Intervista a Moni Ovadia

«Catania si candiderà a capitale italiana della cultura per il 2020». Parole del sindaco Enzo Bianco in presenza del ministro della cultura Dario Franceschini qualche settimana fa in visita a Catania. Parole importanti e chi conosce l’ambiente cittadino – consapevole delle potenzialità che esso esprime dal punto di vista dell’offerta culturale – può senz’altro avanzare un commento. È il caso di Moni Ovadia, drammaturgo, compositore, artista a tutto tondo, che con la Sicilia con Catania in particolare ha davvero grande confidenza.

Maestro cominciamo dalla Sicilia, dalla sua identità culturale, così si dice, che per lei è formata da cosa?

La Sicilia è uno scrigno di radici culturali prodigiose. È un ricchissimo frutteto di talenti letterari. Parlo di Verga e di Martoglio, passando per Sciascia, Bufalino fino a Camilleri. Una regione ricchissima di linee culturali, a partire dalle lingue che sono molto più che dialetti per la loro capacità espressiva. E qui penso a Ignazio Buttitta che fu mio caro amico. Storicamente, la Sicilia è terra attraversata da culture. Sa quanti patrimoni universali possiede? Terra d’arte con luoghi meravigliosi che sono essi stessi attivatori di paesaggi. Poi ci sono le tradizioni più specifiche: il teatro dei pupi, il cunto, le canzoni popolari. Insomma: la Sicilia è così ricca da essere perfino imbarazzante.

Però…

Io direi che è un’iperbole nel bene e nel male. Cioè è un’iperbole di estro, talento e genialità. Con le sue tradizioni, con le sue influenze così significative, una terra benedetta. Ma essendo un’iperbole qui si manifestano in modo appunto iperbolico i difetti del paese: burocrazie, farraginosità, lentezze, dispersione di ciò che dovrebbe essere valorizzato. La Sicilia non ha il numero di turisti che merita, sa quante strutture di accoglienza potrebbe mettere a disposizione? A primavera, per esempio, la Sicilia è verde come l’Irlanda, ma chi lo sa? E l’entroterra catanese? Un miracolo di bellezza naturale e di bellezza delle vestigia umane…

Tra lei e la Sicilia c’è un rapporto, come dire, intenso…

Il mio è un rapporto personale e passionale e nasce nella primissima infanzia. Sono arrivato in Italia dalla Bulgaria e il mio primo amico è stato un bambino di Messina. Ho memoria del primo pesce crudo mangiato come lo si preparava in Sicilia. E poi quelle parlate… una signora degli anni settanta dell’Ottocento quando ci doveva rimproverare, eravamo scatenati da piccoli, ci rivolgeva una sequela di improperi in siciliano e io rimanevo incantato! Una gragnola di parole così piene di ritmo e valori. Un impatto con la pura espressività, con la musica. Dopo sul mio cammino ho incrociato altri siciliani che hanno segnato in modo cruciale la mia formazione. Non ancora ventenne arrivai qui con l’etnomusicologo Roberto Leydi per il premio “Pitrè” e a casa del professor Pasqualino, a Palermo, vidi il teatro dei pupi che mi impressionò molto. Poi incontrai Rosa Balistreri del filone della tradizione popolare, poi Buttitta quindi Ciccio Busacca, dunque la tradizione dei cantastorie, il cunto. Me lo ricordo ancora Busacca con quel suo volto scavato, cantava, si accompagnava con la chitarra, l’autore dei versi era Buttitta. Quella lingua mi piacque in maniera furiosa, più tardi la imparai bene, a Milano, grazie a tre fratelli di Butera vicini di casa. In particolare uno dei tre, Attilio, era profondamente legato alla sua identità e parlava solo in siciliano. Le sue storie, gli umori, i colori, mi sono entrati sotto pelle.

Lo si percepisce bene…

Io sono ebreo sefardita di discendenza ispanica anche se ho lavorato moltissimo sulla cultura degli ebrei del centro-est Europa perché ho avuto la ventura di nascere in Bulgaria. Il Mediterraneo è fatto di questi incontri e di queste memorie che sono la parte più felice della nostra umanità; tutto è nato nel Mediterraneo o in ciò che si affaccia sul Mediterraneo. Ebraismo, cristianesimo, Islam, la Grecia. La Sicilia non è “Magna Grecia” ma è Grecia! L’ho scoperto, divertendomi, l’anno scorso mettendo in scena le “Supplici” di Eschilo al Teatro Greco di Siracusa, grazie a un sodalizio con Mario Incudine artista giovane e bravo di Enna che tiene viva la tradizione del cunto e di certe liturgie che interpreta con lo spirito della sua generazione ma con la forza originaria. A incudine restituì una dedica che anni prima mi aveva fatto Buttitta. Ho messo in scena le “Supplici” in siciliano e greco moderno ed è stato un trionfo planetario. Ho avuto recensioni a New York e dal più grande specialista del dramma antico, a Oxford. La Sicilia è greca, ispano-giudaica, araba, cristiana, mussulmana ed ebraica. È una terra pazzesca e ciò si avverte anche nelle culture che appartengono all’espressività della gente. Come la cucina, che è un prodigio. Ho assorbito tutto tramite gli amici. Poi c’è stato il sodalizio con Roberto Andò, abbiamo fatto quattro spettacoli a quattro mani, quindi ho avuto un’esperienza strana e periferica con Dante Majorana, della famosa famiglia del fisico; un film fatto in modo balordo anche lì però c’erano grandi personalità. Eravamo ospiti a Viagrande nella stagione della zagara. Insomma: la Sicilia mi è entrata nelle pelle anzi nell’anima, per cui anche quando sento qualcosa che non va mi sento afflitto come se non fossi un estraneo.

Dalla sua passione per la Sicilia, cioè il tutto, a quella per Catania, la parte… Parliamo della candidatura a capitale italiana della cultura nel 2020…

Sono molto felice di questa candidatura, è una notizia positiva! Il mio rapporto con Catania è soprattutto un rapporto di allegria e di gioia. Catania è una città importante per la sua cultura universitaria, per quella artistica e cinematografica. Catania ha una grande tradizione teatrale, lo sappiamo bene. A partire da Angelo Musco ha prodotto e fertilizzato talenti. In questo momento sto lavorando con Giuseppe Di Pasquale che ha fatto la regia del “Casellante” che Andrea Camilleri ha generosamente ridotto per il teatro. E sono con una compagnia di attori anche catanesi. Di Pasquale ha fatto una regia di grande cifra. Per meglio adattarmi alla città [ride] mi siedo e mangio una decina di granite, pian piano arriva la metamorfosi: cosa dire? è una specie di rito apotropaico. Catania è una città meravigliosa, si pensi solo al suo barocco, ricordo che nel periodo del film di Majorana giravo su una spider inglese e la visitai dal centro all’entroterra. Certo so che Catania attraversa momenti difficili, il teatro “Stabile” è commissariato… però credo che le criticità debbano essere affrontate e trasformate in forza creatrice, sono convinto dunque che la città abbia tutti i titoli per diventare capitale della cultura italiana.

Senta e la storia della sua candidatura a direttore dello “Stabile”?

Seppi da prima che direttore artistico doveva diventare Giovanni Anfuso. Ma mi dissero che ancora la sua nomina non era stata ufficializzata. Mi chiesero di candidarmi. Nel mio piccolo il mio fu un gesto di attenzione alla città. Come a dire: sì, sono interessato a mettermi a disposizione. Sapevo che non mi avrebbero fatto, non mi fanno mai! Sono un uomo pericoloso perché non sono un “sissignore”, non sono affidabile perché non le mando a dire, poi ho posizioni radicali per la difesa del popolo palestinese. Tutti mi fanno i complimenti però mi tengono a bada, mi tengono lontano. In quel caso da parte mia fu un segno di apertura. In questo periodo dirigo teatri a Caltanissetta e a Marsala, ed è per me un onore stare in Sicilia, lavorare con i giovani e per i giovani. La messa in scena delle “Supplici” mi ha permesso di lavorare con quarantadue giovani autori venuti fuori dall’Inda. Tra cui alcuni catanesi. Io non ho figli e lì ho trovato una figlia: Aurora Cimino, catanese, la quintessenza della bellezza e della generosità. Un talento pazzesco, anche umano.

Ma cosa manca a Catania per l’appuntamento del 2020?

Per me non manca nulla. È una città che per bellezza e tradizioni culturali non manca proprio di nulla. Il problema semmai è quello di decidere chi si è…

Cioè?

Bisogna capire quello che si può dare e per far ciò ci si deve responsabilizzare. Si deve uscire dalla logica che tutto debba avvenire dagli altri, dall’assistenzialismo, dal sistema miope delle spartizioni. Se accumuli deficit paurosi, delle ragioni ci saranno. Dunque bisogna fare una analisi e bisogna capire come trovare risorse. In generale, mandiamo indietro quintali di soldi europei che non spendiamo. Sa perché?

Secondo me lei un’idea se l’è fatta…

Sì! Io credo che sui soldi europei non si possano trarre vantaggi in nero perché si deve rendicontare tutto fino all’ultimo centesimo. I piccioli ci sono, però bisogna capire che non si deve pensare alle tasche dei furbi ma al bene comune. Non è una ricetta specifica per Catania, diciamo che vale anche per Catania. La Sicilia ha tutti i titoli per diventare centro radiante del Mediterraneo. Io una conferenza di pace sul Medio Oriente la farei proprio in Sicilia. Però bisogna crederci. Bisogna volerlo fortemente per spingersi fino a progettare la redenzione del mondo…

Continui…

L’Occidente a impianto calvinista, cioè quello capitalista, ha fatto bancarotta fraudolenta, ci propongono soldi e speculazione finanziaria, multinazionali, eccetera. La scienza è sempre più al servizio del denaro… Dall’altro lato ci sono mondi come la Cina che si sono fatti fregare da questo modello. Allora il nostro sud, il Mediterraneo, dunque la Sicilia, dunque Catania avrebbero i titoli per essere il nuovo centro. Catania sarebbe un polo capitale del nuovo processo. Tutto passa dalla cultura e dalla spiritualità. La cultura è lo strumento per rilanciare l’idea di eguaglianza, fratellanza, e bene comune. Cioè il rispetto del mondo che abitiamo. La cultura è il modo per cercare i valori, attivarli e raccontarli. Essa implica anche la Bildung cioè la formazione. Bisogna investire e ancora investire, non sprecare.

E la spiritualità?

C’è una tradizione non indifferente soprattutto del mondo cattolico, coi grandi gesuiti della Sicilia che sono stati anche ispiratori di alcuni fenomeni politici molto innovativi. Sì, lo so, quando si parla di Sicilia uno pensa anche alla mafia, a queste cose qui. Ma è ovviamente un aspetto deteriore e folklorizzarlo è perfino un atteggiamento miope. La Sicilia ha ben altro: le sue risorse originarie, la sua gente e i suoi talenti. Una miniera, veri e propri fiumi carsici!

 

 

guestauthor Autore
Sorry! The Author has not filled his profile.

Lascia un commento

Ti potrebbe anche interessare...

Il Libro

La linea della fertilità

Annunci