“Il Segreto di Audrey Hepburn” per la rassegna “Sere d’estate in giardino” di Fabbricateatro

Sabrina Tellico ha esordito il 6 agosto scorso interpretando Audrey Hepburn nella novità assoluta del drammaturgo catanese Sal Costa, “Il segreto di Audrey Hepburn”, tratto dal saggio dello scrittore americano Robert Matzen (titolo originale “La Guerra di Audrey, 2019), per la regia di Elio Gimbo. Dopo il debutto, lo spettacolo è tornato venerdì 23 Agosto (repliche il 24 e 25), al Giardino Pippo Fava, in via Caronda 82, a Catania, per la rassegna “Sere d’estate in giardino”, promossa e prodotta da Fabbricateatro. Con Sabrina Tellico, Cinzia Caminiti, Daniele Scalia e Babo Bepari; scene di Bernardo Perrone, luci di Simone Raimondo, supporti tecnico-informatici di Gianni Nicotra; assistenti alla regia Marilena Spartà e Nicoletta Nicotra, abiti di scena di Mario Alfino. Foto di Dino Stornello.

    

Al “Giardino Pippo Fava“, respiro esterno della “Sala Di Martino”, sotto il grande albero che ha adempiuto al compito di fare da sfondo, quinte ed arredo scenico, si è sviluppata, in un climax emotivo inatteso e fortemente condizionante l’attenzione dello spettatore, una rivelazione forte come lo sfogo di una verità imbarazzante e dolorosa attinente la vita della grande ed inimitata icona di stile che è stata Audrey Hepburn. Sabrina Tellico ha interpretato la grande attrice inglese con precisione, rievocandola espressivamente in modo assai verosimile, muovendosi elegantemente sul palcoscenico nelle “ballerine” (tanto care all’attrice), fra un cambio d’abito ed un altro, paparazzata – come si conviene ad una diva – dall’inviato del giornale Vogue, (un calzante Daniele Scalia); circondata da premure ed indirizzata verso la scelta dei copioni da una cara amica, ex attrice (Cinzia Caminiti) ed aiutata da un maggiordomo dall’aria un po’ esotica interpretato da Babo Bepari, presenza ormai cara al pubblico che frequenta la Sala Di Martino.

 

Sabrina Tellico è riuscita a renderne l’eleganza definendo Audrey senza imitarla, in special modo curando lo sguardo, gli occhi tristi, curiosi verso la vita come quelli di una eterna bambina.

Audrey Hepburn fu così: conservò per tutta la vita quella grazia riservata che, al pari del suo talento e della sua grandissima bontà d’animo l’ha resa indimenticabile. Bontà che già da adolescente aveva manifestato, durante la guerra, ballando per raccogliere fondi a favore della resistenza contro i tedeschi, facendo da staffetta per consegnare messaggi in codice agli inglesi; dedizione che adoperò con gli umili e i dimenticati di un mondo lontanissimo dai cliché patinati, sino all’ultimo giorno della sua vita (20 gennaio 1993). Avvilita ma non annichilita da una madre con frequentazioni sociali in chiaro odore di nazismo, da un padre che li aveva abbandonati per vivere la stessa delirante causa, addolorata dalla uccisione dello zio Otto – che amorevolmente al padre si era sostituito – ha attraversato la sua esistenza con la medesima inquietudine appartenuta al suo personaggio più emblematico, Holly Golightly di “Colazione da Tiffany” (Truman Capote, 1958).

    

Audrey Hepburn prima di diventare Sabrina, Elisa Dolittle, la Principessa Anna, Gigi, Cenerentola a Parigi; prima di essere vestita da Hubert de Givenchy di cui era riuscita ad esaltare la linea d’abiti e di accessori; prima di essere premiata con l’Oscar (Vacanze Romane, 1953), con tre Golden Globe, un Emmy, un Grammy Award, quattro BAFTA, due premi Tony e tre David di Donatello; di innamorarsi di William Holden, sposarsi due volte, avere due figli, ella aveva vissuto i suoi anni più lunghi ed intensi nel breve periodo dell’adolescenza avendo assistito a fin troppe tragedie durante la guerra, in Belgio. Tutto ciò era lei, innanzitutto.

 

Oggi siamo fin troppo abituati alle dichiarazioni prolisse, ai falsi casi, all’abuso del sé concepito per far parlare quanto più a lungo possibile; ricordarci che certe “vere dive/donne vere” hanno attraversato l’arte contribuendo a magnificarla, ci fa veramente un gran bene.

In questo lavoro, molta cura ed ambizione: è sin da subito evidente l’impiego di tempo per studiare, provare e definire i personaggi, collocandoli senza anacronismi accidentali nell’epoca che appartenne ai fatti. Affatto retorico e stucchevole il lato intimo dell’attrice che certo appare diversa lontana dalle sale da posa e dai set cinematografici; Elio Gimbo è riuscito a spiegare con maestria la vita di un personaggio famoso consolidando l’intenzione originale dello scrittore prima e dello sceneggiatore poi, ovvero quello di consegnare al pubblico una rivelazione asciutta e sincera che mantiene sempre un certo elegante distacco. Sabrina Tellico/Audrey Hepburn sa rendere brillantemente la volontà del regista, soprattutto nel magnetismo del volto, triste, infantile, una sorta di tela in cui credo (per primo Willy Wyler) ogni regista si era impegnato a curare e rafforzare ogni potenzialità espressiva. Fulminante, eloquente e misterioso come i ritratti dei quadri più famosi, il viso di Audrey Hepburn è stato e continua ad essere raffigurato in innumerevoli modi.

C’è uno studio attento anche delle pellicole che l’hanno vista protagonista e lo si nota sulla scena nella sequenza del cambio degli abiti del film “Cenerentola a Parigi” che nel 1957 interpretò con Fred Astaire; sequenza fotografata da un abile reporter di Vogue/Daniele Scalia che ha convinto parecchio in questa performance. Brillante, simpatico, ha conferito al personaggio una astuta goffaggine operata per carpire informazioni intime e riservate. E poi lei… Cinzia Caminiti che attraversa la scena con forza istrionica fissando la memoria di ciascuno sul ruolo della confidente ed affezionata amica in cui a tratti s’incarna il passato, facendo cambiare d’abito il presente…

A proposito di abiti, decisamente eleganti e semplici, così come la scena, una stanza all’aperto profumata dall’estate: gli spettatori come ospiti intorno ad essa. Le luci adoperate con sapienza per porre ancor più della musica gli accenti emotivi.

 

“Audrey Hepburn – spiega il regista Elio Gimbofu una meravigliosa attrice del cinema hollywodiano, ciò che la rese così luminosa nei suoi film era il buio da cui proveniva e che si portava dentro come un segreto, il segreto di una ragazzina olandese di buonissima famiglia che, nata sei mesi prima di Anna Frank a pochi chilometri di distanza, attraversò tutti gli orrori e le turpitudini dell’occupazione nazista e della guerra furiosa scatenata da Hitler”.

L’autore catanese Sal Costa aggiunge: “Il segreto di Audrey Hepburn, ovvero, cosa si nasconde dietro il più classico dei sorrisi da parata hollywoodiana. E’ la primavera del 1961 e Audrey sta girando Colazione da Tiffany: una intervista per Vogue innesca il dramma emozionale della sua esistenza. Il giornalista sarà cacciato, ma ha aperto il famigerato vaso di Pandora. Fluiscono ricordi, emozioni, materiale faticosamente rimosso. E su tutto la figura di una madre forte e ingombrante”.

Accade che film, libri possano portare all’arte un pubblico diverso; accade che il pubblico sappia chi sia stata Audrey Hepburn, ma che grazie a certi “pruriti” di curiosità di scrittori, sceneggiatori e registi abbia il bene di scoprirne aspetti insospettabili. Quest’ultima fatica dell’artefice di Fabbricateatro, nata dalla collaborazione con Sal Costa, avvalorata dal libro-documentario di Robert Matzen, concretizzata sulla scena da quattro brillanti e coesi attori, è stata gradita dal pubblico e dalla critica e (so che mi ripeto) come altri lavori del riservato ma stacanovista regista catanese mi piacerebbe rivedere, magari su altre “piazze”, anche per il magnifico e sognante finale che un inedito Elio Gimbo ci regala…

 

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