I vaccinati a Nicolosi oggi e ieri

A Nicolosi gli animi sono surriscaldati. La “zona arancione” che resterà in vigore sino al prossimo 24 novembre a molti cittadini non piace. Vaccinati e non vaccinati esprimono il loro malumore battibeccandosi sui social. Mettono in discussione l’efficacia delle misure restrittive anticovid contenute nell’ordinanza firmata la scorsa settimana dal presidente della Regione. Commentano le ipotesi che cominciano ad insinuarsi in queste ultime ore in Italia: è giusto imporre restrizioni soltanto per i no-vax, seguendo l’esempio dell’Austria? Oppure bisogna rendere obbligatorio il vaccino, come si sta apprestando a fare la Germania? Si tornerà a lavorare da casa, come farà il Belgio? Tante domande. Una certezza: i lavoratori non vaccinati, costretti a presentare la certificazione per mantenere il posto, stanno arricchendo le farmacie italiane. Il boom di tamponi rapidi è un vero affare, soprattutto a Nicolosi dove in percentuale i vaccinati sono pochi.

Una situazione che fa riflettere e che è totalmente diversa rispetto a quella di due secoli fa, quando questo paesino fu campione di vaccinazioni contro il vaiolo. Per comprendere l’importanza del dato storico occorre ricordare che il vaccino antivaioloso fu il primo vaccino escogitato dalla ricerca scientifica. Fu introdotto in Europa nel 1798, a seguito delle osservazioni del medico e naturalista Jenner. Il vaiolo era una malattia terribile. Colpiva i bovini (vaiolo vaccino) e gli uomini (vaiolo umano), provocando pustole da cui fuoriusciva il pus che provocava contagi. Jenner scoprì che inoculando una piccola dose di pus vaccino nell’uomo – cioè infettando l’uomo con il vaiolo bovino – si veniva a creare una immunizzazione efficace.

La vaccinazione fu dapprima accolta con sospetto in tutta Europa e venne avversata anche dai più istruiti. Ma non a Nicolosi, dove furono vaccinate centinaia di persone per proteggerle dalla malattia. Il merito della massiccia campagna di immunizzazione va a un medico del luogo, che fu il più zelante antesignano della inoculazione jenneriana. Il suo nome era Domenico Galvagni. Dal 1806 al 1818 vaccinò i suoi concittadini. Dal 1819 al 1826 fuori Nicolosi vaccinò quasi 500 individui e per tale attività fu nominato socio onorario della Commissione provinciale vaccinica, che era un organismo governativo.

Considerato il miglior medico dei dintorni di Catania, il dottor Domenico Galvagni volle vivere sempre a Nicolosi e non ambì trasferirsi nella città dell’elefante, dove aveva studiato e dove avrebbe potuto ottenere una docenza in Ateneo; né volle andare a fare il medico a Palermo.
Per aggiornarsi leggeva molto. La sua ricca biblioteca includeva testi di medicina e di chimica che si rifacevano alle dottrine di Valde-Grâce, l’ospedale militare parigino dove il servizio sanitario era dedicato all’esercito. Fece delle osservazioni sugli ammalati e comprese che, per abbassare la febbre, la china peruviana era meno efficace di quella proveniente da Santa Fè.

Alto di statura, bruno di carnagione, gentile di modi, Domenico Galvagni nacque a Nicolosi il 10 aprile 1766, dove cessò di vivere l’11 dicembre 1834. Nella sua vita di medico gli si presentarono molti casi. Il più curioso avvenne nel 1798 (lo testimonia suo figlio, che fu pure medico) quando a Nicolosi una puerpera diede alla luce 4 gemellini ben conformati, che però vissero soltanto 14 giorni. Un parto quadrigemellare era (ed è) un fatto raro. Ma non ignoto alla letteratura medica. La moglie di un parrucchiere a Parigi ebbe sette gravidanze con parti trigemellari: totale 21 figli. Una contadina russa – a quanto pare – partorì 57 figli suddivisi in 21 parti quadrigemellari.

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