Nicola Alberto Orofino, inarrestabile genio!

Nicola Alberto Orofino, codino, bermuda e scarpe sportive in estate; a lavorare si reca così e qualche volta porta con sé pure Mario, il suo amato amico a quattro zampe. Classe 1980, è un ragazzone con un ampio sorriso che si vela d’imbarazzo quando riceve dei complimenti. Incline all’ascolto, impegnato a valorizzare gli attori, coloro che lavorano con lui lo adorano. Predilige argomenti di “classica contemporaneità”, ma forse la cellula impazzita, presente nella testa di tutti i geni, poi gli fa costruire impalcature gigantesche sulle quali le vicende si arrampicano, cercando nuove prospettive per restare visibili e memorabili. La scelta dei suoi lavori non è indirizzata a creare scalpore, ma a lasciare una traccia, umilmente, con rispetto. Ma lo scalpore lo crea ugualmente. Misura per Misura, Il Gabbiano, Pietra di pazienza, Le Troiane, La Famiglia, U’ contra 2063, Glam City, Virginedda addurata, Riccardo III, Mirandolina, Aquiloni, Le Cognate, 68 punto e basta, Ippolito, Sugnu o non sugnu, La Felicità; prossimamente “Mein Kampf Kabarett” con Egle Doria, Alice Sgroi, Francesco Bernava, Giovanni Arezzo, Luca Fiorino, produzione MezzAria; altra impresa trascinata fuori dal pregiudizio della critica di genere e portata coraggiosamente alla ribalta. Questi solo alcuni dei suoi lavori, qui a Catania, laddove resta solo chi ha coraggio. E a Nicola Alberto Orofino il coraggio non fa difetto! E neppure il curriculum, ricco di studi, esperienze e soddisfazioni.
Debutta giovanissimo al Piccolo Teatro di Catania nella “Cantatrice Calva” nel maggio del 1999. Nel dicembre dello stesso anno è ammesso alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano-Teatro d’Europa, fondata da Giorgio Strehler e diretta da Luca Ronconi. Viene menzionato nel quotidiano “La Repubblica” dal critico teatrale Franco per l’interpretazione in “Phoenix”, diretto da Luca Ronconi. Nel 2000 viene scelto per recitare in “Socrate” di Vincenzo Cerami e Nicola Piovani per la regia di Gigi Proietti e al Teatro alla Scala di Milano, nell’opera “Tatjana” di A. Corghi, in prima esecuzione assoluta, con la regia di Peter Stein. Nel 2001 collabora con Franco Zeffirelli in “Aida” e lavora con Augustì Humet (direttore dell’Istituto del Teatro di Barcellona) nello spettacolo “El otro el mismo”, assieme agli allievi delle maggiori scuole teatrali italiane ed europee. Sempre nello stesso anno segue lo stage di Sam Schacht, insegnante e regista dell’Actors Studio di New York. Nel 2009 collabora con l’Istituto di Cultura Italiano di New York e l’Università di Princeton. Ha diretto e dirige numerosi laboratori teatrali e corsi di aggiornamento a Catania, Caltanissetta, Milano e Pordenone.

Nicola Alberto nasce come attore; ma quando diventa il fantasioso regista che conosciamo e stimiamo?
Grazie per la stima! Ho cominciato prestissimo, a 23 anni nei licei. È stata una palestra di direzione fantastica. Nel 2010 il debutto al Piccolo Teatro di Catania con “Il Libertino” di E. E. Schmitt. La regia mi era stata proposta dal maestro Gianni Salvo al quale devo moltissimo della mia carriera sia d’attore che di regista.

Cosa comporta l’allestimento di un lavoro, in ordine all’impegno mentale e fisico?
È un impegno fortissimo ma diversificato. All’inizio sei concentrato nella formazione del gruppo, nel cercare di capirne gli umori e le sue specificità artistiche e professionali. Poi c’è l’impegno della creazione, faticosissimo perché creare uno spettacolo significa mettere in dialogo un autore, un testo, attori, idee e mischiare tutto con la personalità e le visioni del regista. E poi c’è da pensare anche all’allestimento scenico, i costumi, l’attrezzeria, la pubblicità, i rapporti con il teatro che ti produce o ti ospita; ma è proprio la varietà e la quantità di cose a cui bisogna pensare che spesso rendono l’impegno anche divertimento.

Le fonti d’ispirazione ricorrenti nella scelta dei suoi lavori sono assai spesso gli anni che furono (’50, ’60) e la mitologia; ma anche la letteratura classica elaborata magari in chiave ironica, ma che reca sempre la possibilità di una riflessione…
Credo che l’ironia debba essere l’ingrediente indispensabile del teatro e della vita perché è l’arma migliore per fare scatenare riflessioni, indignazioni, pensieri, idee… l’ironia è il linguaggio perfetto perché parla a tutti senza distinzioni, si fa seguire da tutti. Il teatro serio, il teatro impegnato o tragico  trovano nell’ironia il loro veicolo più efficace.

E’ ricordata sempre una sua versione de “U’contra” ambientata nella Civita del 2063, una versione surreale con Cosimo Coltraro nei panni di Don Procopiu Ballacchieri; la rivisitazione, l’anacronismo non accidentale ricorrono nei suoi lavori; perchè?
Perché io credo che per parlare alle persone che ci vengono a vedere in teatro, per parlarci veramente e concretamente, occorre avvicinarcisi il più possibile, utilizzare linguaggi, gesti, movimenti, strumenti che abbiano la caratteristica della “contemporaneità” al mondo in cui viviamo.  Perché qualcuno dovrebbe venire a vedere qualcosa di stantio, che non comunica più, che sa nel migliore dei casi di naftalina? Il modo più giusto, almeno per me, di avvicinare al teatro è quello di trasformare il palcoscenico in uno specchio vero. Quando questo succede si scatenano sempre risposte emotive, veramente emotive,  da parte del pubblico. E credo che le reazioni emotive siano le più importanti e gratificanti per chi fa teatro.

Se lei dovesse riassumere la sua produttiva seppure ancora giovane vita, cosa scriverebbe, diciamo in un elenco? E cos’altro aggiungerebbe in ordine a cose ancora da fare?
A questa domanda non sono sicuro di saper rispondere… ho sempre raccontato quello che pensavo  fosse la cosa più giusta da raccontare nel momento in cui l’ho raccontata. Questo sempre, nella scelta dei testi, nella creazione delle immagini teatrali, nelle scene, nei costumi, nelle locandine. Gli spettacoli mi sono sempre stati suggeriti da quello che vedo e vivo, a livello politico, sociale, civico. A febbraio, racconterò attraverso un testo magnifico di George Tabori, di come può nascere una dittatura dall’odio. E lo faccio perché credo sia arrivato il momento di farlo…

Nicola Alberto Orofino ha sempre dichiarato umilmente di essere ben consigliato dal “dubbio”; in chè senso lei lo afferma?
Non so se è dovuto a un’eccessiva forma di insicurezza, ma io ogni volta che devo fare una scelta, sia nella vita che nel mio lavoro, entro in crisi. Quando è possibile provo tutto quello che si deve per cercare di scegliere bene. E nonostante questo i dubbi fanno fatica a dissolversi… I dubbi, ormai lo so, mi accompagneranno sempre, ma mi hanno aiutato molto nel mio mestiere. Soprattutto nella lettura dei testi teatrali. Farmi mille domande, mettere in dubbio tutto, anche quello che la tradizione vorrebbe dare per assodato, è il modo migliore per dare senso al mio lavoro (perché l’autore ha scritto questo testo? Perché l’ha scritto in questo modo? Dice la verità o sta mentendo? C’è qualcosa che vorrebbe ma non può dire? Vuole dire anche altro oltre a quello che apparentemente vuole affermare?).

Se dovesse cambiare qualcosa della società professionale nella quale opera, da dove comincerebbe?
Comincerei dal sostegno pubblico agli artisti. Il teatro è un mestiere costoso. A parte i pochissimi teatri pubblici e qualche grosso teatro privato, la realtà vede una miriade di interessantissime realtà teatrali piccolissime che studiano, ricercano e contemporaneamente lavorano incessantemente per tenere attive le sale. Tutto questo è già faticoso, farlo con entrate miserevoli è faticosissimo. Se a tutto questo si aggiungono gli innumerevoli doveri legali e amministrativi a cui irrazionalmente sono sottoposte le piccole realtà, “fare teatro” diventa davvero impossibile.  Un alleggerimento dei doveri e un vero sostegno pubblico renderebbero il nostro lavoro più produttivo e la nostra vita meno difficile.

Cosa fa Nicola Alberto Orofino prima di uno spettacolo, quando si trova in cabina di regia e le luci stanno per spegnersi? Ha un rituale preciso, tanto caro alla gente di spettacolo? E qual è il suo primo pensiero, quando alla fine, le luci si riaccendono e partono gli applausi? 
Non ho riti particolari… in genere sto in regia dove do una mano con la fonica o le luci, altrimenti sto in sala. Quando lo spettacolo finisce sono così pieno di pensieri e cose che vorrei dire che si accumulano durante la visione dello spettacolo che in genere non so da dove partire. E siccome non so da dove partire in genere non “parto”. Rimango chiuso e solo nel mio guscio. Ringrazio il pubblico che mi saluta, saluto e mi congratulo con gli attori e scappo subito a casa!

Un’anticipazione sul prossimo progetto in cantiere, perchè, siamo certi, ce ne sarà certamente anche più di uno?
Come accennavo prima a febbraio farò la regia di  “Mein Kampf Kabarett” uno spettacolo che racconta una strana amicizia tra un giovane Hitler e un ebreo all’interno di un ricovero per poveri ebrei a Vienna al tempo in cui Hitler provava ad entrare nella Accademia di Belle Arti. Un testo a cui tengo moltissimo e che racconta in modo mirabile la nascita di una ideologia dell’odio. A gennaio invece sarò al Roma Fringe Festival con uno spettacolo dal titolo “La felicità” che racconta la vita di 3 donne casalinghe e il loro rapporto con gli uomini nel 1968.

La sua giornata come si articola?
Quando lavoro, oltre al lavoro c’è spazio solo per il mio cane Mario ed il mio gatto Minuetto. Quindi faccio il padrone con tutto quello che ne segue in termini di passeggiate, pappe e giochi. Quando non lavoro cerco di ricaricarmi..relax, letture, Mario, Minuetto e poco altro…

 

“Cane o gatto?”, questa volta, neanche lo chiedo…!

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