“Madri di Guerra”, alla Sala Roots l’emozione lunga un tempo

Una madre dovrebbe andare al matrimonio di sua figlia, non al suo funerale…”Madri di Guerra” si apre subito con un pugno allo stomaco, di quelli che ti fanno male, lasciano senza respiro, fanno piangere silenziosamente. Comincia così, con una giovane in abito da sposa distesa su un letto in una stanza per ragazzi; un mazzo di peonie giganti e di tulipani regalato da un antico signore che si toglie il cappello quando saluta una signora…In pochi minuti il dramma raggiunge le sue vette più alte e si stabilizza solo a tratti, quando il dolore nel dialogo fantastico a momenti si sopisce nel ricordo dei giochi, delle conversazioni, del rapporto fra madre e figlia fatto di confronti, confidenze, abbracci e consigli.
Antonella Caldarella (autrice, regista ed attrice in questa edizione, in sostituzione di Daniela Fisichella) trasfigura il suo corpo e la sua espressione con una tale verità degna delle interpretazioni delle più grandi attrici del passato…lo fa con misura, esprime il suo dolore con una ferocia calmierata, la mimica chiusa ed espansiva manifesta perfettamente la disperazione o qualsiasi altro sentimento una madre deve inventare per fargli prendere il posto dell’infinito squarcio che vivrà per sempre.
“Il testo – spiega l’autrice – è nato tanti anni fà: aspettavo mio figlio (Andrea Cable, autore delle musiche che esegue dal vivo con la chitarra n.d.r.) quando rimasi molto colpita dalla morte della giovane Maria Grazia Cutuli, la giornalista italiana assassinata in Afghanistan nel 2001. Non facevo che pensare alla sua storia ed a sua madre, così decisi di scrivere un testo che parlasse di due donne e della guerra. Mi sono documentata su internet, su chi fosse Maria Grazia, ma su sua madre invece non avevo dubbi, sapevo chi era Agata. Non è la storia di una giovane donna morta per la verità – continua l’autrice – ma mi ha dato l’ispirazione per raccontare di una madre e di una figlia e del rapporto che le lega. Un legame forte, speciale, indissolubile che inizia prima della vita e continua dopo la morte; ma si parla anche dei conflitti che viviamo ogni giorno nel nostro quotidiano, nella nostra casa, nei nostri rapporti, nella nostra terra che ci costringe ad emigrare, si parla delle donne e del loro ruolo di madri, difficile e affascinante, ma anche del ruolo di figli, audaci e liberi. E’ uno spettacolo intimo e profondo, è un teatro necessario, poiché in questo momento di alterazione della realtà, dove non si comprende più cosa è vero e cosa è virtuale, è necessario far conoscere storie di eroi veri che combattono guerre vere, perché credono veramente in qualcosa”.

Valeria La Bua, bellissima e misurata anch’ella (che subito al provino aveva convinto la Caldarella e con ragione, aggiungo io) nei panni della figlia raccoglie nella sua vita tradotta tutto il dolore della madre cercando di esserle madre a sua volta; felice di avere vissuto per trentanove lunghi anni, lunghi perché fatti delle cose che voleva fare, riempiti di un mondo che agli altri è sconosciuto…”Città di spie, Kabul, messe alle costole di ogni straniero. Capitale di macerie, di mendicanti che stazionano a ogni incrocio, di bambini laceri e affamati” (amava ripetere Maria Grazia Cutuli)…lei aveva visto e documentato il dolore, la sottomissione, la violenza frutto dell’arretratezza. Ne è appagata questa creatura falciata in giovane età e per lei che aveva avuto qualche fidanzato ma che non aveva mai pensato al matrimonio, quell’abito bianco resterà la sua unica possibilità di indossarlo.
L’attrice, emozionatissima, dopo i lunghi applausi e le lacrime e lo stupore del pubblico, ha raccontato il suo incontro fortuito con Antonella Caldarella e con “Madri di Guerra”: “Quando ho partecipato all’audizione non sapevo esattamente di cosa parlasse lo spettacolo. È stato così che ho saputo della storia della giornalista uccisa: da un giorno all’altro ho cominciato a divorare i suoi articoli, a leggere su di lei, a vedere le interviste. Era una donna forte e coraggiosa, che ha subito destato la mia ammirazione (sono fortemente attratta da queste figure carismatiche). D’altra parte, non mi sono mai posta il proposito di farne un ritratto preciso. La scrittura di Antonella ha il dono di trasformare una storia particolare in una parabola universale: è chiara, limpida e si rivolge a tutti senza intellettualismi, arrivando dritta al cuore delle emozioni. Quelli che interpretiamo sono due personaggi che si vogliono fare capire. La Madre e la Figlia hanno ciascuna il proprio punto di vista e le proprie ragioni uniche, che probabilmente l’altra non potrà mai comprendere. Nonostante questo, c’è molta tenerezza tra di loro, c’è il tentativo di sostenersi a vicenda, anche nella lontananza, di tornare a sorridere. È questa la forza dello spettacolo, nel suo percorso quasi terapeutico. Nell’interpretare il personaggio della figlia ho dovuto cercare la tranquillità e la forza chiaroveggente di chi ha avuto il coraggio di realizzare la propria vita pienamente, senza paura. È un’ottica molto bella e anche abbastanza lontana da me, che ho un approccio… diciamo più tormentato alla vita. Raccolgo con gratitudine questa occasione, e mi porto a casa l’insegnamento per me più importante: “è bello vivere avendo qualcosa in cui credere, è bello morire senza rimpianti”.

Quanto sono state brave queste due attrici che immediatamente ci portano nella realtà, che immediatamente conferiscono al dramma i toni del fatto. Anche in ordine al ventaglio di sentimenti che si apre e si chiude inevitabilmente dalla crisi alla rassegnazione, dalla rassegnazione alla crisi.
La scenografia sembra copiata dalla stanza di una casa di bambole: semplice letto con una coperta di pizzo, semplice tavolino con una vaso di fiori colorati, uno specchio ballerino, un bambolotto ed una tenda nera, porta fra il mondo di qui e quello di là, contro cui stonerà l’abito verde, simbolo di una rinascita che la figlia auspica per la madre. E la madre l’accontenta…

Ricordo, quando nel 2006, a Catania, nel piazzale delle Ciminiere, l’allora presidente del Senato Franco Marini, scoprì la lapide dedicata a tutte le vittime del terrorismo internazionale; c’erano i genitori di Maria Grazia Cutuli, vestiti di nero e in lacrime, dignitosissime lacrime. Erano trascorsi cinque anni dalla sua uccisione ad opera di un commando forse di balordi, forse organizzato. A novembre (medesimo mese della morte della figlia) del 2009, morirà il papà, consumato dai postumi di un ictus e nel 2015 muore ad ottantotto anni, in una casa di riposo, Agata D’Amore, la mamma, appunto. La signora D’Amore era una persona profondamente credente che si era opposta alla condanna a morte degli assassini della figlia :«L’unica cosa – diceva – che è sempre contata per me è stata la conseguenza, tremenda, il fatto che Maria Grazia mi era stata portata via». «Per me il tempo non scorre più: siamo rimasti fermi al momento in cui ce l’hanno tolta, io e mio marito. Viviamo nel culto della sua memoria e della sua bontà. Ricordo quante volte Maria Grazia mi disse che se non avesse fatto la giornalista, avrebbe voluto diventare operatrice umanitaria». E loro l’assecondarono.
Per la forte valenza emotiva, per la qualità del testo, per l’interpretazione dei ruoli e la regia attenta, io mi sento di affermare che questo è un lavoro che merita di essere portato in giro, per essere visto, per essere altrimenti ed altrove proposto. Mi auguro che ciò avvenga, perché il contrario sarebbe un vero peccato.

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