Platea esaurita alla Villa Bellini per i Carmina Burana. Intervista al direttore Antonello Allemandi

Pienone alla Villa Bellini per i Carmina Burana. Esauriti tutti i posti a sedere. Enorme il palco montato per accogliere musicisti e cantanti in quantità: le maestranze artistiche del TMB, le voci soliste e il coro di voci bianche. Vasta la platea collocata nel Piazzale delle Carrozze. Tutto è stato grande lo scorso sabato sera. Anche gli applausi per il noto direttore Antonello Allemandi (carriera internazionale con incarichi in prestigiosi teatri), per il bravo soprano Giuliana Gianfaldini (“orgoglio di Taranto” ed anche apprezzata interprete rossiniana), per il tenore Deniz Leone (bella voce correttamente poco estesa negli acuti giacché non è controtenore) e per il baritono Roberto De Candia (pulitissimo nell’esecuzione anche quando andava in falsetto).

Luigi Petrozziello ha diretto il Coro, che è il vero protagonista dei Carmina Burana. In scena anche le Voci bianche: una ventina di angioletti in tunichetta candida, diretti da Daniela Giambra hanno cantato la piccola parte loro assegnata dal tedesco Carl Orff, compositore conosciuto universalmente per i suoi “Carmina Burana”, eseguiti per la prima volta l’8 giugno 1937 nella Germania nazista (il 10 ottobre 1942 la prima alla Scala con il timore dei bombardamenti nemici)

Certamente quella di Orff è musica orecchiabile, di immediato consumo, apparentemente semplice e popolare, nata in risposta alle dissonanze dodecafoniche di Schonberg, autore compreso a fatica dalla gente comune, mentre invece i Carmina Burana hanno fama planetaria. Usati abitualmente come colonna sonora, vengono eseguiti ovunque continuamente con pienone di pubblico.

“La grande notorietà dei Carmina Burana – dice il direttore Antonello Allemandi, che ci ha concesso una intervista – deriva dal fatto che sono un pezzo ad effetto. Soprattutto il primo brano, quello che parla della Fortuna, ha una melodia circolare giacché la fortuna, come un ruota, gira e rigira portando cambiamenti nella vita di ciascuno di noi. Musicalmente ciò è interessante. La scrittura è a blocchi, non ha sviluppi, ma è basata su ripetizioni, su reiterazioni, su formule astratte, ritmiche o melodiche, con la melodia che spesso va per gradi congiunti e ricorda il canto gregoriano o liturgico. I testi – ha aggiunto – sono un misto di sacro e profano, avventurosi su alcune tematiche: si inneggia al vino, al sesso, alla primavera, alla forza della natura che risveglia le energie primordiali”.

Lo stile musicale di Carl Orff è neoclassico, genere iniziato con il Pulcinella di Stravinsky: ma quest’ultimo disprezzava i Carmina Burana che definiva di stile neo-neanderthal. Al di là delle polemiche tra artisti val la pena sottolineare la complessità delle radici poetiche storiche e filosofiche dell’opera di Orff, compositore che rielaborò le melodie e i temi medievali utilizzando soprattutto i colori dell’orchestra, dotata di molteplici e insoliti strumenti a percussione, che creano sonorità dense e ribollenti.

I Carmina Burana a lungo sono stati quasi sconosciuti nei Paesi del blocco comunista, per ragioni di ordine ideologico: Orff veniva accusato di filo-nazismo. Fosse o meno simpatizzante di quel regime, certamente in questa sua composizione Orff risentì del clima totalitario imperante ed usò come fonti una raccolta di testi poetici medievali, cioè risalenti al momento aurorale delle nazione/nazionalismo.

Anche su questo punto abbiamo raccolto il parere del direttore Allemandi che, dopo aver analizzato ed illustrato le modalità di composizione e le fonti dell’opera, ha concluso: “Carl Orff come la quasi totalità dei tedeschi vissuti negli anni del nazismo aderì a quella ideologia. Proprio per questo motivo, a posteriori, è stato attaccato, assieme a Furtwängler e a von Karajan. Ho avuto la fortuna di ascoltare quest’ultimo più volte a Salisburgo dirigere i Berliner Philharmoniker. La bellezza e la purezza di quel suono rimarrà per sempre nel mio cuore. Bisogna perciò scindere l’uomo da quello che ha lasciato nell’arte”.

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