Il “Museo Storico dello Sbarco in Sicilia – 1943”. A Catania un valido esempio di public history

“Siamo venuti a conoscenza di questo museo per vie traverse, perché nessuno in Catania ci aveva detto dell’esistenza. Interessante e istruttivo sapere come sono andati i fatti durante la guerra con i cartelloni ben descritti, video e audio originali, ricostruzioni della tenda medica, armi e divise originali. Tutto questo al modico prezzo di 4€”.

Questo è l’ultimo commento postato su TripAdvisor da uno degli innumerevoli entusiasti che a Catania hanno visitato il “Museo Storico dello Sbarco in Sicilia – 1943”.
L’aspetto divulgativo di questo museo è apprezzato dai visitatori generici, mentre gli appassionati di “militaria” – che conoscono le verità storiche definitivamente acquisite in merito alle vicende, tempi e luoghi dello Sbarco anglo-americano in Sicilia – trovano nel Museo spunti per riconsiderare e comprendere quell’evento storico, ancora oggi tema di interpretazioni e di dibattito.

Avendo partecipato alla sua creazione conosco gli antefatti del Museo catanese, che ha quasi venti anni di vita (fu inaugurato alla fine del 2002 dal presidente della Provincia Nello Musumeci) e una storia che si intreccia con il contesto politico che lo vide nascere. Uno scenario che contrapponeva in quegli anni la destra e la sinistra italiane in merito al dibattito sulla revisione dei contenuti dei libri scolastici e sull’uso strumentale della storia. Quel dibattito, mai sopito, è riemerso giorni fa in Veneto e si è esteso in Friuli Venezia Giulia, zone critiche non soltanto del contagio pandemico ma anche della pretesa dei politici di poter controllare il lavoro di ricerca dello storico: una scandalosa mozione è stata infatti presentata alla Regione Veneto da due deputati di destra. Gli storici sono subito insorti.

Non vi furono ingerenze né politiche né accademiche quando invece fu creato il museo catanese. Il suo comitato scientifico era composto da persone che operavano al di fuori degli ambienti accademici e nonostante ciò possedevano una buona conoscenza della disciplina storica. Essi diedero una lettura appunto storica ai fatti occorsi nel 1943 in Sicilia e misero così in pratica la “public history” (la storia per il pubblico) cioè offrirono gli strumenti per comprendere, in prospettiva storica, un periodo cruciale, qual è la fine del Secondo conflitto mondiale, avendo come punto di partenza l’analisi dei testi, lo studio delle fonti secondarie, la ricerca archivistica, il buon utilizzo degli strumenti dello storico.

Mentre in Francia tolgono i numeri romani dai musei perché nessuno è più capace di leggerli, Catania con il suo “Museo Storico dello Sbarco in Sicilia – 1943”, alle Ciminiere (attualmente come altri musei italiani chiuso a causa dell’emergenza sanitaria) offre un esempio che va nel senso contrario, che è quello della complessità e dell’approfondimento, per prendere coscienza della problematicità di ciò che è accaduto e potenziare il collegamento del pubblico con il passato, tra memoria e storia.

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