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Per Maria Roccasalva, artista e scrittrice napoletana, a un mese dalla scomparsa

Il passato non ha bisogno di essere disseppellito perché non è mai trascorso.
E il tempo non può offuscare niente, perché semplicemente non esiste.
(Maria Roccasalva, da Il chiostro dei miracoli)

Maria è stata una mia amica. Un’amicizia di quelle epidermiche, istantanee, come i colpi di fulmine. L’ho conosciuta dal suo e mio editore Tullio Pironti in piazza Dante. Era appena uscito il terzo libro della sua trilogia di una verosimile ricostruzione storica degli Imperi Romano d’Oriente e d’Occidente, il cui confine attraversava le terre di Serbia, Bosnia e Croazia: Intrigo a Costantinopoli, Il Danubio non parla latino ed È notte anche per me. Caldo ancora il pacco con le primissime copie, fui la prima a vederle e ad avere in omaggio la copia di È notte anche per me di cui mi bastò leggerne la prima pagina per esclamare: “Ma è una scrittura meravigliosa, come quella di Hermann Broch!”. Mi riferivo al romanzo La morte di Virgilio in cui l’autore ebreo tedesco ricostruisce, con monologhi interiori, le ultime ore di vita di Virgilio, ormai anziano, e il suo rientro in Italia a seguito dell’imperatore Augusto.
In quell’istante comparve in libreria Maria, all’epoca aveva 78 anni, vestita sportiva. Facemmo conoscenza e ne ebbi una dedica speciale. Per tanti anni ho condiviso con lei momenti, giornate intere e fine settimana, a casa sua a Napoli, nella sua residenza estiva ad Alfedena in Abruzzo, ma anche una settimana a Spalato in Dalmazia. Era intenzionata allora a scrivere dell’imperatore Diocleziano, nativo di Salona presso Spalato, e le organizzai una serata letteraria presso la Biblioteca comunale “Marko Marulić”, con tanto di pubblico. L’idea del romanzo su Diocleziano non fu mai portata a termine, ma ne scrisse un altro di argomento del tutto diverso, affascinata com’era allora dalle creazioni architettoniche che ci tramanda la storia. Ne venne fuori L’enigma del sarcofago, un romanzo che tratta di rapporti noti e occulti tra il nazifascismo e il Vaticano. Scrisse poi, e pubblicò con Mario Guida, il romanzo autobiografico A scuola dagli ardenti, storia della sua conoscenza con un giovane ingegnere siciliano, laureato a Napoli, originario di Modica, il quale successivamente diventò suo marito e da cui ebbe cinque figli maschi.
Le organizzai la presentazione dell’Intrigo a Costantinopoli nella sede della Comunità Ebraica di Napoli, con relatori due medici ebrei napoletani, il compianto Guido Sacerdoti (allergologo) e Alfredo Tedeschi (ortopedico), avendo il romanzo per figura centrale il medico di corte imperiale, l’ebreo Eliezer, che come una specie di James Bond riesce a districarsi tra mille difficoltà istituzionali, sociali e personali (https://www.youtube.com/watch?v=Rj55U3jkRuU). Un incontro riuscitissimo da me introdotto con la lettura di qualche pagina di un’opera da tempo esaurita, che Maria aveva dedicato alla gente e ai monumenti architettonici della sua amata Napoli: La Tebaide sovraffollata, edita molti anni addietro da un piccolo editore di Foggia. Ho voluto tirarlo fuori dall’oblio per l’occasione quel gioiello di scrittura. Gettai così le basi per una sua convinzione di far ripubblicare quell’opera, scritta sulla scia della fenomenologia di Bachelard, che tratta i monumenti rinvenendone l’anima, a cui lei decise poi di dare il titolo di Le pietre e i demoni di Napoli, affidandola al suo editore di sempre Tullio Pironti. Un libro che ebbe molto successo ed era molto caro a Maria. Così come le era caro un altro libro, autobiografico, scritto precedentemente e pubblicato in prima edizione con il titolo di Il giardino di carta, che per il modo di scrivere potrebbe annoverarsi tra i migliori della tradizione napoletana fiabesca e filosofica, sulla scia di Basile e di Vico. Tratta di Maria bambina sullo sfondo della Seconda guerra a Napoli, della sua vivace famiglia con casa nei Quartieri Spagnoli, e come lavoro nel Teatro San Carlo. Le proposi di ripubblicarlo con un altro titolo, e lei ne parlò anche con il nostro comune amico lo scrittore Silvio Perrella, membro della giuria Premio Strega. Lui pure le disse che avrebbe dovuto farlo (era questo suo romanzo d’esordio molto caro al maestro di Perrella, Raffaele La Capria). Con Silvio ne trovarono un bel titolo: Il chiostro dei miracoli. “Il giardino di carta” o “il chiostro dei miracoli” rappresentavano per Maria un teatro di giochi e di fantasie con cui si isolava dalla guerra imperante nella città, nel suo quartiere, e anche in casa grazie al padre despotico, un devoto fascista. Un romanzo prezioso per le pagine dedicate alle Quattro giornate con cui i napoletani bloccarono la presa della città da parte dei nazisti. Pagine di storia vissuta sulla propria pelle di bambina, rivisitata con gli occhi di persona adulta.
Ma prima di quello La Compagnia dei Naufraghi, frutto di vent’anni di ricerche sul remoto passato del ducato di Napoli. Ne ho scritto più approfonditamente nel mio articolo https://www.metroct.it/la-compagnia-dei-naufraghi/. E infine la sua ultima opera, uscita dalle stampe il giorno del trapasso: ... e poi il vuoto si mise a cantare, opera autobiografica in cui Maria si racconta come artista, scultrice prima, pittrice poi, femminista, comunista, critico d’arte per i quotidiani L’Unità e Paese Sera, e in cui descrive, a mente lucida, momenti grandiosi e intriganti della vita culturale e politica napoletana in mezzo a tanti personaggi di spicco che annoverava tra suoi ammiratori o oppositori. Un’opera coraggiosa, scritta per sopperire al vuoto del suo ultimo dolore, la perdita del figlio Lello, ma anche con consapevolezza di chi si apprestava ad abbracciare il Vuoto.
Maria non aveva paura di morire, non credeva nell’altro mondo, diceva di essere pagana, mi diceva di essere convinta che dopo di qua c’è il Vuoto. Il vuoto di Maria si è messo a cantare veramente. Canta con la musicalità di ogni sua frase, di ogni sua pagina. Con descrizioni meravigliose di personaggi che tratteggia come fossero pitture o sculture. Con andamenti sintattici più unici che rari che a pieno titolo possono fare di lei l’ultimo degli scrittori classici della letteratura italiana contemporanea.

Foto di Max Capodanno

guestauthor Autore
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