I disagi del mondo dell’Arte…

Quando il Decreto Ministeriale dell’8 Marzo aveva già espresso i suoi severi e necessari contenuti, Elisa Franco, attrice, regista e capocomico della “Carrozza degli artisti”, si accingeva insieme alla collega Viviana Toscano a completare le prove di “Anna dei Miracoli“, in cartellone alla Sala Chaplin.

Lo spettacolo, si sa, è un’arte collettiva praticata da individualisti“: Franco Ferrari nell’analisi sui teatri pubblici e privati (Intorno al palcoscenico: storie e cronache dell’organizzatore teatrale, 2012), in un passaggio scrive “non si deve temere di affermare che un’istituzione teatrale è una struttura aziendale; che fare azienda è preoccuparsi di gestire le risorse e gestire le risorse avendone preoccupazione non dovrebbe essere roba da artista.” Certo significa che un artista dovrebbe avere solo l’impegno di rappresentare al meglio il proprio personaggio in quel preciso lavoro in cartellone e non dovrebbe andare a cacciare la testa in complesse contabilità. Il capocomico questo è. E lo sa bene Elisa Franco, coraggiosa imprenditrice e brava regista orientata spesso alla rivisitazione riguardosa dei classici – anche della commedia americana – e nemica della soppressione dei personaggi: le sue scene sono sempre “affollatissime”. Tutto ciò per dire che un capocomico non ha solo il piacere della propria parte in scena, ma si fa carico della vita di tutta la compagnia sentendosene responsabile. E se un tempo i soldi che giravano attorno alle imprese teatrali (sia in ragione dei finanziamenti che in forza degli abbonamenti) costituivano cifre interessanti in grado di far muovere al meglio la macchina e consentire di sopravvivere anche nei periodi di ferma, oggi non è più cosi. Esattamente come per la stragrande maggioranza delle famiglie italiane, non è possibile risparmiare perché i guadagni servono per pagare le spese e non ci si può permettere di fermarsi perché si patisce l’indisponibilità di risorse accantonate. Purtroppo la giostra impazzita che si chiama “logorio della vita moderna“, – come recitava Ernesto Calindri – si è fermata tirando energicamente la leva del freno, sbalzando fuori il male e purtroppo anche tutto il bene.

Dopo le proposte di Giuseppe Dipasquale, oggi di seguito trovano spazio quelle che Elisa Franco ha chiamato le sue riflessioni…

<<Sono giorni tristi quelli che il mondo intero sta vivendo da qualche mese. Siamo stati attaccati da un
nemico che ancora tutt’oggi non si conosce bene e che continua a far vittime. Io
personalmente ho vissuto l’amara esperienza di perdere persone a me vicine a cui non ho potuto
nemmeno dare l’ultimo saluto… e questa è una cosa che attanaglia e ci fa sentire impotenti.
Tutti i settori lavorativi messi in ginocchio da una quarantena forzata che siamo costretti a fare per
accelerare una “rinascita”. Ma quale rinascita si prospetta? Come dovremo affrontare il dopo
quarantena? Io, come svariati milioni di miei colleghi, appartengo ad una categoria di lavoratori che
subirà un fermo molto più lungo rispetto ad altre. Noi siamo artisti e saremo
probabilmente gli ultimi a ritornare ad operare nel nostro settore.>>


<<Da giorni si dibatte sulle conseguenze di questa emergenza e sul dopo: ci si propone di lavorare in
streaming, adeguandosi al cosiddetto smart working, attraverso l’uso di una tecnologia che è ben
distante da ciò che noi intendiamo come “Arte”. Il governo si sta muovendo come può e non ci
fornisce le garanzie che ci occorrono. Ci sentiamo tutti su una barca che non si capisce
ancora dove approderà. E la cosa che mi rende più triste e insofferente è leggere continue diatribe
anche tra chi dovrebbe unirsi per una causa comune. Il sindacato, per noi rappresentato da Luigi
Tabita ed Aldo Toscano si sta adoperando affinché vengano accolte alcune proposte che ci
consentano di attutire i colpi e di andare incontro a chi ha maggiori difficoltà, in un periodo in cui
alcuni fanno fatica anche a sopravvivere. Sappiamo bene che non siamo gli unici a vivere questo
dramma ma ci portiamo addosso un neo che da sempre ci ha ostacolati e male appoggiati nel fare il
nostro mestiere, la mancanza di un “albo professionale” che darebbe a noi una giusta
collocazione nel mondo del lavoro e ai nostri interlocutori l’obbligo di tenerci in considerazione.>>

<<L’Artista non è un giullare di corte: è un dispensatore di cultura che va rispettato come ogni
lavoratore. La nostra città pullula di realtà teatrali considerate “minori” che di fronte a questa crisi
 rischiano di vedere il lavoro di tanti anni frantumarsi, rischiano di non riuscire più a
risollevarsi dopo una simile caduta e hanno bisogno di sostegno. Molti di noi non hanno potuto
concludere la stagione e le prospettive di riapertura sono lontane e proibitive. Ci si chiede come si
tornerà a lavorare… in che condizioni… distanze cautelative… mascherine… guanti…? Pubblico
dimezzato o peggio, considerato che la gente avrà comunque paura di trovarsi in luoghi chiusi. E
cosa portare in scena? Monologhi? Letture drammatizzate? Vista l’impossibilità di rapportasi in
modo più intimo. La gente fa spallucce, ci prende per “esagerati”…. Ho letto commenti del tipo: “ma cosa vogliono questi artisti, che non sanno nemmeno cosa significa lavorare!”
Noi vorremmo semplicemente godere dei diritti di tutti perché noi lavoriamo! E a differenza di altri, non
abbiamo orari, anche se stiamo male, abbiamo un dispiacere, un dolore saliamo ugualmente sul palcoscenico senza far trapelare nulla! Non godiamo delle festività, anzi, spesso lavoriamo soprattutto durante quelle giornate. E, badate che dietro ogni artista c’è un enorme movimento di persone: sarti, scenografi, costumisti, tecnici, macchinisti, coreografi, direttori di scena, siparisti, maschere, produttori, organizzatori e altre maestranze meritevoli di ogni rispetto. Lavoratori che devono essere
riconosciuti come tali, anch’essi con famiglie da mantenere, tasse da pagare, affitti, mutui. Per non
parlare poi dell’industria cinematografica che ha alle spalle una macchina ben più complessa …>>


<<Noi facciamo un mestiere che da sempre viene considerato “ricreativo”, che io, invece definisco
“necessario” perché un mondo senza arte nemmeno lo voglio immaginare. La musica, la danza, il
teatro, il cinema, l’arte circense, la pittura, la scultura, la fotografia, la drammaturgia sono le radici
che trattengono la realtà culturale di un paese; e tutti insieme dobbiamo batterci affinché
ciò non venga messo mai in discussione da nessuno. Spero con tutto il cuore che a noi artisti venga data ancora la possibilità di nutrire l’anima e lo spirito degli spettatori e godere della loro presenza che per noi è linfa vitale: un attore senza
palco, senza pubblico, non è ….

Noi attori abbiamo fatto una scelta difficile, che ben conosce la delusione, l’amarezza alimentata da grandissime gioie… insomma, una strada tutta in salita… ma per noi è “respiro”.>>

Foto di copertina a cura di Dino Stornello.

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