“Parliamo di Donne”: Cinzia Caminiti Nicotra, chiacchierata fra amiche…

Cinzia Caminiti Nicotra: ovvero, preparare uno schema di domande e poi disattenderlo nel momento in cui ci si rende conto che una personalità così espressiva è difficile da tenere sotto l’ordinato controllo del meccanismo “domanda-risposta”. Non si tratta solo dell’esuberanza schietta e spontanea: avere Cinzia Caminiti di fronte è occasione da valutare con la giusta dose di rispetto e distanza riverenziale. E’ donna, moglie, madre, attrice, regista, cantante, storica della cultura popolare; e ancora scrittrice, autrice. Conosce tutto del teatro: meccanismi ordinari, sviluppi complessi ed audaci che non l’hanno mai spaventata e fatta arretrare in un ruolo di “diva esclusiva” modello “noli me tangere”. Si è sbracciata ed ha imparato tutto quanto l’avrebbe resa competente ed autonoma, lontana dalle sorprese e meno vulnerabile agli imprevisti. Ha trascorso una vita sul palcoscenico, accovacciata sulle sue assi, in attesa del “chi è di scena” dietro le quinte e nei camerini; interpretato ruoli variegati, forti e poetici e per ciascuno ha saputo trovare le giuste pose, il modo suo di forgiarne le caratteristiche. Crede fermamente che il teatro sia ovunque: in una stanza, su una spiaggia, per strada, in una piazza, attorno ad una fontana, in un giardino in mezzo al traffico; basta saperlo vedere. Si è spesa sino alla svilimento per dare all’arte tutta la sua voglia di fare, per trasferire all’impresa tutto quanto avesse imparato. Ed io penso che ciò che il teatro le ha restituito sia un po’ inferiore in ordine ai riconoscimenti che parecchio più generosi avrebbe meritato. Ma, come lei stessa afferma, si tratta di lavoro che si assume da una passione; dunque di un privilegio. Cestinato il libro mastro con le colonne del dare e dell’avere, disinfettate alcune sbucciature dell’anima, Cinzia Caminiti soprattutto dopo l’incontro con Elio Gimbo (con cui condivide un somigliante modo di vedere le cose) si è rimessa a lavoro, per la fortuna di chi potrà gioirne.

Preparatissima e ancora capace di provare stupore per un lavoro, ancora esposta alla banalità del male, ancora priva di filtri per accorgersi dell’altrui malizia; ancora guerriera contro chi imbastisce campagne d’odio e d’intolleranza verso i deboli. Cinzia Caminiti Nicotra non si limita alle chiacchiere (sebbene con un’amica), ma procede verso i fatti e cerca di farne bandiere da agitare sul muso degli incolti, degli irriverenti…

L’esordio

Da quando ho cominciato è passata una vita: avevo sei anni quando, accompagnata per mano da mio zio – al quale ancora oggi rivolgo un pensiero grato – approdai allo “Zecchino d’Oro” e superai i provini; da allora il “palcoscenico” è stata la mia seconda casa. Mi fu maestra una piccola grande donna, Mariele Ventre la quale m’insegnò che l’impegno e la disciplina possono essere pure gioco e divertimento. Da piccola non mi annoiavo mai: studiavo musica, danza, facevo parte di un coro, mi esibivo nei teatri; quel mondo mi si era attaccato addosso come un tatuaggio, per sempre.

In ogni caso con l’anima che mi ritrovo, indomita, fantasiosa, movimentata… non avrei potuto fare altro che questo nella vita… me lo diceva mia madre, me lo diceva mia nonna e adesso comincia a dirmelo pure mia figlia.

 

 Avventura chiamata vita…

Ognuno di noi è ciò che ha vissuto e poi ciò che ha letto, i viaggi che ha fatto, i film che ha visto. Io ho avuto una madre che sorrideva sempre, che mi baciava e abbracciava di continuo, un divertentissimo fratello, un padre che ci amava di un amore severo e incondizionato; ho vissuto in una casa con il giardino, giocavo con le lucertole e con il cane. Sono stata membro di una grande e affollata famiglia d’origine materna e paterna unita, serena e giocosa con tanti cuginetti, due nonne fantastiche (su di una di loro ci ho scritto il mio libro). Una educazione basata sulla libertà di pensiero, di religione, una buona e sana formazione.

Certi atteggiamenti della mente, dell’anima, i sentimenti, te li formi a casa tua, te li trasmette il seno di tua madre, gli occhi di tuo padre, i giochi a volte da maschio e a volte da femmina con tuo fratello; lì cominci a capire il bene e il male, lì cominci a capire che quello che conta in un uomo sono la sua sensibilità e il suo cuore.

Lì ti stai preparando alla vita: I deboli vanno difesi, i diversi rispettati, le persone di qualunque sesso, razza, religione tenuti in considerazione per quello che sono; lì comprendi che accudire gli animali, i bambini, i vecchi è cosa naturale, come fai a far loro del male? sono indifesi, vanno trattati con riguardo, spesso confortati. Le lucertole non erano le mie vittime, erano compagne di gioco, mia nonna era il mio idolo, pendevo dalle sue labbra, i suoi insegnamenti li porto scolpiti dentro, fino ad adesso.

In quella casa con il limone e il nespolo, la zagara e il gelsomino ho cominciato ad intendere che tra religione e “spiritualità” c’è differenza e che quello che più conta sono i valori che ognuno possiede. Sciorinare rosari non serve se non sai mettere l’anima a disposizione degli altri. Buonista? Sì! va bene pure così… piuttosto che cinica, indifferente, crudele…

Solo che a volte questo senso di giustizia, di verità, di rispetto per gli altri mi viene fuori con veemenza, divento quasi aggressiva, mi lascio prendere dalla collera. Il dolore inflitto agli altri non lo tollero, diventa il mio e allora urlo, batto i piedi e soffro!

Da sempre è così… Questo è il mio spirito!

Incontri…

Mio marito, adesso avvocato, l’ho incontrato durante uno spettacolo, era musicista ed autore di musiche per il teatro. Diversissimi noi due: lui riflessivo, io impulsiva, lui ponderato io avventata, lui imperturbabile io turbolenta… insomma il contrario in tutto ma con gli stessi principi sul rispetto reciproco e nei confronti degli altri. NOI stiamo insieme da 35 anni e sembra ieri…

Nichi è la nostra “saggia” figliolina. Adesso mi segue nelle mie attività, sta crescendo e vuole diventare una doppiatrice, sta studiando per questo e poi suona e canta che è una meraviglia; a sei anni è stata protagonista di una fiction sulla vita di Fulvio Frisone realizzata da RAI 1 ed è, seppur giovane, veramente talentuosa e seria … d’altronde, da piccola, durante le nostre prove teatrali, s’addormentava nelle custodie degli strumenti: aveva il destino segnato… inevitabilmente.

 

Il Teatro, il mio lavoro…

Non scindo la mia vita dal lavoro. Non posso! E’ un tutt’uno da sempre, una serie di eventi concatenati tra loro mi hanno portato qui dove sono ora. Il mio è un bagaglio di giorni lieti, anni sereni e tutto ciò che sono ora lo devo anche a questa mia infanzia felice e se negli affetti in particolare sono stata proprio fortunata, nel lavoro sento di non poter dire lo stesso. Al teatro ho dato più di quanto esso mi abbia reso in termini di occasioni, di incontri giusti, di piccole o grandi fortune: nessun regalo, tutto sudato.

Ma anche così va bene, ogni successo va “meritato”; Il dolore, la disperazione, il rimpianto per ciò che non è stato, le amarezze e le gioie, il piacere, l’allegria fanno bene. Si trasferisce tutto sulla scena.

E’ vero, mi occupo di tante cose ma solo perchè ho dovuto imparare a farne quante più era possibile.

Da quando, nell’86, insieme ad alcuni colleghi ho fondato Schizzid’arte, ho dovuto fare spesso tutto da sola, “l’umano e l’inumano…”, mi sono rimboccata le maniche, cucito costumi, scritto testi, curato regie, ricercato e studiato; frequentato, tenuto stages e alla fine ho pure scritto un libro.

 

Cosa prediligo? La “creazione” in ogni sua forma!

Il teatro l’ho sempre vissuto come un vizio, anche come professione ed impegno nel sociale, come fatto culturale e d’arte.

La creatività come passione, bisogno da soddisfare, come atto dovuto.

La ricerca come un dovere, come stile di vita, come atteggiamento mentale.

Chi si occupa veramente di ricerca in ambito delle tradizioni popolari, ha come me una “mania” per il passato, per i ricordi, le memorie, la Storia… (libri, foto, oggetti, vecchi dischi, audiocassette, vestiti, attrezzi…: roba “antica” nascosta e conservata ovunque!); a proposito di questo, così come mi diceva il mio amico Giuseppe Schillaci, grande e forse ultimo ricercatore: “la ricerca ti porta a scavare, a disseppellire, a tirare fuori, a riproporre. Si osserva il passato per vivere degnamente il presente, per incollarsi addosso il senso d’appartenenza a un popolo, ad una Terra, e per migliorare il futuro.

Ricercare e tramandare sono compiti serissimi e non si possono limitare all’ascolto di alcuni dischi ed alla riproposta di alcuni brani di cantanti folk o interpreti più o meno famosi. E purtroppo in materia di etno-antropologia c’è tanta confusione, tanto entusiasmo malriposto, tanta semplificazione. Ti faccio un esempio: spesso basta aver fatto parte di un gruppo folkloristico o nel migliore dei casi conoscere tutti i dischi di Rosa Balistreri per sentirsi e venire considerati “Ricercatori”.

Niente di più falso!!! L’ho detto!!!!

Ed ecco chi è Cinzia: una che dice quello che pensa, spesso senza “dolcificanti”,  è una instacabile, volenterosa “ragazza”, una istintiva e diretta, intransigente con se stessa e qualche volta anche con gli altri… in una parola una “rompiscatole!”

 

 Poi venne Fabbricateatro:

Dopo trentatré anni di teatro-musica-laboratori, di ricerca nell’ambito della cultura popolare siciliana, di testi scritti e messi in scena, dopo anni di regie, concerti di musica popolare, di laboratori nelle scuole, comunità, carcere minorile con “Schizzid’Arte”,   (associazione alla quale resto sempre legata come una madre apprensiva e devota), dopo tantissime collaborazioni con altre compagnie, ecco che dal febbraio del 2018, dopo una dolorosa pausa, mettendo a disposizione le mie competenze, il mio bagaglio artistico ho accettato con slancio e passione di collaborare con Fabbricateatro, compagnia teatrale diretta da Elio Gimbo.

Logisticamente Fabbricateatro è uno spazio teatrale con una piccola sala e un giardino al centro della città dove si è liberi di esprimere idee, intenzioni, pensieri. Sala e giardino dove tutto l’anno estate e inverno si mettono in scena spettacoli e si promuovono e realizzano progetti. Farne parte ha significato contribuire, in qualche modo, alla realizzazione di un tipo di teatro “utile”, di valore, di impegno politico e sociale; ha significato fare attività culturali di un certo prestigio: andare nelle università, incontrare studenti, prendere parte a convegni e lezioni, ma ha significato anche svolgere attività da “manovale”, da “tutto-fare”, da “garzone” è quello che in teatro mi piace di più e ti confesso che quello trascorso a fianco di questo bel gruppo di persone preparate e competenti è stato un tempo impegnato e impegnativo speso benissimo. Indimenticabile dal punto di vista professionale e umano.

 

L’accoglienza da parte del direttivo formato da Gimbo, Daniele Scalia e Sabrina Tellico un respiro d’aria pura in un mondo pieno di insidie e piccoli veleni. Il riavvicinamento artistico con Elio, bella intelligenza, regista geniale, amico fraterno, un incontro felice e arricchente. Di Fabbricateatro (questo forse non lo sai) faccio parte da sempre, sono tra i soci fondatori insieme ad Elio, la dolce e compianta Elena Fava, Bruno Torrisi, Giusy Gizzo, Cinzia Finocchiaro; e poi giovani autori, registi, attori, musicisti, giornalisti che in quel momento storico, nel lontano 1992, volevano “cambiare il mondo”. Abbiamo tentato allora e continuiamo a farlo anche adesso. Questo l’obiettivo nobile che dovrebbe perseguire ogni compagine teatrale.

 

Cos’abbiamo fatto quest’estate?

Dopo un anno intenso di collaborazioni con professionisti e colleghi di buon livello e lavori di alta qualità artistica con la compagnia Fabbricateato (“Sperduti nel buio”, “Il dottor Di Martino è desiderato al telefono” , “Il processo” spettacolo che ho amato e che credo mi resterà addosso per sempre) e poi la ripresa di un mio vecchio spettacolo, “Cose di Sicilia”, avrei voluto, quest’estate, dedicarmi un po’ a me stessa, andare al mare, approfittare per leggere qualche libro, vedere qualche film… e invece eccomi qui bianca come un lenzuolo e prove di qua e prove di là, caldo, zanzare, sete e sudore. La vita è così, decide lei cosa fare di te e dei tuoi progetti: non uno ma due spettacoli e poi un terzo.

Il segreto di Audrey Hepburn”: Un gioiellino di raffinatezza, un testo di alta qualità scritto da Sal Costa e la semplice (laddove semplice per me è un valore aggiunto), meticolosa e ricercata regia di Elio Gimbo per una protagonista d’eccezione, una convincente e brava, ma proprio brava e bella (come Audrey), Sabrina Tellico.

 

Per me un doppio ruolo che non rimpiango affatto di avere accettato: Molly, segretaria-sorella-amica-madre, un personaggio scoppiettante, vivace e colorato; l’altro, quello della voce e del volto della Storia che usa parole importanti, dure come pietre e che mi commuove ogni sera: quelle di Anna Frank e di Primo Levi che valgono tutta la fatica e la sete e il sudore di questa caldissima estate.

Andrà in scena fino al 15 settembre.

“Eroine e semidee”,  lavoro che Elena Ragaglia, autrice e protagonista, aveva già portato in scena lo scorso inverno con un organico diverso; a me è toccato il compito di darle una “musica nuova” e così è stato. Le lettere d’amore di Ovidio e i canti popolari da me scelti ed interpretati insieme a Nicoletta Nicotra si fondono perfettamente.

Elena è una professionista precisa e attenta, anche questo spettacolo andato felicemente in scena il 28 e il 29 Agosto è stato gradito dal pubblico e dalla critica che lo ha aspettato con grande curiosità.

“Lucània terra di luce” è un recital che vuole fare omaggio ad una “terra amara e bella”, come ho cantato io durante la performance prendendo in prestito il famosissimo brano di Domenico Modugno. Organizzato da Gianni De luca e Nunzio Sambataro, ha contato sulla presenza di molti artisti di livello che ne hanno assicurato la buona riuscita. Tra questi Nino Bellia e Agata Longo. E’ andato in scena il 30 agosto a Belpasso.

Ho scritto un libro…

Il pane fritto ed altre storie – antiche ricette popolari siciliane e racconti di nonna Vincenzina, edito da Algra Editore

“Una nonna, Vincenzina, racconta alla nipotina sua diletta, Cinziù, storie e fatti di famiglia, ora lieti ora tristissimi, ma sempre coinvolgenti e tutti, in qualche modo, legati al cibo e per questo, a ogni “cunto”, non manca di elargirle una ricetta popolare e, nel mentre, di insegnarle i segreti della sua cucina. Un pretesto per raccontare l’amata Sicilia e per tramandarne le tradizioni, i costumi, gli usi, l’arte culinaria tipica e la sua storia più genuina: quella delle cose di ogni giorno. Un prologo, dei cunti, tanti modi di dire, canzoni, ninne nanne, scioglilingua, preghiere e scongiuri popolari e quindici racconti scritti in una lingua antica, parlata, un personale connubio tra la lingua italiana, che ci conduce tra le storie, e il dialetto siciliano, che di esse ne scandisce le emozioni. Quindici racconti di vita vissuta dalla nonna e dalla sua grande famiglia, la stessa dell’autrice: tre generazioni e mezzo nell’arco di un secolo”.

L’ho scritto quasi di getto e lasciato in un cassetto per quasi otto anni: apparentemente autobiografico ma che in realtà è di tutti, perché ogni cosa scritta è nei cromosomi e nelle memorie di ognuno. L’ho capito dopo averlo pubblicato, dopo aver sentito i pareri di chi lo aveva letto: Tutti concordi nel dire che anche nelle loro memorie c’era l’essenza di questo libro.

All’inizio, questo mi infastidiva pensando di non aver scritto nulla di originale; invece col tempo ho compreso che proprio questo era il suo pregio: far riaffiorare la memoria collettiva.

Ci si ritrova nelle piccole cose di tutti i giorni, le più vere, autentiche e intime: nel profumo del ragù preparato la domenica mattina, nel pane fritto offerto a merenda dalle nonne, nei giochi in giardino, nei funerali e nelle feste nuziali, negli abiti indossati, nel Natale in famiglia e nelle scampagnate, nelle canzoncine… Ci siamo tutti lì e ci sono le nostre cose più care, gli affetti, l’amore, i dolori, le gioie, le nostre cose, le nostre case, c’è la nostalgia del tempo andato e delle persone perdute.

Un libro, “il pane fritto” non solo da leggere, ma da conservare, e soprattutto da tramandare come tutte le cose che si amano, si custodiscono e che si lasciano in eredità a chi verrà dopo di noi” Dice sempre l’editore Alfio Grasso.

Naturalmente l’ho dedicato a mia figlia Nicoletta che è, dopo la nonna Vincenzina, sua madre Rosa e me, la vita e la Storia che continua.

 

Progetti:

Capitan Seniu” la rivisitazione di uno dei testi meno proposti di Nino Martoglio, autore a cui Fabbricateatro è molto legato, aprirà la stagione; si lavorerà ancora sulla “lotta di classe”, principio fondamentale del Marxismo mentre l’ultima messa in scena sarà “La banalità del male” e riguarderà “la negazione di ogni forma e in ogni tempo del totalitarismo” altro tema fortemente sentito dal gruppo. Oltre ai lavori che mi proporrà Fabbricateatro, è previsto per questo Natale uno spettacolo originale tutto mio nel testo e nella regia, un’elaborazione liberamente ispirata ai Vangeli apocrifi sull’infanzia di Gesù “dalla nascita alla licenza elementare”: si intola Vangelu secunnu.

Vi aspetto alla sala Di Martino di via Caronda, 82\84, numerosi.

Si dice così, no?

Grazie per la chiacchierata, e per i tuoi sempre apertissimi sorrisi, Claudia.

 

Anzi ne sono onorata. Uno che mi ha divertito molto costruire prima e interpretare dopo:

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