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Le due sorgive, il dramma dimenticato di Saverio Fiducia

I tempi sono cambiati. Quante volte abbiamo sentito questa espressione e quante volte l’abbiamo ripetuta noi stessi. Abbiamo riferito questo cambiamento alle situazioni, agli ambienti, alle leggi, ai costumi; ma quasi mai ci soffermiamo sul fatto che a cambiare sono gli uomini che poi, a loro volta cambiano le cose. Sembra un discorso lapalissiano, vero? Eppure non lo è.

Quando diciamo che gli uomini cambiano, in genere, ci riferiamo ai cambiamenti che avvengono dentro ciascuno di essi, i cambiamenti delle idee, degli atteggiamenti, quelli dell’anima che si snodano nel tempo; e quasi mai ci rammentiamo che i tempi cambiano perché cambiano gli uomini, cioè ne muoiono alcuni e ne nascono altri. Fisicamente e semplicemente alcuni lasciano lo spazio e il tempo al godimento di nuovi arrivati.

Ecco perché i tempi cambiano : perché quelli che muoiono portano via con se il patrimonio culturale ed emozionale nel quale sono vissuti, che si perde con la stessa irrimediabilità con cui si perde il loro contenitore umano.

Accade alle volte, e solo agli umani, di scoprire cose antiche, morte, dimenticate di cui si riesce – per caso o per precisa volontà – a comprendere il senso; e in quella comprensione è come se le cose e il tempo passato riprendono a vivere in una epifania fatta d’incanto e di stupore per le cose che furono e mai si sarebbe immaginato di rivedere e rivivere com’erano.

Questa sorta di piccolo, domestico miracolo è accaduto l’altra sera agli spettatori che hanno assistito al Teatro Ambasciatori di Catania al dramma del catanese Saverio Fiducia Le due Sorgive,  messo in scena dal Gruppo d’arte Sicilia Teatro diretto da Tino Pascqualino per la regia di Claudio Jacobello.

La quasi totalità del pubblico non aveva mai sentito parlare tanto del dramma quanto del suo autore, anzi s’aspettava di assistere ad una brillante commedia in lingua siciliana e invece, piano piano, quasi senza accorgersene, ricercando qua  e là l’occasione per un sorriso, s’è visto magicamente immerso nel tempo e nell’atmosfera di cento anni fa; con davanti un dramma d’altri tempi; oggi, pressoché impossibile da ripetersi: una madre scacciata di casa e privata dei figli dall’intera società che la circonda perché accusata di infedeltà coniugale e la lotta contro un destino ingiusto e crudele per il trionfo della Verità e con esso dell’Amore che presiede a ogni bene.

La storia, s’è detto, non è attuale; l’ordito drammaturgico scontato per un pubblico degli anni venti del ventunesimo secolo oramai avvezzo ad ogni sorta di abominio; l’eloquio dialettale antico, ottocentesco, sconosciuto ai giovani e semisconosciuto agli adulti; i riferimenti ambientali quasi incomprensibili al giorno d’oggi e tanto altro ancora ne avrebbero fatto un pezzo di teatro datato e privo di reale attrattiva.

Ma com’è che, inaspettatamente, uomini  e donne tra il pubblico, man mano che la storia si dipanava, dismessi i panni dei contemporanei, hanno cominciato a “partecipare” allo spettacolo, quasi entrando a gamba tesa sul palcoscenico per combattere (in cuor loro) assieme agli attori contro il Male per il trionfo del Bene?

Non ci giriamo attorno; è per quello che s’è detto dianzi: la felice scoperta del fare teatro come cento, duecento anni fa, la scoperta che il bene e il male sono evidenti e che è giusto schierarsi a favore del bene.

La riscoperta dei buoni sentimenti, la rappresentazione didascalica di essi, il desiderio di un volontario protagonismo, di una dialettica interazione con gli attori e l’intero spettacolo è stata una cosa “strabiliante” per un modesto critico che s’è trovato ad osservare tanto il palcoscenico quanto la sala.

Gli è sembrato di rivivere quello che per ragioni anagrafiche non ha mai vissuto: la genuinità, quasi la prevedibilità del dipanarsi della storia e la genuinità del pubblico divenuto autentico, non incrostato dalle sovrastrutture superegoiche dello spleen d’inizio millennio.

Si stava manifestando un modo d’essere a teatro ch’è morto definitivamente negli anni ’50 del novecento, quando il pubblico era parte vivente dello spettacolo non solo col pianto o col riso, ma anche con il lancio dei fiori o degli ortaggi sul palcoscenico, con le invettive positive e negative all’indirizzo dei personaggi.

Uno spettacolo nello spettacolo che s’è ripetuto, almeno nell’animo degli spettatori, grazie ad uno stile recitativo e registico adeguato al testo; alla scelta felice e coraggiosa di riportare sulle scene un’opera dimenticata, ma di altissimo valore morale con un finale “mozzafiato” frutto dell’inventiva di Saverio Fiducia, della bravura dei tanti attori coinvolti e della sapiente mano registica di Claudio Jacobello.

Meritano una menzione tutti i generosi attori che hanno dato vita allo spettacolo: Giovanni Puglisi, Emanuele Trapani, Maria Piana che s’è caricata l’ingrato compito di incarnare il male assoluto (guarda caso una donna!, ma – si sa – cent’anni fa non si badava a queste sottigliezze), Gabriella Rodia,  Rosario Rizzzieri, Pino Squillaci, Simone Pappalardo, Nunzio Rinaldi, Maria Rosa Judica, Micia Giuffrida, i piccoli Aurora Pappalardo ed  Emanuele Galea insieme alla stesso Jacobello nel ruolo ottimamente interpretato – buon sangue non mente – del deus ex machina di tutta la vicenda.

Un’operazione artistica di alto valore culturale quella che Tino Pasqualino e la sua equipe hanno realizzata e offerta al loro pubblico. Merita una riproposizione ed una diffusione maggiore di quella che ha avuto.

Fossimo a Broadway queste “Due Sorgive” sarebbero rimaste in cartellone almeno per due anni! Fateci un pensierino.

Lode a Sicilia Teatro che rappresenta un punto fermo nella realtà teatrale catanese e s’appresta a mettere su la sua trentesima stagione teatrale. Se queste sono le premesse, avremo di che godere in appresso, covid permettendo s’intende.

 

 

Matteo Licari Autore
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