La segreta simmetria fra Anfuso e il suo Odisseo

L’ansia di un’Itaca molto diversa, agita le acque dei nostri due eroi

Nuddu ti pigghia su non t’assumigghia. Che vuol dire?

Vuol dire che l’Umanità che legge, che è andata a scuola, ama, invidia e spera d’esser, o almeno di imitare nella propria vita, Odisseo – meglio noto in tre quarti di mondo come Ulisse –  l’Uomo dal multiforme ingegno donatoci per sempre dal Maestro Omero e dal suo sublime e insuperato traduttore italiano Ippolito Pindemonte.

Ora, come molti dei nostri lettori sapranno, le grandi narrazioni epiche non sono rappresentabili interamente né al cinema né a teatro, perché è talmente numerosa la messe degli episodi e con essi dei temi e delle lezioni di vita che intendono trasmettere che non basterebbero giorni e giorni di rappresentazione; sicché, da che mondo è mondo, gli interpreti hanno selezionato alcuni episodi di queste monumentali epopee (spesso le più conosciute) e li hanno rappresentati, ciascuno secondo i propri gusti, le proprie sensibilità e in obbedienza ai vincoli temporali e ambientali loro imposti.

Non avrebbe potuto e non ha fatto eccezione Giovanni Anfuso che, nell’ideare e mettere in scena la sua Odissea dentro l’incomparabile scenario naturale delle Gole del fiume Alcantara in provincia di Messina, ci ha confermato:

“Sì, ho selezionato quei contenuti che ben si adattavano all’ambiente aperto e maestoso delle Gole e che potessero essere ben esposti nell’unità di tempo che la produzione mi aveva assegnata”.

Effettivamente un palcoscenico naturale così grandioso ben si presta a taluni racconti piuttosto che altri, chiamiamoli per brevità “intimi”. Abbiamo visto una squadra di attori giovanissimi ma impeccabili nella dizione, nei tempi e nello stile quasi provenissero dalla scuola della “Compagnia dei Giovani” di Lullo, Falk e Valli; mitica e proverbiale per il suo rigore stilistico.

“Mi fa piacere che abbia colto questa nota stilistica cui tengo molto, – prosegue il regista –  ho avuto a disposizione un gruppo d’attori formidabili: Davide Sbrogiò (Odisseo anziano), Liliana Randi (Atena ed Euriclea), Angelo D’Agosta (Odisseo giovane), Salvo Piro (Omero), Giovanna Mangiù (Penelope/Circe), Luigi Nicotra (Telemaco), Corrado Drago (Alcinoo/Eumeo), Pietro Casano (Zeus/Antinoo) e Alberto Abbadessa (Euriloco), Alessandro Caruso, Gabriele D’Astoli, Giuliana Giammona, David Marchese, Luca Micci, Davide Pandolfo, Francesco Reale, Alessandra Ricotta Francesco Rizzo e Ilenia Scaringi nei ruoli dei Proci, della ciurma, delle sirene e delle ancelle”.Non meno bravi i collaboratori tecnici: per le scene e costumi Riccardo Cappello, per le musiche Nello Toscano, per le coreografie Fia Distefano e le luci Alberto Russo.

La trasposizione ha tanti pregi, ma due risaltano su tutti: l’impianto drammaturgico e la sua eccezionale qualità stilistica, dai costumi alle luci, all’uso intelligente delle risorse dell’ambiente, compresa la qualità del suono che uniformemente e con chiarezza si espande per il pianoro ove sono collocati gli spettatori.

In due mesi di rappresentazioni la produzione segnala il tutto esaurito ogni sera. Perché, Anfuso?

“Perché s’è fatto un buon lavoro di promozione dello spettacolo, perché ha funzionato il passaparola, per la curiosità che ha la gente di godere di una meraviglia della natura come le Gole in una prospettiva inedita, per l’anelito al godimento dello spirito che sempre promette un opera classica, perché la figura di Odisseo affascina da sempre”.

Ecco il punto: Le vicende di Ulisse/Odisseo sono risapute, come quelle di Amleto o di Cirano e di tanti altri ancora, perché si corre ogni volta a rivederle?

Semplicemente perché lo spettatore è attirato dalla curiosità e dalla meraviglia di vedere come gli interpreti (attori, regista, scenografo, costumista, etc.) hanno interpretato la storia e i personaggi. E di meraviglia nello spettacolo alle Gole ce n’è a profusione, legata com’è allo spettacolo naturale e alla sapienza del suo uso.

Adesso la domanda dalle cento pistole: perché l’Odissea?

Risoluto, senza pigliar fiato, accompagnandosi col gesto, Giovanni Anfuso ci dice:

“L’Odissea è la metafora della vita, se avessi potuto l’avrei proprio rappresentata tutta, ma non si poteva. In ogni canto, in ogni episodio c’è da rappresentare un sentimento, un modo di vivere che è sempre attuale e che serve a farci crescere spiritualmente”.

Chi scrive crede che l’equazione Odissea/Vita sia solo la parte visibile della scelta del regista e ritiene che ce ne sia un’altra, più profonda che risiede in una segreta simmetria tra Odisseo e Anfuso che può agilmente trovare prova in una parola magica: entusiasmo.

Proprio così, e non certo per il comune senso che si da alla parola entusiasmo: personaggio e regista sono carichi di entusiasmo, cioè hanno una totale dedizione a una causa, a un ideale. No. Non è questo il senso.

La simmetria si sostanzia nell’origine greca della parola entusiasmo: “En Theos” cioè “In Dio / mi abita un dio”.

Non è Odisseo, non è Anfuso che parlano, ma il dio che abita in loro o, se preferite, il loro Daimon.

Odisseo viene quasi sempre descritto come il principe dell’uso della ragione, dello spietato calcolo razionale, eppure molte delle sue azioni sono originati dall’irrazionalità, dal tumulto dei sentimenti che è cosa che appartiene alla divinità, agli dei. Parla e agisce spesso per input (diremmo oggi) di Atena, agisce guidato dal senso del divino/irrazionale che lo governa (quasi come tutti gli uomini); allo stesso modo di come sono i veri artisti, i poeti, animati da una irrazionalità, da un andar contro la logica delle cose e delle persone, contro il senso comune dal quale scaturisce sempre l’opera d’arte che non è mai frutto del principio di non contraddizione ma, al contrario, è ispirata quasi sempre dal tormento, dal travaglio interiore, dalla follia dell’artista. L’opera creata suscita l’ammirazione, la meraviglia dello spettatore, ma senza l’ispirazione irrazionale/divina, daimoniaca, la follia che pervade l’artista, essa non sarebbe mai venuta alla luce.

Noi tutti ammiriamo la perla senza sapere, o dimenticando, che essa è il risultato della malattia dell’ostrica.

Ecco alfine il perché della segreta simmetria tra Odisseo e l’artista Anfuso che ci ha consentito l’altra sera di godere di un manufatto artistico di prim’ordine e che ci consente adesso di rendere esplicito il detto siciliano che esprimemmo all’incipit: “nessuno ti piglia se non ti rassomiglia”.

L’ansia di un’Itaca molto diversa, ma sempre Itaca, mi pare che accomuni i nostri due eroi.

Eppure, allo stesso modo di quando ci si alza da tavola e si sente ancora un tantino di fame, qualcosa è mancato allo spettacolo; o forse e solo l’ubbia di un inguaribile amante: è mancata Nausicaa, la leggiadra innocente figlia di Alcinoo, folle d’amore per Odisseo, è mancato l’incontro con la madre negli inferi così carico di significati archetipici. È mancata la “poesia”; la bellezza del verso è stata sostituita da una limpida, didascalica sceneggiatura, rispettosissima della nomenclatura greca.

È mancato uno dei personaggi più belli dell’intero racconto epico, descritto in soli tre versi da Omero, ma rimasto immortale a sfidare i millenni con il suo padrone come l’inestinguibile sentimento che l’anima: il vecchio cane di Ulisse; fedele, più fedele della stessa Penelope, il cui cuore non regge alla gioia di rivederlo: “Ed Argo il fido can, poscia che visto ebbe / dopo dieci e dieci anni Ulisse, / gli occhi nel sonno della morte chiuse”.  Avrebbe aggiunto l’emozione di una lacrima sul viso dei tanti amanti, tra il folto pubblico, che bramano ancora la vista dell’amore perduto.

 

(foto di Santo Consoli)

 

Il regista Giovanni Anfuso

Matteo Licari Autore
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