Manette in via Toledo per quattro spacciatori. Dalla cronaca alla storia

In manette a Catania nella zona del Tondicello della Playa quatto spacciatori di sostanze stupefacenti (crack e cocaina) appartenenti allo stesso nucleo famigliare: due sorelle, il marito di una e il compagno dell’altra. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal gip su richiesta della Procura distrettuale ed è stata eseguita dai Carabinieri della Compagnia di piazza Dante impegnanti nelle indagini sin da quando sotto il caseggiato degli arrestati, lo scorso 20 febbraio, fu trovato il corpo di un pescatore cardiopatico morto per un infarto fulminante dovuto all’eccessivo uso di cocaina.

La notizia di cronaca nera si è diffusa a Catania in un baleno e i giornali online e la stampa hanno pubblicato i nomi, l’età e le foto degli arrestati colpevoli di aver trasformato il loro appartamento in via Toledo, al terzo piano di palazzina di case popolari, in una piazza di spaccio. Rinchiusi in carcere i due uomini (quello più anziano, capo della banda, era già noto alle forze dell’ordine) mentre le due donne sono state sottoposte agli arresti domiciliari.

Nessuno ha però scritto che in quell’appartamento di via Toledo vivono anche tre ragazzini, che oltre a portare lo stigma di essere figli di delinquenti si ritrovano anche un cognome di famiglia ingiurioso: un cognome doppio ma non aristocratico, che immediatamente fa pensare alla condizione dei bambini abbandonati alla nascita, a cui un tempo venivano attribuiti nomi di fantasia a volte vergognosi.

I bambini nati fuori dal matrimonio un tempo erano moltissimi. Venivano chiamati trovatelli oppure esposti. Nel registro dell’anagrafe alla nascita venivano rivelati come figli di N. N. (nessun nome). Le donne che li partorivano li abbandonavano negli ospedali; oppure i neonati rifiutati di notte erano messi di nascosto nella “ruota”: un meccanismo – come mostra il disegno qui sopra – con una culla girevole posta dentro uno sportello aperto su un muro. Il bambino abbandonato veniva subito preso in cura da una nutrice (balia) e mantenuto a spese del Comune per i primi anni di età, non però se si scopriva che la madre era una prostituta.

Tanto tempo fa i bambini illegittimi e trovatelli venivano tatuati per essere riconosciuti. Questa pratica barbara fu poi sostituita dall’uso di apporre una cordicella di seta e o di canapa al collo con una medaglietta piombata. Questo sistema serviva ad identificare il bambino e ad evitare scambi di prole.

A Catania duecento anni fa vi erano delle strutture che assistevano la ragazze madri (ma non si chiamavano ancora così) ed i neonati abbandonati: ricordiamo, tra gli altri, la Casa del Santo Bambino e la Casa della Nutrizione, che accoglievano le donne incinte, catanesi e di fuori città, che volevano tenere nascosta la loro condizione e potevano rimanere nel più assoluto anonimato dal settimo mese di gravidanza sino ad otto giorni dopo il parto. Altri centri di assistenza erano il Reclusorio delle Malmaritate e delle Repentite (cioè ree pentite) e molti altri.

La Chiesa aveva la supremazia su tutto. I vescovi e i parroci aveva una grande voce in capitolo sulla rete assistenziale: controllavano le gravidanze illegittime, vigilavano sulla moralità, frenavano aborti ed infanticidi, proteggevano le bimbe abbandonate che non avevano ancora compiuto sette anni di età e cosa veramente strana … controllavano la pratica del taglio cesareo.

Al riguardo il vescovo di Catania nel 1742 e quello di Girgenti (Agrigento) nel 1744 pubblicarono degli editti (ordini) con cui condannavano i parroci, sotto pena di immediata scomunica (“ipso facto incurrenda”), se si fossero rifiutati di praticare il parto cesareo su donne vive che non potevano partorire per via naturale.

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