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Lo schiaffo di Will Smith a Chris Rock: l’angelo vendicatore a difesa della proprietà. Diffidate donne.

Nella professione attoriale, specie in chi fa della comicità il suo punto di forza, la scelta degli argomenti sui quali scatenare la risata è cruciale, come fare domande nel giornalismo. Freud ha indagato in profondità sul motto di spirito, concludendo che esiste un legame inscindibile tra comicità, inconscio e sessualità.

Una donna con la testa rasata perde una grande parte della sua sensualità, secondo la visione basica delle caratteristiche dei sessi che oppone bambolina a supermacho e quindi, indipendentemente dal motivo che l’ha portata a presentarsi in pubblico rasata, può essere messa alla berlina, rende possibile la risata, di scherno e derisione, a metà tra bullismo e dileggio.

Anche questo ci consegna la battuta di Chris Rock: l’adesione allo stantio stereotipo della donna desiderabile solo con chioma fluente, possibilmente e preferibilmente bionda, a coronare un bel visino giovane, fresco e sorridente.

L’attrice Jada Pinkett, (che soffre di alopecia), all’indirizzo della quale Rock aveva diretto dal palco degli Oscar, in mondo visione, la battuta sulla sua testa rasata (Jada, ti adoro. Non vedo l’ora di vedere Soldato Jane 2) si è giustamente infastidita, ma si è limitata ad alzare gli occhio al cielo.

Da lì in poi il pessimo spettacolo lo ha dato il marito, la superstar Will Smith non tanto e non solo per il cazzotto che ha rifilato all’amico/rivale Rock quanto, dal mio punto di vista, per le ‘scuse’ contenute nel discorso al momento dell’inaspettato Oscar come migliore attore ricevuto qualche minuto dopo l’aggressione. Un pericoloso proclama, condito con lacrime, su come l’amore faccia fare cose folli (spesso è argomento a giustificazione degli atti violenti degli uomini sulle donne); su quanto il personaggio del film che interpreta protegga la sua famiglia, e su come questa preoccupante fusione tra vita reale e interpretazione sia connessa con la fede.

“In questo momento della mia vita sono sopraffatto da quello che Dio mi chiede di fare su questa terra- ha dichiarato l’attore. – Sono stato chiamato nella mia vita ad amare le persone, a proteggere le persone ed essere un fiume per la mia gente. Ho dovuto proteggere Jade. Io voglio essere un ambasciatore di questo tipo di amore, cura, attenzione”.

Perfetto: accanto all’evidenza che plasticamente illustra l’unilaterale reazione di ‘difesa’ da parte del maschio alfa nei confronti della femmina, (che nemmeno è stata interpellata dal difensore prima di partire con il cazzotto) il danno considerevole del gesto di Smith sta nel consenso che si tira addosso.

Nel suo discorso Smith veste i panni del protettore, del salvatore, del vendicatore (manesco) del torto subìto non da lui ma dalla moglie, e attira l’approvazione molto diffusa di quante e quanti hanno voglia di menare le mani, immediatamente e senza mettere in mezzo il tempo utile a formulare una risposta dettata non dalla rabbia narcisistica ma dall’empatia verso la vittima.

Qui la donna che ha subìto il torto scompare, come nei casi di violenza quando la stampa e l’opinione pubblica disquisisce su come lui fosse geloso, lui troppo innamorato, lui stressato dal lavoro o dalla disoccupazione, dalla durezza delle condizioni di vita o altro: il palcoscenico è tutto e solo per il maschio che protegge; lui sbaglia, magari sì, con il cazzotto, ma è per un eccesso di (cosiddetto) amore: insomma, certe persone capiscono le cose solo con le maniere forti.

Il paradosso è che una parte di umanità, non ancora fuori dalla ‘guerra’ al virus e catapultata nella (vera) guerra contro l’Ucraina, mentre a parole invoca la pace ecco che non  vede l’ora di dispensare ‘giustizia’ con le mani.

Il rischio, penso, è che, simpatizzando con la parte manesca della ‘giustizia’ si precipiti mani e piedi nella stessa logica che ha scatenato la guerra, azzerando ogni differenza tra l’aggressione e chi ne è vittima.

 

Matteo Licari Autore
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