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“Libere”, la dignità del dolore, l’ennesimo talento delle “donne contro la Mafia”

Libere – donne contro la mafia ed è la pièce scritta e diretta dall’attrice catanese Cinzia Caminiti che porta in scena la forza che madri, mogli, sorelle, fidanzate di morti ammazzati dalla mafia traggono dal dolore, quello lancinante e senza ragione. Lo spettacolo è interpretato oltre che dalla stessa Caminiti, da Barbara Cracchiolo, Simona Gualtieri, Sabrina Tellico; si sviluppa all’interno del percorso Teatro civile del Teatro della Città – centro di Produzione Teatrale. Prodotto da Associazione Città Teatro; aiuto regia, Nicoletta Nicotra; foto di Agatino Dipolito.

Cinzia Caminiti ha dato sempre alla ricerca una valenza necessaria sia per far in modo che nulla venisse dimenticato, che per sostanziare di quel valore aggiunto ogni forma di esposizione che è la cultura degli argomenti di cui il Teatro civile si fa vettore. E’ una grande attrice, una studiosa, una cantante ed una enunciatrice di antichi saggi basati sulla tradizione popolare che lega a doppio filo ogni espressione della vita dell’uomo e della donna nella società di un tempo, quando la Natura era l’alveolo in cui rifiatava ogni respiro della vita. Ha sempre recitato portando sulla scena in ogni personaggio interpretato tutta una serie di sfumature che conferiscono spessore al tema narrato: è stata brava anche questa volta a mettere insieme tutti i risultati delle sue ricerche, generando un lavoro generoso e coinvolgente, profondo ed importante. Emozionata ed emozionando ha espresso le ragioni della sua idea, raccontando l’intenzione di non dimenticare ciò che è stato, che dopo l’Unità d’Italia, al Sud, ha assunto parvenze malefiche generando confusione fra ricchezza e povertà, soprusi e diritti, giustizia e vendetta.

E giusto quest’anno ricorre il trentesimo anniversario degli omicidi di Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo (23 maggio 1992) e Paolo Borsellino (19 Luglio 1992), morti insieme agli uomini delle loro scorte: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina… e non si troveranno mai parole per spiegare, per capire…

“Libere – donne contro la Mafia” è un documento importante, un lavoro teatrale che si apre con un triste ingresso di donne piegate dal dolore ma dignitose, che hanno perduto in pochi attimi, ciascuna per una relazione parentale ed affettiva, il senso della propria vita; vittime consapevoli ed inconsapevoli finite nel carosello macabro dei giochi di Mafia. Vittime e “libere” di slanci ed affermazioni senza paura perché quando si uccide l’innocenza non si ha più niente da perdere se non l’occasione di concorrere a ripartire in pari i ruoli e fare giustizia. Libere di essere presenti anche laddove le istituzioni latitano, le famiglie si astengono esprimendo ragioni inchiodate al muro della paura e dell’omertà.

Barbara Cracchiolo, Simona Gualtieri, Sabrina Tellico e Cinzia Caminiti sono le madri, le mogli, sorelle, le fidanzate che si contorcono dal dolore che si strappano dal petto e nascondono nel pugno alzato contro chi lo ha generato. Sono il coro e le soliste,  il racconto e il pianto, la lotta e l’urlo, come la condanna e la forza del perdono. Esse, con le loro piccole valigie con dentro i pochi oggetti superstiti di una sconfitta vanità femminile, scorrono fra il pubblico guardandolo dritto negli occhi come per stabilire subito che esse non hanno paura. Il palcoscenico, ambito nevralgico in cui ogni luogo ed ogni tempo vengono collegati e rappresentati da espedienti di scena semplici ed efficaci, diviene per due turni ad attrice, il momento in cui il racconto della vita si conclude col racconto della morte decisa per condannare il bene. Vittime sacrificali, tutti, le une che sono rimaste e gli altri che se ne sono andati.

Francesca Serio (madre di Salvatore Carnevale) Concetta Campagna (cugina di Graziella) Daniela Ficarra (fidanzata di Enzo brusca per la storia del Piccolo Di Matteo) Rosaria Costa vedova dell’agente Vito Schifani scorta Falcone. Felicia Bartolotta Impastato madre di Peppino e Katya Russo speaker radio aut amica speciale di Peppino impastato. Piera Aiello cognata di Rita Atria e collaboratrice di giustizia oggi onorevole deputata. Michela Buscemi attivista autrice della poesia finale “‘A morti da mafia”…donne vittime della Mafia che, si sono prese per mano, senza saperlo, in momenti diversi. 

Il collegamento narrativo c’è e si sente; un po’ più incerta sembra, in alcuni momenti, la regia. Il lavoro di cucitura fra tutte le vicende è impegnativo, i nomi ed i fatti sono importanti, ogni evento raccontato dalle quattro attrici possiede un retroscena che merita di essere reso più teatralmente e meno televisivo; forse, azzardo, potrebbe essere di ausilio aggiungere un coro separato dalle protagoniste, cassa di risonanza che possa adempiere all’esclusivo ruolo di commento a margine, ottenendo così lo scopo di formare due prospettive parallele impedendo alle attrici di cambiare posto sul palcoscenico. Infatti, è magnifica la collocazione di una di esse che, nell’attesa che ciascuna narri di sè, resta accasciata su una sedia, madonna addolorata ai piedi della sua croce personale.

Lavoro meritorio ed eccellente: se ne sono accorte anche le istituzioni, gli addetti al settore. Basti pensare che la prima del debutto al Piccolo Teatro della città di Catania è stata preceduta da una conferenza pensata con moduli efficaci: all’incontro, moderato dall’avvocato Enzo Guarnera e cui ha preso parte in collegamento Salvatore Borsellino, fratello del magistrato e fondatore del Movimento delle Agende Rosse, hanno partecipato il giornalista Luciano Mirone, il portavoce di Agende Rosse Palermo, Davide Minio; la responsabile di Agenda Rosse Catania, Serena Iuppa; il presidente dell’Associazione antiracket e antiusura Libera Impresa, Rosario Cunsolo; la familiare vittima di mafia Pina Catalano e la testimone Luana Ilardo. Alla seconda rappresentazione, ha voluto essere presente anche Enzo Bianco, nel 1999 Ministro dell’Interno nel Governo D’Alema.

“Abbiamo sempre pensato – spiega Cinzia Caminiti, autrice e co-protagonista – che l’argomento sia stato trattato solo da un punto di vista maschile laddove, invece, il prezzo più alto, in fatto di mafia lo hanno pagato le donne con il loro dolore. Donne che dopo un dolore infinito e mai risolto, decidono di farne una bandiera. Ognuna di loro ha una formula antimafia e ne fa partecipi gli altri, portando la propria testimonianza, nelle scuole. Il Teatro sia un mezzo efficace per fare cultura e spesso cultura “anti”. E’ il caso di questa messinscena, diventata per noi anche “ impegno”. Riteniamo di dovere arrivare al cuore e alla pancia di chi lo recepisce partendo dal basso, dalla cronaca, dal racconto di alcune vite semplici diventate loro malgrado eccezionali e in particolare quella di dieci donne che hanno combattuto la mafia, ognuna a modo proprio”.

 

 

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