Il Teatro ha bisogno di noi, ma anche noi abbiamo bisogno del Teatro

Il Teatro è una delle più coraggiose fra le espressioni d’Arte. Negli anni della crisi economica, si è dovuto reinventare, riscrivere, sperimentare, ridimensionare; e anche se le scenografie sono state più modeste, i monologhi superano le opere corali, il suo potere è rimasto inalterato. La fascinazione comincia con lo spegnimento delle luci in sala, l’apertura del sipario di velluto rosso, le luci sul palcoscenico. Ecco, in quel preciso istante, gli attori, i ballerini, i cantanti, i musicisti che compaiono sulla scena portano con sé il lavoro di una moltitudine invisibile all’occhio ma certamente esistente che agisce nel concreto per far si che tutto accada: scrittori, autori, registi, aiuto registi, scenografi, costumisti, direttori di scena, maestri, direttori e professori d’orchestra, direttori artistici, sovrintendenti, proprietari delle strutture, ufficio stampa, fotografo, sarti, parrucchieri, truccatori, tipografi, agenzie pubblicitarie e giornali; elettricisti, fonici, addetti alle luci, service, addetti al front office, cassieri, addetti alle pulizie, ditte che noleggiano palchi, poltrone, sedie ed attrezzature relative; baristi, ristoratori, camerieri, cuochi, pizzaioli, fornitori, parcheggiatori! Una squadra che si muove compatta le cui unità, da un paio di mesi a questa parte, sono state disperse. Durante l’ultimo discorso del 26 Aprile, il Primo Ministro Giuseppe Conte non si è soffermato sulla programmazione dell’apertura dei teatri; e per quanto comprensibile, non è un buon segno.

Da oggi, la redazione di MetroCt desidera dedicare uno spazio quotidiano all’argomento “chiusura/riapertura dei Teatri”, cominciando dal M.stro Giuseppe Dipasquale, Direttore artistico – insieme alla moglie, l’attrice Valeria Contadino – del Teatro Angelo Musco – MUST, che nei giorni del “Decreto Ministeriale” avrebbe dovuto ospitare Ninni Bruschetta con “Il mio nome è Caino“.

<<Questa forzata chiusura, e non è ormai da qualche settimana neanche una novità, ha messo e metterà il settore, specie nei gironi del teatro privato piuttosto che in quelli del teatro pubblico, a serio rischio di sopravvivenza se non di morte certa. Pertanto quello che non avrà potuto fare il virus, lo avrà fatto l’improvvisa e non protetta chiusura dell’attività. Dico dei teatri privati perché, anche se può risultare impopolare, i Teatri Pubblici, nell’intero comparto dello Spettacolo dal Vivo, hanno un paracadute naturale. Un solo esempio: sui costi di gestione non hanno perso un solo euro, anzi, potendo mettere i dipendenti in lavoro agile prima e cassa integrazione dopo, hanno ridotto i costi di personale a tempo indeterminato, ma non si sono ridotte le quote dei soci pubblici (Regioni, Comuni, Città Metropolitane, Mibact) che sono rimaste invariate. Hanno perso, questo sì, l’incasso di botteghino, che si aggira nell’ordine del 10% rispetto al bilancio totale. Dunque, e non è certo una consolazione, stanno messi meglio del teatro privato. Questo invece dovrà fare i conti con un fermo attività di cui pagherà in toto le conseguenze e sul quale, come ormai è ben chiaro, stentano o mancano del tutto aiuti e considerazione da parte dello Stato. Pertanto l’analisi consumata a dovere in tutte queste settimane è chiara: 1) I Teatri dopo il Covid19 riapriranno per ultimi, e non tutti forse ce la faranno a riaprire. 2) Ci vorranno mesi e mesi per ridare fiducia al pubblico affinché ripopoli le sale. 3) I privati saranno ancor più penalizzati nella ricostruzione perché non possono contare sul sostegno pubblico alla gestione. 4) A pagarne immediatamente le conseguenze in maniera socialmente ed economicamente dolorosa saranno i lavoratori dello spettacolo non tutelati da riserve auree o da un posto a tempo indeterminato all’interno dei teatri (sia pubblici che privati in questo caso). Soluzioni? Diverse. Riaprire al più presto potrebbe attenuare la discesa agli inferi, ma non risolve il problema se non si riparte a pieno regime. Una forma di assistenzialismo garantita, ovvero un fondo per disoccupazione involontaria ed emergenziale, può servire all’immediato ma non è neanche auspicabile in eterno per un comparto che ha necessità di riprendere l’attività e trovare nuove modalità di sopravvivenza e produttività. Il Teatro in streaming personalmente penso sia un’idea pericolosa differente dalla possibilità di pensare ad un teatro ad hoc per la televisione. Last, but not least, bisogna invece prepararsi per una rifondazione sistematica della normativa che regge il comparto; bisogna ovvero ripensare tutto il sistema che fin qui, diciamolo chiaro, ha anche fallito e riprogettare le regole per una nuova fase che servano sia nei momenti buoni che in quelli terribili come quello che abbiamo vissuto e stiamo ancora vivendo.>> 

Giuseppe Dipasquale

Foto di copertina, Dino Stornello

 

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