala, proveniente dalle rusticane bracerie che circondano il Castello Ursino.

Proprio questa esperienza olfattiva mi ha fatto considerare che andare ad un concerto è come fare una metaforica degustazione di vini e liquori. Mi spiego meglio: uno strumento per assaporare la musica è suscitare il parallelo armonie/armoniche, tra gusto e udito.
Nel caso del brani ascoltati, Donizetti e Dvorak hanno rispettivamente le stesse caratteristiche del Franciacorta (11,5 gradi) e del Becherovka (38 gradi). Differenze, quindi, abissali.

Da una parte, il Quartetto del lombardo Donizetti, come lo spumante Franciacorta, anch’esso lombardo, si presenta all’ascolto frizzante ed effervescente; musica leggerina, lirica e ricreativa, questa, nonostante il 1836, anno della composizione, fosse stato per il compositore bergamasco assai travagliato. Di contro – sempre restando nella metafora enologica – con il Quintetto di Dvorak siamo di fronte a un bel vino rosso da meditazione o meglio, essendo lui boemo, è più adeguata l’analogia con il tradizionale liquore alla erbe Becherovka, tipico di Praga: amaro sul momento, ma basta poco e, con indugio contemplativo, digerisci anche i dispiaceri più pesanti soprattutto quando, con il terzo e quarto movimento, senti l’ubriacatura di una girandola vorticosa di suoni che non riecheggia affatto una danza ceca (e lo dico sommessamente, perché oso contrastare la vulgata) ma, piuttosto, richiama il ballo italiano Excelsior, che Dvorak conosceva bene essendo questo andato in scena nel 1881, cioè prima della composizione del Quintetto, che data 1887.

In conclusione, lo stato di alterazione dato dal consumo moderato di alcol, così come la soddisfazione di avere ascoltato un concerto inappuntabile, assumono il valore di un attimo di felicità. Non una goccia di veleno o una stonatura (basta poco a turbare l’armonia) nell’esecuzione Giosi Infarinato con il Quartetto d’Archi del Teatro Bellini di Catania.

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