Luigi Piovano dirige lo Stabat Mater di Dvořák al Teatro Massimo Bellini

Nelle stesse ore in cui il pontefice con la Via Crucis rievocava a Roma la passione e crocifissione di Cristo, al Teatro Massimo Bellini veniva eseguito lo Stabat Mater di Antonín Dvořák per soli, coro e orchestra.
Il concerto ha prodotto una straordinaria emozione anche ai non credenti. Ascoltare questo canto religioso, che ha radici nella liturgia del XIII secolo, significa sentirsi parte di una tradizione culturale giunta dal Medioevo sino a noi. La scelta di eseguirlo il Venerdì Santo è stata dunque perfetta: non suoni blasfemo dire che l’ascolto devoto equivale a una santa messa.
Affresco sonoro di ampie dimensioni (oltre un’ora e mezzo di musica), lo Stabat Mater di Antonín Dvořák esprime una religiosità radicata e sincera, giacché comincia con toni drammatici – per l’innegabilità della morte terrena – ma poi si stempera nella speranza di rinascita a nuova vita spirituale. Belle le voci dei quattro solisti, tutti giovani e dalle promettenti carriere: il soprano Eleonora Contucci, il contralto Francesca Pierpaoli, il tenore Antonio Corianò, il basso Daniel Giulianini.
Il coro del Teatro Massimo, diretto da Luigi Petrozziello, è stato il possente protagonista del concerto: la partitura privilegia infatti la dimensione collettiva, che talvolta è quasi preminente rispetto alle voci dei solisti. I professori d’orchestra, che hanno eseguito per la prima volta lo Stabat Mater di Dvořák, si sono entusiasmati, suggerendo l’introduzione di questo concerto sinfonico corale nel repertorio abituale del Teatro.
Il concerto è stato magistralmente diretto da Luigi Piovano, da dieci mesi assente dal Teatro Massimo Bellini, che ancora una volta ha mostrato le sue doti di gran comunicatore. Entrato in scena, parla al pubblico in modo semplice e irrituale: “In attesa che il soprano recuperi gli occhiali in camerino – esordisce – vi dico qualcosa sullo Stabat Mater che ascolterete stasera….”. Adorabile direttore! Impossibile non amarlo.

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