Galeotto fu il fiume: viaggio tra i dannati

Anfuso accende l’Alcantara con l’Inferno di Dante

L’acqua, che scava la pietra millenaria, per tracciare il proprio cammino; il vento, che batte la terra, quasi a voler sferzare gli uomini per i loro misfatti; il fuoco, grande riscaldatore, che è insieme vita e distruzione. Questi sono gli elementi che plasmano la messa in scena dell’“Inferno di Dante”, diretta dal regista Giovanni Anfuso, che per la terza stagione allieta le serate estive degli appassionati siciliani, che rispondono con grande partecipazione ed entusiamo all’evento.

L’opera in un atto, ripercorre alcuni tratti salienti del monumento letterario della lingua italiana, autentico pilastro culturale intergenerazionale. L’immensità dell’opera dantesca non è pensata per essere portata in scena o su pellicola, considerando l’elevata complessità allegorica dell’opera, che richiederebbe sforzi e tempi non conciliabili con le necessità delle arti figurative.

Anfuso realizza l’impresa di unire idealmente Firenze alla Sicilia, con un espediente narrativo che potrà sorprendere gli spettatori più esigenti, che cercano nella messinscena i tratti distintivi che caratterizzano il regista. Liliana Randi e Luciano Fioretto hanno il compito di introdurre con leggerezza il pubblico alle meraviglie degli inferi, rendendo pienamente fruibile l’opera a qualsiasi tipologia di spettatore.
Personaggio non in locandina è certamente il fiume, che col suo inarrestabile corso viaggia verso la sua foce: non si cura di quanto accade intorno, ma scorre e passa. 

 Dante incarna l’insieme delle debolezze umane, il timore di non superare le prove della vita, la paura dell’ignoto, e l’interpretazione di Angelo D’Agosta rende onore al padre della lingua italiana, del quale porta in scena lo sgomento dell’uomo, dinanzi al male generato dai suoi stessi simili. 

Serve, nei momenti di smarrimento e sconforto, un volto del quale potersi fidare, un braccio cui appendersi lungo il triste cammino che condurrà Dante ai piedi della collina del Purgatorio. Il poeta trova ristoro in Virgilio, il mantovano che cantò di Enea, maestro d’arte letteraria che guiderà il Vate tra bolge infernali, lo introdurrà alle anime che incontrerà lungo la strada, lo aiuterà a comprendere la realtà del contrappasso. Virgilio, interpretato da Salvo Piro, è coprotagonista della cantica, indispensabile occhio di Dante  nelle oscurità infernali. 

Lecito attendersi, tra le acque dello Stige d’Alcantara, l’apparizione di Caronte (Luciano Fioretto), al quale spetta il compito di traghettare le anime sulla riva opposta del fiume infernale.

Le lacrime dal pianoforte introducono e accompagnano due personaggi che emergono dal buio della valle. Non fa fatica il pubblico, a riconoscere le malinconiche figure di Paolo e Francesca, con il loro forte carico emotivo, che è proprio di ogni amore senza lieto fine. L’interpretazione di Giovanna Mangiù e Gabriele D’Astoli non si riduce alla mera narrazione delle vicende due amanti sfortunati, ma invita a una riflessione.

 L’«Amor, ch’a nullo amato amar perdona» (l’amore costringe chi è amato a riamare a sua volta) riprende l’idea stilnovista dell’amore necessariamente ricambiato, e individua  nelle parole di Francesca da Rimini un vano tentativo di discolparsi dal suo peccato. Questi versi hanno liberato fiumi di inchiostro nei secoli, nel tentativo ancora mancato di dare un’interpretazione univoca all’episodio. Il motivo centrale della messinscena si palesa nuovamente: rendere in pochissimi minuti la complessità narrativa e concettuale dell’episodio, non è impresa di poco conto, ma l’intensità della scena proposta da Anfuso, fin nei suoi minimi dettagli, si fissa come uno dei momenti più memorabili della rappresentazione.

Una figura eburnea, il cui riflesso splende nelle acque, fa il suo ingresso in scena, suscitando la sorpresa tra gli spettatori, che non riconoscono immediatamente il Messo celeste, che apre ai protagonisti le porte dell’infernale città di Dite, nell’assordante frastuono del rock metallico.

Spetta invece a Liborio Natali, nei panni di un rabbioso Ulisse, il compito di raccontare dello sfortunato epilogo del viaggio di Odisseo, spintosi fin dove le capacità dell’uomo gli permisero, per soddisfare quella sete di sapere che distingue l’essere umano dall’animale, enfatizzato da una lunga pausa tra le parole “virtute” e “canoscenza”, della celeberrima affermazione del personaggio.

Degna di lode è la performance di Davide Sbrogiò, straziante e straziato Conte Ugolino, intento a divorare le carni dell’Arcivescovo Ruggieri (Gabriele D’Astoli). Un pubblico consapevole non può non empatizzare con il dolore e la sofferenza dell’infelice nobile decaduto.

Un viaggio agli inferi che si rispetti non può prescindere dalla presenza di un Re delle Tenebre, quel Lucifero che divora anime e racchiude in sé l’essenza stessa del male del mondo.

Le fiamme artificiali, unite a giochi di luce che si riflettono sul fiume, creano un clima spaventosamente etereo, inserendosi perfettamente nella scenografia naturale offerta dai luoghi. Il frastuono degli strumenti tribali, uniti alle assordanti grida e alle scomposte danze dei dannati (Alberto Abbadessa,  Alessandro Caruso, Giuliana Giammona, Luca Micci, Beatrice Pelati, Francesco Reale, Alessandra Ricotta, Francesco Rizzo, Rachele Ruffino e Ilenia Scaringi), sono più che un semplice elemento sonoro e coreografico: Anfuso riesce a concretizzare in pochi passaggi  il senso ultimo dell’angoscia che chiunque al posto di Dante avrebbe vissuto dentro di sé, e riesce a trasmettere questa sensazione a chi osserva uno spettacolo unico nel suo genere.

L’Inferno di Dante sarà ancora in scena da giovedì 3 a domenica 6 settembre, con due spettacoli giornalieri.

(Foto di Santo Consoli)

Davide Sbrogiò (Conte Ugolino) e Angelo D’Agosta (Dante)
Liborio Natali (Ulisse)
Luciano Fioretto (Caronte)
Giovanna Mangiù (Francesca da Rimini)

Carla Licari Autore
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