Il Mito-off di Orfeo al Castello Ursino

Per quanto l’apertura verso il presente debba essere sempre considerata, parimenti l’atteggiamento verso il passato non deve essere ammantato di pregiudizio. Ben vengano tutte quelle iniziative culturali che traggono il senso dalle ragioni narrate dalla letteratura classica di ogni epoca. E’ necessario, a mio modo di vedere, mettere la giusta distanza, continuando a dare del “lei” agli scrittori che hanno vergato le pagine più autentiche di ogni epoca, non nutrendo il convincimento che tutto possa essere prelevato, adoperando una sorta di indicizzazione del passato per esprimere una opinione sul presente. I classici sono tali (soprattutto i “miti”) perché contengono gli “archetipi” per spiegare qualsiasi ragione, emozione ed accadimento. Modelli a cui venivano riportati comportamenti ed eventi tracciati già in un’epoca in cui non si ragionava di inconscio, bensì si dava corpo di personaggi mitologici a fatti ritenuti soprannaturali che sfuggivano alla comprensione umana o che scatenavano l’immaginazione creando forme d’arte: la guerra, le tempeste, i venti, il mare, la poesia, la danza, la musica, la bellezza, la morte. Oggi essi sono tanto indagati ed adoperati poiché affermano con dovizia ed enfasi ciò che l’uomo moderno teme di affermare e non si sa più spiegare.

Chi ha fatto gli studi classici, chi ama i classici, lo sa. Dunque, accade che in virtù di una consapevolezza acquisita, il pubblico possa rimanere assai perplesso nell’assistere alla versione di “Orfeo”.

Sabato 31 agosto, Castello Ursino, nell’ambito della Rassegna “Mito-Off”, è stato rappresentato “Orfeo, sulla sponda del fiume nero” il primo dei lavori dedicati al teatro classico, inseriti nel cartellone del Summer Fest patrocinato dal Comune di Catania, con la collaborazione dell’Associazione Esclarmonde per una produzione MediaManagerEvents. La regia, le musiche, le liriche e l’adattamento teatrale sono curati da Salvatore Guglielmino, volto e voce di Orfeo; con Alice Ferlito nel doppio ruolo di corifea e Persefone e Martina Minissale nel ruolo di Euridice. Foto di Dino Stornello.

Quella del Castello Ursino è una scelta scenografica vincente, ma da sola non basta: le luci prive di modulazione, sempre intense sulla scena a fatica ci fanno immaginare il mondo dei trapassati e il fiume nero “che pare arrotolarsi, anzichè scorrere”. Salvatore Guglielmino/Orfeo entra in scena dalla lunga scala alternando il lamento al canto, ma non se ne avverte la differenza.

Di forte impatto l’ingresso di Euridice /Martina Minissale che ha proceduto scendendo i gradini con lentezza, capo coperto e passo pesante a significare il peso di una morte acerba, banale, pianta disperatamente da una madre e da un marito. Una bella voce, una buona presenza scenica ed una interessante interpretazione, ma l’attrice appariva a tratti smarrita e non per caratterizzare il personaggio interpretato, quanto, mi è parso, per un’assenza d’indirizzo registico. Vacanza affatto avvertita da Alice Ferlito che è stata a dir poco straordinaria, marcando la scena senza impossessarsene, rivestendo il ruolo proprio della corifera, conferendo timbro emotivo ai fatti narrati, creando da sola l’usuale rimbombo generato dalla coralità; muovendosi con elasticità ci ha fatto vedere il vagare di Orfeo, udire il suono della sua lira; ha descritto l’ira delle Baccanti portandoci a rabbrividire per la decisione di queste di lacerare le sue membra. Aggiungendo pochi accessori allo stesso abito, è divenuta Persefone, dea degli inferi, moglie di Ade, consapevole di aver aver avuto al pari di Euridice una sorte ingiusta, venendo inghiottita da una voragine, in un momento in cui si era soffermata a raccgliere un narciso. Movimenti più lenti, gestualità composta, sguardo fiero, Alice Ferlito con la sua bravura ha mutato la sorte infausta toccata a questa versione di Orfeo che ha in sé comunque il lodevole proposito di ricordare che due famosi poeti – Ovidio e Virgilio – ne scrissero e che scrittori del ‘900 ne analizzarono il fenomeno (Cesare Pavese, Gesualdo Bufalino) spiegando la scelta di Orfeo di voltarsi con termini assai meno lusinghieri di quelli ricordati.

 

Auguste Rodine, 1893                                           John William Waterhouse, 1900

Il mito di Orfeo è scritto, tramandato da innumerevoli generazioni: nella lettura di esso sono contenuti ruoli universali, chiavi di volta che pongono la natura umana, la sua vulnerabile potenza, narcisa e sdegnosa dei limiti. La forza dei classici dovrebbe essere proprio questa, dire senza spiegare perchè in essi ogni cosa c’è: il lettore, lo spettatore non devono far altro che scegliere di capire, individuare, rintracciare, anche perchè, come quello di ieri sera, spesso non giunge impreparato e non ama sentirsi sottovalutato.

Il prossimo appuntamento della rassegna è stabilito al Castello Ursino, sabato 14 settembre con Fedra (versione di Seneca), in cui si potrà godere il privilegio di vedere insieme due bravissime attrici quali Alice Ferlito (Fedra), Ketty Governali (nutrice,) ed apprezzare il giovane Paolo Toti Guagenti nel ruolo di Ippolito ed Alessandro Ferrari in quello di Teseo.

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