“MALIA” di Armando Pugliese al Teatro Brancati: cartoline da una novella…

Nel 1893, Capuana trovò nel M.stro e direttore d’orchestra catanese Francesco Paolo Frontini un complice raffinatissimo nell’esaltare tutte le umane emozioni di “Malìa”, scritto nel 1891 sotto forma di libretto d’opera. Al Teatro Brancati, in occasione della attuale rassegna teatrale, Capuana ha trovato in Armando Pugliese un elegantissimo regista che della novella ha rappresentato quel naturalismo verista tanto necessario allo scrittore per rappresentare la realtà.


Malìa di Luigi Capuana, al Teatro Brancati sino al 17 marzo; regia di Armando Pugliese; con Guia Jelo (Zia Pina), Angelo Tosto (Don Sciaveriu Teri), Riccardo Maria Tarci (Massaru Paulu ‘Nsiddu), Plinio Milazzo (Taddarida), Barbara Giordano (Jana), Marcello Montalto (Ninu), Roberta Rigano (Nedda), Giuseppe Schillaci (Cola), Lorenza Denaro (Catarina). Puccio Castrogiovanni (Mastru Nunziu) che suona la fisarmonica, eseguendo le musiche dal vivo. Costumi e impianto scenico Dora Argento; sartoria a cura delle Sorelle Rinaldi; luci Sergio Noè; assistenti Leandra Gurrieri, Marianna Occhipinti, Enrico Vaccaro; foto di Dino Stornello. Produzione Teatro della Città.


“Si tratta di un lavoro tragico – spiega il regista -, un testo in cui emergono i tratti caratteriali consimili dello spirito siciliano, appunto perché tanto per essere banali, dove c’è il tragico c’è il comico e dove c’è il comico c’è il tragico e tanto per essere originali, dove c’è il comico e c’è il tragico non ritroviamo mai il drammatico, ovvero l’analisi introspettiva dell’io borghese”. La dichiarazione di Armando Pugliese getta la giusta luce sulla storia scritta da Capuana per l’opera e poi, nel 1902 ricomposta come adattamento teatrale, sia in italiano che in dialetto. Verga non era d’accordo, Mario Rapisardi se ne compiacque, trovando la novella in dialetto assolutamente straordinaria.

La trasposizione teatrale della Compagnia Drammatica Dialettale Siciliana, non fu del tutto stimata dall’autore che ebbe da ridire con Giovanni Grasso ed Angelo Musco – sebbene avessero portato al successo  “Malìa” in giro per i teatri europei ed americani – ritenendo sfigurate alcune spiegazioni emendate rispetto alle intenzioni originali. In una corrispondenza inedita, Capuana stesso racconta ad un critico teatrale, che ha scritto Malia “per rappresentare obiettivamente un caso di passione patologica d’impronta regionale, perché la superstizione della fattura è diffusa anche in altre province italiane”.

Egli aveva affidato alla mimica, alla gestualità ed alla espressività dei ruoli cantati dell’opera, la forza tragica della vicenda che promana interamente da un personaggio femminile, quello di Jana, attorno al quale in un girotondo paziente ed inefficace si muovono tutti gli altri ruoli. Il matrimonio con la sorella più piccola genera nella ragazza un malessere inspiegabile, per contrastare il quale, si ricorre ad ogni genere di consulenza e di amuleto  senza, però, riuscire a guarire ciò che sin dai tempi più remoti veniva considerata “una forza che partendo dallo spirito del fascinatore entra negli occhi del fascinato e giunge fino al di lui cuore”; in poche parole, “il Malocchio, la Jettatura”.  L’artefice principale viene riscontrato nella vecchia Carestia , “ca un comparisci ‘nni la scena”, ma è qualcosa che trascende le umane ed irrazionali credenze, che è in verità vincolata alla natura primordiale degli umani bisogni e degli umani limiti. I personaggi di Verga e Manzoni sono umili e semplici, costretti per rango ed estrazione sociale a subire qualsiasi forma di angheria, e parimenti a frenare ogni istinto di rivalsa. In Malìa, vi è, dunque un modo chiaro di sentire: la vicenda non si articola sul fato avverso che ha costretto nell’ineluttabile divenire i personaggi legati al mondo contadino. La vita nei campi è appena accennata in qualche dialogo e l’attenzione del lettore e dello spettatore è indirizzata verso il modo di vivere le pause: il desinare in compagnia, il buon vino, lo scilinguagnolo che ne consegue, le allegre danze nelle corti comuni sulle quali si aprono tutte le stanze delle case vicine…

Tutti i personaggi non hanno evoluzione, ma sono funzionali al ruolo di Jana che scatena tutta l’energia buona e maligna della tragedia. Assai distante dai personaggi femminili romantici di Manzoni e di Verga (prima di Vita dei Campi e il ciclo dei Vinti), Jana è un personaggio forte e anche moderno, poco incline alla rassegnazione, forse anche furbo dal momento che sembra sfruttare “a ‘ malìa” per spiegare alla famiglia ed ai vicini il suo morbo, che altro non è che la sbilenca morbosa passione per il cognato. Sembra in lei essere assente anche un vero e proprio rimorso verso ciò che accade infine col marito della sorella, somministrando la medesima cagione al fidanzato Ninu…«Cc’è quarchi cosa sutta can nun arrivu a capiri».


Gli attori di questa edizione di Armando Pugliese sono precisi e disinvolti; ad eccezione del ruolo di Cola i cui panni non sembravano agevoli per l’attore e dell’attore Plinio Milazzo a cui avrei affidato un ruolo diverso, sfruttando maggiormente la duttilità delle maschere che l’attore sa alternare, riuscendo non solo in ruoli brillanti.
Angelo Tosto e Guia Jelo, attorno ai quali il movimento è spumeggiante, ormai costituiscono gli idoli laici a cui anche lo spettatore più esigente sa di potersi votare con garanzia; Riccardo Maria Tarci che amo particolarmente in veste di attore e che qui è un ottimo padre; brave Lorenza Denaro e Roberta Rigano; forse un po’ trascurato Marcello Montalto nel ruolo di Ninu, “prumissu spusu di Jana” che mi aveva emozionato nella magnifica interpretazione del “Fu Mattia Pascal” (all’Ambasciatori, nel 2018, adattamento di Irene Tetto, regia di Giuseppe Bisicchia e Massimo Giustolisi).

Barbara Giordano è ideale nel ruolo della irrequieta Jana! Figlia d’arte (Mariella lo Giudice ed Angelo Giordano), sulla scena si muove con disinvoltura, quasi a passi di danza. La sua interpretazione di Jana è drammatica nel dialetto come lo sarebbe stata parimenti se lo avesse fatto da soprano. Ricorrono, infatti nel suo viso tutte quelle micro espressioni trasudanti di passione, carnalità, abbrutimento e requie che le fanno ora brillare ora spegnere gli occhi. E’  bella come la statua della Madonna poggiata sul tavolo, trasfigurata nella spietata invocazione a quella stessa statua che non l’ascolta.

Capuana amava la fotografia: Verga lo canzonava dicendogli che la sua era una vera mania.

La cosa che più mi ha incantato è stato questo tributo che Armando Pugliese ha dedicato alla passione dello scrittore, costruendo la scena con poca mobilia, stoviglie e sfruttando l’elasticità dello spazio per riempire i vuoti con le emozioni. Le ambientazioni scarne, in cui si ricostruiscono gli antichi cortili, ricchi di accoglienza di vino e profumi; luci fioche di candele e lanterne accese che amplificano la vita proiettandone le ombre. Tutto come in una foto in bianco e nero, in cui solo un dettaglio per ciascuno scatto viene ritoccato con quel colore rosso, simbolo di un “contra mavaria”: nel primo atto, l’ombretto rosso sugli occhi da Za’ Pina (Guia Jelo), la pezza di tessuto rosso portato “a scacione” di visita da Don Sciaveriu Teri (Angelo Tosto), nel secondo e nel terzo, l’abito rosso della festa, indossato da Jana, presagio cruento piuttosto che favorevole…

E in tutto questo spasmodico ed agitato esistere,  Mastru Nunziu (Puccio Castrogiovanni) taglia tranquillamente il tempo e gli spazi suonando la fisarmonica e tracannando fiaschi di rosso…sarà lui quell’elemento muto e misterioso, introdotto nell’allestimento originale dell’opera, che si muoveva sulla scena con la coppola in testa ed il viso bianco di cenere bianca…?

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