“I Moschettieri”, scritto da Roberta Amato e diretto da Nicola Alberto Orofino.

I moschettieri, scritto da Roberta Amato – una giovane che lo sembra  ancora di più – diretto da Nicola Alberto Orofino; assistente alla regia Gabriella Caltabiano. Con Egle Doria, Gianmarco Arcadipane, Luigi Nicotra, Vincenzo Ricca. Scene e costumi di Vincenzo La Mendola.

 Roberta Amato, l’autrice.

L’ Associazione culturale Madè (che ha prodotto il lavoro), a ben ragione, ha creduto in un progetto nato dall’idea di raccontare Catania, ma non in modo falso, pittoresco o retorico, piuttosto, porgendo allo spettatore la ricetta autentica di questa città dal nome meraviglioso, evocativo. E Catania è scelta non solo come luogo, ambientazione, ma scritturata come protagonista: gli attori che rendono indimenticabili gli straordinari dialoghi, sono funzionali per parlare di lei come una regina, una leonessa che trattiene a sé le sue creature, assimilata per eccesso a quella stessa “regina” che conta soldi, passa in rassegna tutti i quartieri, che organizza Catania ed i suoi traffici da quella scrivania severa, tirando dalla poltrona le fila del mondo che sta fuori dalla finestra, quella da cui si affacciano e prendono aria “i moschettieri”, luogotenenti indispensabili per dimostrare, controllare, stare col fiato sul collo alla gente che si deve sentire protetta e minacciata allo stesso tempo.

“I Moschettieri”, interpretati da tre meravigliosi ragazzi, – Gianmarco Arcadipane, Luigi Nicotra, Vincenzo Ricca – attori brillanti che paiono usciti da quelle strade, quelle lontane dal centro, dal mondo dei meno che esiste, si veste e va a lavoro guardando per terra e sputando rabbia per strada, senza alzare mai la testa.

Ci capita tutti di passare da certi quartieri, di attraversarli per ragioni temporanee e non ne sappiamo nulla. Non sappiamo dell’ordito di attività gestite da profili oscuri di giorno e di notte anche da giovani che forse hanno avuto sogni che presupponessero impegno, ma la fame se li portati via; giovani facili da assoldare perché tolti dalla miseria e dall’abbandono delle famiglie, facili ad affezionarsi ad una qualche figura di riferimento, quelle che scivolano senza ombra che non stanno mai in prima fila e dettano le condizioni sociali ed economiche di un sommerso inenarrabile che Roberta Amato ha saputo descrivere con tanto verismo.

“I Moschettieri” è un lavoro dal testo magnifico (finiamola con i luoghi comuni che gli autori sono morti e mai più rinati) che la bravura del regista ha adattato con un lavoro di regia meticoloso e raffinato lavorando in special modo sugli attori: Egle Doria,  Gianmarco Arcadipane, Luigi Nicotra, Vincenzo Ricca. La scelta scenografica è interessante: Vincenzo la Mendola ha il dono della sintesi espressiva! L’attenzione al dettaglio rende il pieno nello spazio, rende elastico l’ambiente: la stanza in cui i tre giovani vivono, dormono, si cambiano, tengono alla rinfusa i loro guardaroba costosissimi a suon di firme, è pensato come un eterno privée in cui non mancano mai champagne e roba. Poco oltre, una scrivania severa, piena di soldi e di morte ed un telefono che serve per messaggi brevi ed eloquenti. Da lì, i tre soldati della mala, vengono osservati dalla loro “Regina”, una cassiera calcolatrice ed attenta a dare il giusto resto. E poi, una finestra su quelle strade di quei quartieri… un mirino o una serratura? Se il teatro dallo spettatore va destrutturato, la scelta registica di Nicola Alberto Orofino, di non cambiare nemmeno una virgola del testo così come Roberta Amato lo ha scritto, va subita perché non ci sono margini per il sogno: l’ alternativa è pressappoco accennata. Catania è resa, non illustrata.

I dialoghi sono impegnativi, feroci privi di alcuna scrematura, riportati pari pari dall’originale, sferzati a ritmi serrati, una botta e risposta accanite, ritmi galoppanti che fanno il paio con la droga e l’alcool. Nessuna possibilità di vivere in modo meno frenetico: i moschettieri, non come paladini, ma come criceti in gabbia che devono far girare la ruota vorticosamente senza osservare soste, perché chi si ferma è davvero perduto al di là di ogni luogo comune.

Gianmarco Arcadipane, Luigi Nicotra, Vincenzo Ricca sono perfetti nei loro ruoli e negli abiti, trascinano gli spettatori dalle loro comode poltrone a questa terra di mezzo, prendendo a schiaffi la vita degli altri, gli stessi che attraversano certe zone spaventati e disturbati. Come sono bravi a rappresentarci il paradosso, a farci sorridere e stranire, e allo stesso tempo a cambiare espressione per rappresentare la paura che le cose in un attimo possono cambiare e mettersi male: nessuna sosta fra la rabbia ed il sorriso. Ottima la scelta su questi tre bravissimi attori che hanno trascorso la pandemia chiusi in casa, distanti l’uno dall’altro (abitano in tre diverse città), ma che sono riusciti ad amalgamarsi perfettamente creando quella diffidente e disperata solidarietà che è propria dei personaggi che interpretano. Una nota di costume: il regista e lo scenografo/costumista hanno dovuto risolversi a farli recitare per buona parte in boxer e canottiera (anziché solo nei completi eleganti) a causa delle alte temperature che hanno contraddistinto le giornate del debutto.

Egle Doria è la Regina, “chidda ca’ cumanna”, inguainata in abiti leopardati e maritata ad un uomo che non si vede ma s’immagina soprattutto nel fastidio di qualcuno dei moschettieri che se la sente di comandare a sua volta! L’attrice ha due importanti monologhi: un‘overture in cui snocciola il rosario dei quartieri, in cui passa al vaglio il suono dei nomi delle altre città, rallegrandosi del nome della sua Catania; ed uno di chiusura, in cui la sua forza espressiva marca nella mente degli spettatori quanto appena accaduto. Il tono è sempre indolente, seppure enfatico a tratti e fa da controcanto a quello più sguaiato dei moschettieri. Nel mezzo, lei c’è, non parla e fa più paura…

Ad Egle Doria è affidata la frase di chiusura, la sinossi di questo delirio che è Catania, quella fatta di mangiare buono, luoghi del sogno, acqua e lava, fuoco e passione, indolenza e trascuratezza, rumore e silenzi di morte: “…Catania, che ha un piede nel sogno ed uno nella fossa”.

Sipario.

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