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“La Spiaggia” di Anfuso e Randi come “un sirventese del trecento”

Si sono da poco concluse le manifestazioni artistiche di quella stagione di spettacoli che a Catania ha riempito i pochi spazi all’aperto di cui dispone la città, per ospitare eventi teatrali e che è stata chiamata, con un insignificante sforzo di fantasia, “Catania Summer fest” e che ha avuto l’indubbio pregio di offrire, senza il pagamento del biglietto, ai catanesi “pezzi di teatro” – alcuni modesti altri eccellenti – che con l’attenuarsi della canicola estiva al calar della sera hanno indotto tanti catanesi a familiarizzare con il teatro.

Tra le “eccellenze” di cui siamo stati attenti testimoni, segnaliamo “La spiaggia” scritto da Luca De Bei per la regia di un visionario, marziano – considerando gli standard attuali – Giovanni Anfuso da Catania e interpretato da Liliana Randi da Bari, divenuta, da qualche anno oramai, attrice beniamina del pubblico catanese.

“Il testo – spiega Anfuso – è tratto dallomonimo libro, uscito nel 2017, di Luca De Bei, che nello stesso anno ne ha fatto una riduzione teatrale rappresentata con grande successo.

Una drammaturgia particolare: fragile, divertente ed emozionante a un tempo, che narra del rapporto tra una donna e il suo papà attraverso le varie fasi della vita: bambina, adolescente, donna matura, moglie e poi anche lei madre. Attraverso questi momenti scopriamo l’importanza della figura paterna attraverso tutte le volte in cui genitore e figlia si sono incontrati. Ossia tutte le domeniche di primavera e d’estate su questa bellissima e simbolica spiaggia. Che è luogo della vita, dei ricordi e delle emozioni”.

E su quella spiaggia Irene si interroga sulla propria vita, alla ricerca delle radici della propria solitudine, che affondano nell’infanzia e in un padre poco presente.

“Irene – afferma Liliana Randi – è una ragazza nella quale si possono identificare un po’ tutte le donne del pubblico.

È al centro di una storia divertente, emozionante, legata al suo rapporto con il padre. E che mi ha molto colpito perché mi ha ricordato parecchio il rapporto con il mio papà. E anche quello con la mia mamma”.

Il testo di De Bei si presta ad essere raccontato più dalla macchina da presa che sulle tavole di palcoscenico e per questo credo che vada tributato il primo applauso ad Anfuso a Liliana Randi per avere “osato” portare in scena un testo dalle molte inquadrature e dalla necessitata assenza di altri protagonisti della vicenda stessa, con risultati davvero notevoli che hanno incontrato il favore del pubblico e della critica.

Potremmo definire la pièces un dramma psicologico giocato tutto sul percorso psichico di una particolare figlia con un particolare padre in diverse particolari situazioni.

L’idea che ci siamo fatti è che il bisogno d’amore di una bambina, di una adolescente, di una donna, di una donna matura, di una figlia nei confronti del padre si articola in così tante angolazioni che generalizzare finisce con l’essere un delitto.

Irene, particolarmente fragile, sente la mancanza del padre fin da piccola; un padre distratto, tutto teso alla soddisfazione della sua personale, esclusiva ansia di vivere, che la trascura e l’abbandona psichicamente quasi da subito: un normale egoista, un ordinario narcisista, incapace a donarsi; ch’è divenuto padre come centinaia di milioni di individui della specie umana per convenzione e  l’iperattività di 5 minuti e del tutto ignaro del “vulnus” che una figlia possa rappresentare per l’economia del proprio io.

Storia del tutto consueta, dicevamo, che innesca un malessere non estinto e inestinguibile nell’anima di Irene a cui mancherà per sempre l’amore del padre anche quando questi si sarà reso conto della devastazione di cui è stato causa senza, tuttavia, riuscire a conoscere se stesso fino in fondo.

La sconfinata sofferenza di Irene traspare dalla prima battuta fino all’epilogo finale, tragico com’è tragica la normalità del dolore dell’anima.

Irene eroina senza tempo, quasi idea platonica, archetipo junghiano dell’amore filiale non corrisposto e mal celato tra le pieghe di una esistenza apparentemente ordinata e profondamente resa caotica dalla disperazione.

Monologo di poco più di un’ora, testo fortemente interiorizzato, difficilissimo nella sua complessità psicoanalitica, scena scarna, fortemente simbolica ed evocativa come nel miglior Grotowski, una sdraio e pochi altri oggetti: roba da “pennichella teatrale” … eppure non uno degli spettatori s’è distratto o appennicato.

Ciascuno s’è posto con orecchie tese e occhi puntati come su un mirino laser verso Irene/Liliana Randi che rappresentava la sua parte, quella di tutti gli altri  protagonisti del racconto, del clima, degli ambienti, delle stanze della mente propria, degli altri e degli spettatori tenuti al guinzaglio di una solida, rassicurante bravura di interpretazione; frutto certo dell’insegnamento di Orazio Costa e dei maestri dell’Accademia d’Arte Drammatica ma, soprattutto, di uno straordinario talento d’artista.

Ella ha recitato, come si sul dire, con tutta se stessa rendendo chiare a tutti le complesse realtà situazionali e psichiche che si sono accennate dianzi, attraverso i pochi oggetti di scena, un corpo parlante e una modulazione chirurgica, mozartiana della voce modificata e piegata alle sfumature di senso come “un sirventese del trecento piena di forza e di soavità” che hanno rappresentato uno spettacolo nello spettacolo che ha affabulato tanto l’incolto quanto l’inclito spettatore capace d’intendere “ciò che s’asconde sotto il velame de li versi strani”.

La regia di Giovanni Anfuso è stata sapientemente ancillare a tutto il bene che s’è visto.

Ai lettori malevoli diciamo ch’è solo un caso che la figliola del regista si chiami anch’essa Irene, non fate pettegolezzi!

 

Matteo Licari Autore
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