“Le mille bolle blu” di Filippo Luna e Totò Rizzo

Non so se esiste un corrispettivo della Sindrome di Stendhal per esprimere il rapimento dell’attenzione di fronte ad un attore che per cinquanta minuti riempie da solo tutto lo spazio di un palcoscenico. Se tale suggestione emotiva dovesse essere stata classificata, credo che la si potrebbe trasferire all’incredibile esperienza vissuta lo scorso fine settimana dalla platea del Teatro Angelo Musco assistendo alla dirompente interpretazione di Filippo Luna nel monologo “Le mille bolle blu” scritto in chiave drammatica da Totò Rizzo, storico giornalista del Giornale di Sicilia, tratto da una breve raccolta di racconti intitolata “Muore lentamente chi evita una passione – diverse storie diverse”, scritta dallo stesso Rizzo, Angela Mannino e Maria Elena Vittorietti. Terzo appuntamento, inserito nel programma 2019/2020 della rassegna Palco-Off, organizzata da Renato Lombardo e Francesca Romana Vitale, costituisce l’ennesima puntuale prova della lungimiranza dei due direttori artistici.

La regia è curata da Filippo Luna che si è occupato anche della scelta degli elementi d’arredo: una poltrona da barbiere, una grande foto riprodotta da una più piccola, che il padre con un amico si erano fatti scattare a Mondello, durante una pausa dal lavoro.

Le Mille bolle blu è il titolo di una canzone, perché tutti gli innamorati ne hanno una. Si, gli innamorati: due persone che si amano a limite del sacrificio personale sono soltanto due innamorati. Il punto di osservazione sgombro (e non solo) da pregiudizi di sorta guida verso una visione pulita ed asciutta e contribuisce a definire una certezza: che di Amore si parla. Il bisogno di cercarsi, sentirsi, abbracciarsi, toccarsi, guardarsi negli occhi, non cambia se alla fattispecie narrata si antepone il suffisso “omo” o “etero”. Non cambia, è Amore; e rimane tale se ad amarsi sono un uomo e una donna, un uomo ed un uomo, una donna ed una donna. A volte, la necessità espressiva del sentimento obbliga anche al superamento di uno stato civile non esattamente libero. Allora? Chi è legittimato ad amare?

Sarebbe semplice avviare una filippica sull’omosessualità, spaziare verso il pensiero teoretico ed aprire alla polemica. Per quanto utile, non è questa la riflessione che scaturisce dal racconto di una storia di provincia, semplice e consueta, come da piccola ne sentivo raccontare tante dagli anziani del paese di villeggiatura, quelli che si portavano le sedie davanti a casa per prendere un po’ di fresco dopo cena e chiacchieravano. In essa, c’è il sapore della vita della borgata dove tutti si conoscono dove tutti si salutano, in cui l’esistenza scorre quieta, si traduce nelle abitudini sociali quanto in quelle familiari.

 

Le mille bolle blu è la storia di due giovani a cui piaceva dimenarsi alle note della musica degli anni ’60 sotto lo sguardo critico degli adulti appassionati di Nilla Pizzi e Claudio Villa; a loro piaceva Mina, l’allegria di quelle parole che fissava ampi sorrisi sui loro visi acerbi ancora estranei alla malizia. Emanuele e Bernardo, rispettivamente avvocato e barbiere, figli di due amici Michele e Filippo, rispettivamente avvocato e barbiere, si erano riconosciuti ed amati, con coraggio e timidezza; i loro incontri si consumavano furtivi e romantici nello spazio esiguo della bottega, complice e testimone la poltrona per taglio e barba.

Nella Palermo degli anni Sessanta ancora si avvertiva il rigurgito dei giudizi severi in ordine ai quali si parlava di malattia, si concludeva con l’allontanamento: quasi quasi “meglio mafioso che gay!” Manué e Nardino s’incontravano come due amanti che a casa hanno moglie o marito, pur essendo loro liberi da legami. E legami sono quelli in cui verranno vincolati per sempre, affinché alla società sospettosa venga garantita l’osservanza del rispetto formale e qualsiasi chiacchiera venga sopita. Come? Con due matrimoni di facciata, in cui faranno la loro parte di buoni mariti ed attenti genitori. Continueranno a vedersi malgrado tutto e la poltrona da barbiere finalmente darà spazio ad un letto vero, nella casa di villeggiatura di Carini… Per trent’anni fedeli l’uno all’altro, nel corso dei quali, ogni litigio è tale, ogni incontro è più cercato, in cui la passione non verrà stemperata, ma trasformata conservando inalterato l’Amore, sino a quel giorno in cui la Vita si scambia il posto con la Morte. E Nardino va a piangere il suo Manuè, trattenendo il dolore, profondendosi in luoghi comuni, faccia a faccia con la sua antagonista, la vedova. Stringe al petto quel mazzo di fiori rossi che gli avrebbe voluto regalare in vita e batte le mani forte forte sullo schienale di quella poltrona, ormai vuota…Anche le lacrime sono diverse? Devono essere trattenute. Anche il dolore cambia significato? Non deve essere manifestato. Un ghigno, un tentativo di sorriso “glieli aveva tagliati sino a venti giorni prima i capelli, con la sfumatura alta, come piaceva a lui… ed erano i novi e vinti…”

 

Filippo Luna, un curriculum interminabile, nel quale non si può negare l’evidenza di una esperienza completa fatta di Teatro, anche di Cinema (Nuovomondo, Terraferma, La Matassa, La Trattativa, Sicilian Ghost Story) e TV (La Mossa del cavallo, La Mafia uccide solo d’estate, Il Commissario Montalbano, Il Romanzo del Commissario, Squadra Antimafia – Palermo Oggi2). Nel 2016, nello spot dell’Amaro Averna, insieme ad Andy Garcia.  

Ha frequentato la Scuola di Teatro dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico di Siracusa diretta da Giusto Monaco, dove ha studiato recitazione con Ezio Marano, Armando Bandini, Anita Laurenzi, Marcello Bartoli, Mimmo Cuticchio, Walter Pagliaro; danza con Leda Lojodice e canto con Stefano Marcucci. Ha preso parte ai laboratori tenuti da Emma Dante, Nigel Charnock, Giorgio Barberio Corsetti, Ludwig Flaszken, dai fratelli Colombaioni.

Francesca Vitale è stata la sua insegnante di dizione.

 

Da undici anni, porta in giro “Le mille bolle blu” che sulla sferica e colorata superficie riflettono l’immagine di un grande attore che non ha un punto di forza, ma innumerevoli: la sua gestualità è composta di una sommatoria di espressioni che avanzano dal volto, dalle mani, che scaturiscono dalla camminata affrettata, sensuale, goffa. Gli occhi sono ora una fessura dalla quale trapela la rabbia cacciata con un gesto stizzoso, sbattuta via come una giacca da lavoro sulla sedia da barbiere; ora sono rotondi, come la sua bocca, protesi in una domanda che non trova soddisfazione. Maestro nel rappresentare la gioia o la celia allargando i movimenti, nel chiudersi, rimpicciolirsi nell’evidenza della sofferenza che si è impadronita definitivamente del suo corpo.

 

Filippo Luna è uno di quelli grandi, in grado di conferire al mestiere dell’attore nuove regole, nuove sfumature. Al tributo prolungato del pubblico assolutamente incantato, innumerevoli colleghi ad applaudirlo; lacrime di commozione e mani doloranti. Un attore magnifico, dotato di un carisma innato, di un magnetismo inconsueto; che, come ha tenuto a precisare Totò Rizzo, era l’unico in grado di mantenere la bellezza della storia d’amore.

Leonard Cohen scriveva al suo amato bene: “Le persone cambiano, così come i loro corpi, ma se c’è una cosa che non cambia mai è riguardo all’amore”.

 

 

 

 

 

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