LUPO di Carmelo Vassallo. Teatro Mobile al Centro Zo

“Lupo” di Carmelo Vassallo, regia Guglielmo Ferro ed aiuto regia di Francesco Maria Attardi; con Mario Opinato e Giovanni Arezzo; musiche di Massimiliano Pace, scene di Alessia Zarcone. Terzo lavoro per la rassegna 2019/2020 del Teatro Mobile diretto da Francesca Ferro e Francesco Maria Attardi.

Le scene di Alessia Zarcone hanno trasformato la sala del centro Zo nel balcone affacciato sul cortile di una palazzina a pochi piani; porte spalancate, biancheria stesa e già irrigidita dal forte caldo. Cocimu in sottana si affaccia. Forse è pomeriggio, prima serata, il caldo è lo stesso e la mamma ha il sonno interrotto. Lei non vuole che si racconti quella storia, in quel modo lì…bisogna dire che è andata in quell’altro modo. Adesso Cocimu ha 30 anni e racconta di quando ne aveva 15, quindici anni prima, chè Lupo ne aveva trenta. La vita era quella di un quartiere della Catania del popolo confinata fra la rena e la sciara; Cocimu era picciriddu e Lupo se ne andava in giro a petto nudo: quando non stava al porto, portava il suo sorriso e il suo ostinato ottimismo laddove gli dessero retta. Lupo…perché?…Si raccontava che sua madre fosse la mamma di Cocimu e che fosse stato cresciuto da una vecchia e che quando questa fosse morta, Lupo si era trovato solo a girovagare in mezzo alla lava, ululando alla luna che come nella leggenda una volta al mese diventava più grande per illuminare meglio le cose e rendeva le sue notti meno nere. Calcio balilla, motorini truccati: una spavalderia creata apposta per nascondere la mancanza di una guida, per opporsi a chi considera gli abitanti di certe zone, pericolosi e basta. Lì, fra una partita ed un giro in vespa, Cocimu comincia a sentire “pinzeri tinti”, che lo fanno infiammare, che gli fanno perdere il sonno. Come fai a confidarti? Con chi, poi? L’oratorio, i preti, il peccato. Il bar, i maschi che parlano di fimmini. Una madre che straparla quando sta sveglia. E Cocimu manco con Lupo può confidarsi chè lui di niente si era accorto…E il pensiero fisso diventa incubo e si scatena in rabbia…

Ph Dino Stornello

Carmelo Vassallo aveva scritto “Lupo” per non fare dimenticare com’è e com’era fatta la gente che stava da un’altra parte. Classe 1955, scompare prematuramente nel 2010: dopo aver archiviato i trascorsi di calciatore, si dedica alla carriera artistica, vivendo le esperienze teatrali fra Milano e Genova, con il Teatro della Tosse ed il Teatro Porta Nuova. I suoi testi teatrali, “Lupo”, “Farfalline” e “Donna Nedda” sono forti e potenti perché espressione di una impronta popolare che apparteneva e continua ad appartenere a quella società che vive, si agita e muore nei quartieri considerati “rischiosi”, scomodi e lontani. Carmelo Vassallo  ne scrisse classificandone atteggiamenti e condizioni, caratteristiche ed avvenimenti; laddove non entra nessuno, si consumano vite, si moltiplica la vita, si perde troppo e non si vince quasi mai. E lui ne volle parlare, in modo diretto, esaustivo utilizzando una forma linguistica tipica, il dialetto con tutta la sua onomatopeica, i suoi becchi, modi di dire, sintesi geniali. Un patrimonio inestimabile. E Giovanni Arezzo e Mario Opinato lo hanno fatto diventare poesia, cantilena, nenia dolcissima…

 

Mario Opinato è Lupo, magnifico e bellissimo. In questa qualificazione rientra il personaggio a tutto tondo perché è riuscito a farlo parlare attraverso il corpo, il petto scoperto e spavaldo proteso a respingere il mondo; a trascinare noncuranti i passi nelle infradito di plastica. Mario/Lupo è il viso bruciato di chi vive sempre sotto il sole, il ghigno divertito di chi ammicca, la risata piena e sgraziata di chi conquista a sua misura un traguardo. Mario Opinato è attore in grado di spendersi in tv, come al cinema che in teatro (proprio quest’anno festeggia i trent’anni di carriera): io l’ho apprezzato nel ruolo di “Pippo pacchio” ne il “Sogno di una notte a Bicocca“, nel recente “Deadbook“; non gli rendeva giustizia, secondo me, il ruolo di Don Cocimu Binanti ne “U’ Contra”.

 

In questo ruolo – che era stato dello stesso Carmelo Vassallo – Mario Opinato è di una bravura che mette quasi in soggezione perché in grado, durante i sessanta minuti dell’atto unico, di assumere in sé tutte le caratteristiche primordiali di Lupo, facendocelo immaginare esattamente come quei personaggi veraci di cui era affollata Catania un tempo. Riesce a essere esaltato, triste ed affettuoso con scarti brevissimi, perché il cambio espressivo del personaggio è velocissimo. E Mario ce la fa, ci riesce con intensità che rapisce.

Giovanni Arezzo è Cocimu. Cocimu che ha quindici anni nel ricordo dei racconti di Cocimu che ne ha trenta. Recita in sottoveste e nella prospettiva bianca della roba stesa, sul piano scuro che potrebbe essere la sciara, sembra ancora più piccolo e vulnerabile, più timido ed infervorato. Giovanni Arezzo,(visto di recente nelle vesti di un magnifico giovane Hitler e recitare nel ruolo di Chet Baker, il trombettista, la scorsa estate si è cimentato nella regia de “i Girasoli” con Alice Sgroi) risolve qui le due età del personaggio con una naturalezza che gli appartiene inevitabilmente. Si affaccia sul palcoscenico palesandosi appena con le espressioni e la gestualità di chi si spunta le unghie di una mano con quelle dell’altra in una postura delle spalle concava rispetto al busto e ci racconta quello che il suo immaginario trasecolato ha cercato di accantonare: la verità di come andò veramente il fatto di Lupo…

 

Entrambi sono puro turbamento; con la regia precisa di Guglielmo Ferro, attento a rendere ogni immagine ed ogni ricostruzione ed ogni tratto emotivo, Lupo si risolve in pathos assoluto.

 

 

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