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Pizzi, barbe e merletti di Francesco Merlo

Produrre e riprodurre parole. Parlare è bene ma tacere è meglio, tanto – scrive Francesco Merlo – è tutto un malinteso. Non è importante dire ma capirsi, azzardava quel tale occhialuto, intelligente e luogocomunista che di cognome faceva Pasolini.
I trans sono “trans” ma anche le periferie sono “trans”, Fausto Bertinotti era un leader ma di lotta e di governo: due in uno. Con “Sillabario dei malintesi. Storia sentimentale d’Italia in poche parole” (Marsilio, 2017) Merlo racconta il (dietro le quinte del) nostro Paese scomponendo e ricomponendo paginate di “significanti”. Da “smog” a “comunismo” da “musulmano” a “cemento”, tutto un discorrere e un misurare a piacer del nostro. “Non possiamo ammettere l’esistenza di una cosa se non riusciamo a darle un significato” diceva Cassirer. O viceversa. Tanto per dire: il capitolo sul “silenzio” è il più lungo ché la quiete supplisce quando può e dove può. Un fraseggio incisivo s’accorda ad ampie conoscenze, un levigato compiacimento insaporisce una trama plasmata su una passeggiata di fonti giornalistiche e letterarie.
Un diario animato leporellianamente (e astrattamente) infinito. Un libro segretamente velleitario (papiniano); troppe 400 giunoniche pagine, sorridenti di smagliature, per un bersaglio già in cattive condizioni. Da decenni proviamo l’ebbrezza del suicidio fallito, ma come italiani scioperati e gaudenti scriviamo trattati sui veleni che dovrebbero ucciderci. E che non faranno il loro dovere. I vocaboli sono polisemici per nostra ragione irragionevole (sembra una facezia ma è una cosa seria) o per nostro inconscio imperfetto. Un sostantivo ordina realtà diverse a seconda di chi si occupa di rilanciarne la “crescita”. Ciò che dico non è ciò che faccio e ciò che sono non è ciò che sembro. Siamo al pirandellismo prestato al giornalismo. Siamo al freudismo del “cosa sta pensando?”. Siamo al “falso” meno falso del vero, al soprannome più “nome” dello stesso nome. Siamo al johnnydorellismo in acqua minerale, all’andreottismo come male necessario, al berlusconismo ora e sempre resistente. All’amor di patria dolcemente, urgentemente e istintivamente “matria”.
Nulla è più ambiguo della parola “mafia”. Mafia è mafia (cioè?), è antimafia, è consumare un omicidio, è quiescenza, è trafficare in Sicilia, a Milano, a Roma, in Russia e in Cina; mafioso è don Mariano Arena, è don Vito Corleone, è chi non conosciamo ancora. Mafia è mafia degli “affari”, e poi?
Qui e lì Merlo riesce a ravvivare il fuoco del disordine nostrano ambendo – inutile nasconderlo – a una facile vittoria. La sai l’ultima sul re? e quella sulla costruzione del Vittoriano? e quella sul Pantheon? Quella monarchica è questione che più che il tragico d’un insuccesso dietro l’altro sfiora il comico d’un velleitarismo “costituzionale”, a parte forse il dignitoso operare di un paio di figure femminili. Puntare sull’Italietta monarchica fascista e prefascista, amici, equivale a scommettere sulla Juventus: un buon risultato, e a volte basta, lo si porta a casa. Il guaio è che fin da certo italico Sturm und Drang di sfide e contro-sfide abbiamo assaporato il sangue marcio; all’arma bianca o col mitragliatore, non se siamo mai venuti fuori. Chi se ne frega della monarchia (gli italiani il “me ne frego” l’hanno legittimato nel 1946), ma i siciliani su carta di buona qualità (seppur ambigui) non li sopporto dai tempi di Giovanni Verga e, appunto, di Pirandello. Il primo c’ha dato una lingua, il secondo ha legittimato i ragionamenti a basso costo. Goethe aveva ribattezzato un esercito di “García Lorca”, scoprendo un’unità di misura. Vuoi mettere la natura in Sicilia? Di lì in poi – e vado a saltare – siamo colti, belli, intelligenti a tempo pieno e orario continuato. Poi arrivò Vitaliano Brancati e ci descrisse – noi catanesi – come “unici”.
Non convincono i siciliani in maschera di Merlo né l’epica del barbiere che – per il sottoscritto – è un parlare per brancatismi per cuori ancora solitari. L’autore lo sa bene. Il colpo d’ala l’avverto nel disegno d’una rotta sulla “parolaccia”, nelle voragini esistenziali scavate dalle pratiche dell’“adulterio”, nel pregio fuor di conformismo dei “tic linguistici”, nel farmaco “Rino Gaetano” codificatore del disordine creativo, nella campionatura della malafemmina italiana quarto colore nel nostro tricolore. Nella radioscopia di termini – “popolo”, “nostalgia”, “cretinocrazia” – candidabili a sostanza di una nuova paideia. Con quelle voci va in scena la risocializzazione dello spazio slacciata dalle più fortunate consuetudini; lì esulta il giornalismo schiaffeggiatore imprestato all’accademia. Più Italia, più Europa, più libertà di fare. È il “due senza” siciliano a inibire la rivoluzione culturale contro il “cretinismo” sicilianista. Ed è la coppia di fatto elogio del rudere, glorificazione delle “specificità” a hiroshimizzare un’area di 26 mila km quadrati.
E “smog” è parola d’ordine per nuove più autentiche relazioni, dice Merlo. Smog è (era?) il sol dell’avvenire. Negli anni Settanta, al nord – a Milano – c’era l’inquinamento (sì, seduceva) al sud qualcos’altro. Un vecchio mondo disperatamente in vendita indoor e outdoor; lo vestiamo e rivestiamo di sole e di luce ed è più che un equivoco, è un nulla da fare fecondabile da un nulla da dire. Già perché il malinteso è come la rivoluzione: la parola si trasforma in tirannide (la “nostalgia” in reazione di infame scuola) e sul finire del gioco in cattivo gusto. Perdindirindina, il “formicaio di paroline” di Marcello Marchesi è d’uopo incollarlo al fondo del tascapane. A furia di citare la Sicilia, avrebbe detto il milanese di mezza età, abbiamo fatto il giro e siamo diventati sicilianisti di ritorno.

guestauthor Autore
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