“Io sono verticale” di Alessandra Barbagallo e Silvio Laviano al Teatro Canovaccio

Il teatro così fatto è disciplina e cultura: “io sono verticale ma preferirei essere orizzontale…in confronto a me un albero è immortale e la corolla di un fiore non alta, ma più sorprendente e a me manca la longevità dell’uno e l’audacia dell’altra”.
Alessandra Barbagallo, qualche tempo fa, ebbe la magnifica intuizione che ispira colui/colei talmente assorbito/a da un soggetto, che le parole per comporlo divennero spontanee e consone. La confidenza fatta ad un amico/collega divenne subito condivisione e collaborazione; così Sylvia Plath, giovane poetessa americana, una delle massime esponenti della poesia confessionale (sviluppata a Boston da Robert Lowell) dal sorriso luminoso ed il corpo minuto prende vita nella vibrante interpretazione di Alessandra e nella instancabile regia di Silvio Laviano, poliforme attore catanese assai apprezzato, alla sua quinta esperienza da regista.

Sylvia Plath, la cui famiglia era di origine tedesca ed austriaca, cresce a Boston. Perde il padre, che era uno stimato entomologo, quando aveva appena otto anni; si trasferisce a Londra dopo aver vinto una borsa di studio e mentre si trovava a Cambridge, incontra quello che sarebbe diventato suo marito, il poeta Ted Hughes. Il grande amore, la complicità che li legava rendeva difficili anche i periodi più brevi di separazione. Lui confidava ai propri amici che teneva in grande considerazione il parere ed il giudizio della moglie sui suoi lavori e che non aveva mai incontrato una mente così raffinata. La Plath, sebbene sposata, continuava a partecipare a seminari e corsi universitari sia in Inghilterra che a Boston.

La coppia ebbe due figli, ma visse anche il dispiacere di un aborto; dopo questo episodio, il marito si separò da lei e nel 1962, dalla casa in periferia, la scrittrice si trasferì a Londra dove aveva affittato l’appartamento che era stato un tempo occupato dal poeta inglese William Butler Yeats. La cosa sembrava esserle assai gradita. In questo periodo si era dedicata alla scrittura di un romanzo che aveva intitolato “La campana di vetro”; ma, ad un mese dalla pubblicazione, agli inizi del 1963, decide di togliersi la vita. Uno dei suoi più fedeli amici, Al Alvarez nel libro edito nel 1971, “Il Dio selvaggio. Suicidio e letteratura”, valuta il suicidio della poetessa soltanto come una richiesta di aiuto, tant’è che sul tavolo d’appresso al forno in cui aveva infilato la testa, venne trovato un biglietto per una australiana che doveva passare in visita e recante le indicazioni per chiamare il medico in caso di bisogno. Ma quel giorno la visita non avvenne e la giovane donna lasciò questo mondo all’età di trentadue anni.

In realtà la separazione era avvenuta a causa della relazione che il marito aveva da tempo con una giovane vicina di casa, certa Alessia Wevill, moglie di un “amico” poeta, la quale amante ebbe con la poetessa inglese una competizione post-mortem fanatica che la portò a scegliere di suicidarsi e lo stesso giorno della Plath, 11 febbraio 1969. Allora, si parlò di “ispirazione di metodo”.

Una donna, da se stessa incompresa, che scriveva poesie quasi a straparlare delle sue intime sensazioni, che non aveva timore di usare un linguaggio schietto costruito con artificio per significare la vita, la morte, l’umana incomprensione, il bisogno complesso di riprendere nella fine della propria vita il senso di trionfo rispetto alla delusione, rinasce e si afferma nell’energia di un’altra donna minuta, dagli occhi vivi ed il sorriso luminoso…”come un gelato al cioccolato e una torta calda, appena sfornata…”: lo stile poetico di Sylvia Plath (per anni accolto tiepidamente dalla intelligentia americana) viene assunto da Alessandra Barbagallo che nulla toglie e nulla aggiunge. L’attrice recita un monologo versando parole in una sequenza apparentemente singolare; usa simboli: la lana per i mobili che si montano; i sette nani per raccontare le sue relazioni; una scarpa, un qualsiasi oggetto domestico che diventa telefono come a significare che oltre al domestico, per qualche anno non ci fu altro; una cassapanca con un coperchio foderato di prato e di fiori che in vita contiene i suoi semplici sogni e bisogni, dopo potrebbe essere il simbolo della sua definitiva conservazione. “…né sono la beltà di un’aiuola
ultra dipinta che susciti gridi di meraviglia, senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali…Allora il cielo e io siamo in aperto colloquio, e sarò utile il giorno che resterò sdraiata per sempre:finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.” E’ sepolta nel cimitero della chiesa di Heptonstall, nel West Yorkshire e la sua tomba è un’aiuola.

Quel carosello domestico di buffe movenze impacciate ed impedite da grossi guanti da cucina diventa l’unico spazio di movimento e se la Plath se ne sentiva ridotta, la Barbagallo lo amplifica mettendoci dentro i diari, le poesie, il romanzo ed una enorme bravura. Sul suo volto versatile pieno di espressività, l’indirizzo del regista. Nessuna opinione e nessuna separazione dallo stile “confessionale” e chiamando le cose col nome che la poetessa volle dare, confessando il suo amore a Cucciolo (l’unico dei sette nani colorato), respirando affannosamente un rapporto ormai privo di passione, ma forse un po’ brutale; venendo fuori sempre più minuta – come una matrioska – da abiti, l’uno sopra l’altro sovrapposti, che la svelano da casalinga a donna libera di andare, decisa a cambiare il finale della sua vita mordendo con voluttà una mela che non è quella avvelenata, ma forse quella di un peccato che finalmente si accetta di commettere, liberandosi da orpelli, immagini, cliquè.

Alessandra Barbagallo e Silvio Laviano rendono omaggio alla cultura e suscitano la curiosità anche di chi conosceva questo personaggio curioso e ricco di talento, iper produttivo, che nella sua breve vita scrisse un romanzo, numerose poesie, e diari e soffrì della tendenza alla depressione nei periodi di intenso lavoro. Il marito venne accusato di aver tentato di affievolirne la vitalità sino al punto di ridurla un apparentemente felice casalinga. Sino alla sua morte avvenuta nel 1998, Ted Hughes amministrò il patrimonio letterario della consorte cercando di fare dimenticare le sua responsabilità psicologica sulla drastica decisione. Difficile affermarne le conclamate aderenze, ma un fatto è certamente costituito dalla sparizione di parti del diario della Plath di cui solo Alessia Wevill era stata messa a conoscenza.

Al Teatro del Canovaccio, dunque, un ennesimo appuntamento con la cultura che sollecita la curiosità, che scatena il confronto.
Silvio Laviano, non a torto orgoglioso della risposta di Catania, dopo quella ottenuta all’esordio presso il Teatro della Posta Vecchia ad Agrigento, il mese scorso, ha dichiarato, ringraziando il pubblico e rivolgendosi anche ai colleghi: “Ho notato con gioia che la platea era in buona parte composta da Donne e questo mi ha reso molto felice. Per me, Verticale vuol essere un regalo per tutte le donne che amano, combattono in nome dell’amore con la Forza dell’Amore. Grazie Alessandra e grazie a tutta la squadra più verticale che ci sia: Vincenzo Mendola, Gabriella Caltabiano, Stefania Bonanno, Egle Doria, Federica Buscemi, Maria Grazia Pitronaci ed al Teatro che ci ha ospitati”

Alessandra Barbagallo, stanca ma felice per l’interpretazione impegnativa, ha ringraziato dicendo: “Si sono concluse (almeno per il momento) le repliche catanesi ed io desidero ringraziare tutti senza citare alcuno. Questo mio Figlio è nato grazie alle amorevoli cure di Silvio e di tante persone a me care e vicine e sta crescendo grazie ad un meraviglioso pubblico che ci ha costretti la domenica a fare una replica serale. Contestualmente al debutto catanese di “Io sono verticale”, si è celebrato l’anniversario della morte di Sylvia Plath che l’11 febbraio del 1963 ha deciso di andare a dormire per sempre…non a caso; lei voleva essere Lady Lazarus, ha ucciso la donna e ha lasciato la poetessa”

“Io sono verticale” – Drammaturgia della Compagnia
Spettacolo teatrale con Alessandra Barbagallo per la regia di Silvio Laviano è stato prodotto dal progetto S.E.T.A. – Studio Emotivo Teatro Azione in collaborazione con l’associazione culturale Madè.
Scene e Costumi di Vincenzo La Mendola; Assistente alla regia, Gabriella Caltabiano; Progetto fotografico di Gianluigi Primaverile; Progetto grafico di Maria Grazia Marano; Illustrazione a cura di Graziano Messina; Comunicazione, Stefania Bonanno.

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