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Miserere mei, Deus, secundum misericordiam tuam

Capita, molto di rado, ma capita che una piecès a teatro non ci piaccia.

Abbiamo assistito, lo scorso sabato al Teatro del Canovaccio a Catania, all’atto unico “La Signora dal Velo Scuro” scritto, interpretato e diretto da Berta Ceglie che ha tratto spunto, come da lei stessa riferito e messo in cartellone, dal monologo “La Signora”, scritto da Antonella Sturiale e narra la vicenda della “Monaca di Monza” dall’angolazione, tutta intima, dei pensieri e degli stati d’animo ch’ella avrebbe espresso se avesse potuto metterli per iscritto.

La rappresentazione si è sostanziata, di fatto, in un lungo monologo, letto su un leggio, in un ambiente presumibilmente monastico, con una scenografia abbastanza scarna e simbolica talché l’ordito drammaturgico, per essere espresso, poteva solo avvalersi della presenza fisica dell’interprete, della sua voce e della sua capacità di dar vita alla parola con i tratti della recitazione corporea, dei pochissimi oggetti di scena e delle movenze del volto dell’attrice.

Ora, la pur brava Berta Ceglie, non è proprio sembrata in stato di grazia: il tono e il colore della voce talvolta non era adeguata, in specie all’inizio; i numerosi errori di dizione, l’uso delle pause, a volte, disattento; la frequente accelerazione del ritmo della recitazione e qua e là qualche errore di tecnica recitativa, non hanno consentito agli spettatori di godere appieno del pur apprezzabile testo del monologo.

Se a questo si aggiunge la scelta di leggere, sia pure in forma interpretativa,  il testo invece di recitarlo a memoria, lo iato fra comprensione del testo e attenzione degli ascoltatori s’è fatto ancora più largo; … e non è finita.

Una modesta regia, a tratti incomprensibile, non s’è accorta che un leggio troppo alto impediva, spesso del tutto, talvolta a tratti, di vedere le espressioni del volto dell’attrice e del suo sforzo interpretativo: per alcuni spettatori era come se stessero ascoltando la radio e lo stesso fotografo di scena ch’era libero di muoversi, anche all’impiedi, in sala non è riuscito a fare uno scatto in piena luce del volto presso il leggio.

L’uso minimale delle luci non ha favorito certo l’attenzione del pubblico.

E’ dispiaciuto poi, a quelli che conoscevano il testo di Antonella Sturiale che di esso, nel corpo del monologo, si sono rinvenuti solo pochi, sparuti accenni.

Tra le poche note positive, spiccano i costumi davvero bene acconci e intonati alla complessione del personaggio e delle vicende narrate.

Azzeccata infine, tanto sul piano drammaturgico quanto su quello narrativo, tanto sul piano teologico quanto su quello storico, la citazione finale del salmo penitenziale numero 50: “Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia …” che è il salmo che, secondo la tradizione, Davide scrisse dopo che Natan, il profeta, lo aveva chiamato a rendere conto del suo adulterio con Betsabea e dell’omicidio del marito di lei (2Sam.11-12), una specie di Egidio ante litteram.

Il grido di dolore che da quasi quattro secoli e mezzo Marianna de Leyva divenuta Suor Virginia Maria o, se preferite, la Gertrude di manzoniana memoria, quell’assenza di luce umana e quella nera presenza di luce sacra all’Onnipotente di cui ella fu involontaria portatrice, sono arrivati – nonostante tutto – al cuore degli spettatori, corroborando la naturale “simpatia” ch’ella ispira in quelli che si accostano alla sua persona.

La foto è di Dino Stornello.

Matteo Licari Autore
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