L’Estate di san Martino: la leggenda popolare e i capretti messinesi

Solitamente intorno all’11 novembre, festa di san Martino, le temperature sono un poco più miti delle medie autunnali e le giornate assolate. Il breve miglioramento climatico successivo ai primi freddi autunnali è noto come Estate di san Martino. La sua natura è però ingannevole ed effimera. Difatti quest’anno non arriverà. A causa della presenza di un vortice ciclonico sul Mediterraneo occidentale che porterà maltempo su molte regioni italiane, soprattutto al Sud, i giorni a cavallo dell’11 novembre saranno caratterizzati dal maltempo.

Il nome di Estate di san Martino (detta anche delle Vedove) ha origine dalla tradizione secondo la quale proprio l’11 novembre, in una fredda giornata di pioggia e vento, Martino – cavaliere che aveva intrapreso la carriera militare sin da giovane – rinunciò al suo mantello per donarlo ad un mendicante infreddolito, dividendolo in due parti con la spada.

Fondatore del monachesimo in Francia e primo vescovo della città di Tours, ebbe un culto molto diffuso che alimentò sin dal medioevo diverse leggende. Capolavori d’arte sono a lui dedicati nei musei europei. A livello popolare numerosi proverbi, soprattutto dialettali, fanno riferimento all’11 novembre: «A san Martino ogni mosto è vino»; «Da san Martino l’inverno è in cammino»; «Per san Martino castagne e il buon vino».

San Martino un tempo era considerato il santo degli eserciti e l’11 novembre si facevano le parate ufficiali, con gli ufficiali splendidi nelle uniformi nuove con scintillanti bottoni, galloni e spalline. Tranne l’artiglieria che ha per sua santa protettrice Barbara tutti gli altri rami dell’Esercito brindavano a San Martino.

“Se però domandate a un siciliano vi sentirete rispondere che san Martino è il protettore degli ubriachi: ingiustizia solenne, perché a quanto se ne sa e secondo quanto sta scritto nella Legenda Aurea san Martino fu astemio e gli 80 discepoli che convissero con lui nel monastero da lui fondato ne fanno fede”. Così si legge in una bislacca pubblicazione del 1888, il cui autore, un siciliano, suppone che tutt’al più ubriaco fosse l’intirizzito che ricevette il mantello … ma da qui a considerare tutti gli ebbri e gli ubriaconi sotto la protezione san Martino ce ne corre!

Un tempo nella zona di Milano per san Martino si mangiavano il maiale ed i ceci. Chi era ricco pranzava con il tacchino.
A Messina invece quel giorno di festa era di prammatica mangiare il capretto o l’agnello al forno (ciareddu). Lo scrive il Pitrè e lo testimonia un messinese che descrisse la strage di capretti sgozzati, ornati di nastri e fettuccine, esposti davanti alle case con il ventre aperto in bella vista (visione che non tolleriamo più neanche per i polli). “Ma da questo uso di uccidere i capretti vien su nella credenza popolare un altro concetto ingiurioso per il Santo. Nella provincia di Messina si attribuisce anche a lui – a causa delle corna dei capretti – il protettorato di quei mariti le cui mogli danno volentieri il morso al frutto proibito. Mentre poi codesto protettore nel resto della Sicilia è san Silvestro”. … Questa non la sapevo! Quante cose si apprendono leggendo vecchi libri e, in particolare, “San Martino: usi e credenze siciliane” di A. G. Corrieri.

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