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La musica dei ciechi di Viviani al Teatro Istrione

Leone: Sai come sono i ciechi, mio caro?

Guido: I ciechi?

Leone: Non sono mai accanto alle cose.

            Dì a un cieco che vada cercando a tasto una cosa, (…)

            le si volta subito contro.

            Mai accanto; sempre contro.

 

Questa breve conversazione tra Leone Gala e Guido Venanzi è tratta dal primo atto del dramma di Luigi Pirandello “Il giuoco delle parti“. Essa rende conto in maniera plastica del significato ultimo, direi quasi esoterico, del dramma teatrale in forma di atto unico La musica dei ciechi , scritta dal mai celebrato abbastanza Raffaele Viviani, commediografo, compositore, attore, poeta napoletano  e rappresentato per la prima volta nel 1928 a Roma.

Valerio Santi e il suo Teatro Istrione di Catania l’hanno proposto agli affezionati spettatori catanesi più volte, tra agosto e ottobre, ogni volta con serate da autentico sold out.

La storia è questa, statemi a sentire: alcuni ciechi sbarcano il lunario chiedendo l’obolo ai passanti, che essi rallegrano con la loro orchestrina; a dirigere è Don Alfonso, l’unico che vede da un solo occhio.

Un malvagio venditore di prodotti ittici (u piscialoru) si diverte a spargere zizzania tra loro, facendo credere a Ferdinando, il contrabbassista , che la moglie Nannina ha una relazione extraconiugale con Don Alfonso.

Nannina, che ha amato Ferdinando fin dal loro primo incontro, avvenuto casualmente, gli ha sempre tenuto nascosto la verità sul proprio sgradevole aspetto fisico, nel timore di essere respinta; ma essendo ora accusata di infedeltà, decide di rivelare il doloroso segreto per provare la propria innocenza.

Il dramma, ambientato a Napoli, è stato rielaborato, tradotto in siciliano e ambientato alla pescheria di Catania, con vari gradevoli inneschi musicali, diretto ed interpretato da Valerio Santi con Cinzia Caminiti, Concetto Venti, Salvo Scuderi, il virtuoso strumentista Giorgio Maltese, il Maestro Mimmo Aiola, Marco Napoli abilissimo puparo, Melo Zuccaro memoria storica della Civita e il giovanissimo Manfredi Rondine.

La sapiente rielaborazione e l’eccellente apparato scenografico hanno restituito al pubblico un’immagine essoterica formidabile, quasi una composizione leibniziana dei personaggi come monadi  offerti all’occhio, alla vista del pubblico nella loro epifania di miseria e solitudine; di nobili quanto turpi passioni, di egoismi, di limiti fisici e psichici di una ordinaria umanità che, solo eccezionalmente, si trova alla pescheria di Catania; ma potrebbe trovarsi, con lo stesso devastante carico di dolore, nei luccicanti palazzi delle multinazionali di New York o di Seul, di Londra, in ogni palazzo dell’opulenta cieca umanità.

La vera protagonista del dramma non è, tuttavia, visibile tra le luci della ribalta; è una malattia universale che assorbe e vanifica ogni tentativo di ciascuno di trovare pace e, in ultima analisi, la felicità: è l’assenza di Luce.

Sono tutti ciechi i personaggi, anche quelli che ci vedono bene.

La narrazione ci fa intravvedere le difficoltà e la condizione di chi non vede fisicamente e mostra i limiti della propria esistenza, ma c’è una cecità che si intravvede, che trascende il dato fisico e che investe tutti: è la cecità dell’anima che pervade larga parte dell’umanità e, in conseguenza, tutti i protagonisti del dramma.

Cieco il pescivendolo (Salvo Scuderi), con la sua gioia di alimentare a dismisura il suo ego narcisistico, con la ripetuta affermazione del proprio potere di indirizzare gli eventi verso la sua volontà e il suo godere, nell’immaginare prima e realizzare poi, il male fine a se stesso di cui è stato artefice: poveraccio!, quanta infelicità deve tormentarlo nei momenti in cui  è solo con se stesso.

Ciechi Don Lorenzo (Melo Zuccaro) i musici (Mimmo Aiola, Marco Napoli) che vivono il mondo con la sensorialità limitata e la superficialità di chi non ce la fa ad andare oltre l’ordinario concatenarsi degli eventi e dei sentimenti.

Cieco don Alfonso (Valerio Santi). Vede da un solo occhio fisicamente e animicamente, oscillando tra bene e male, tra violenza e comprensione, conoscendosi poco – probabilmente – finisce con l’offuscare il suo ruolo di leader nel gruppo.

Cieco Ferdinando (Concetto Venti), che non sa riconoscere la dedizione e l’amore di Nannina, che si macchia di cieca superbia quando dice che ha visto il tradimento e invece non l’ha visto!

Cieco perché crede, senza verifica, al male supremo della maldicenza, perché non è capace di riconoscere né il male nè il bene.

Cieco perché non sa e agisce come se sapesse!

Cieca Nannina (Cinzia Caminiti), che soffre nel vedersi brutta, tutta tesa a dare valore alla bellezza fisica e ad autoaffliggersi con la sua quasi inesistente autostima, senza intravvedere la folgorante bellezza della sua anima; tanto da sposare uno che non la può vedere e gli nasconde il suo handicap presunto fino alla fine, rischiando la tragedia. Cieca perché incapace di un vero autentico dialogo col marito, se non nell’ultima scena.

Ciechi tutti; e ignoranti.

L’assenza di Luce ha come conseguenza l’Ignoranza e l’ignoranza ci mette sempre contro le “cose”, come ci ha insegnato Pirandello; e prima di lui Socrate: “C’è un solo bene la sapienza e un solo male l’ignoranza”.

Un destino, una sentenza atroce per l’intera umanità; fin tanto che non arrivò il Maestro di Nazaret a pregare il Padre di donare la Speranza: “Perdona loro perché non sanno quello che fanno”.

E proprio nel finale il maestro massone Raffaele Vivani sembra farcelo intravvedere il Rabbi tra i poveri di spirito e il pubblico; nel quale – più d’uno – l’altra sera, asciugava una lacrimuccia.

Complimenti al Teatro L’Istrione e al suo deus ex machina.

 

 

Matteo Licari Autore
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