Filippo Trepepi: il Teatro e il ruolo delle Associazioni culturali

Perché si va a Teatro? Per vivere un’esperienza insieme ad altre persone vedendo recitare persone vere che ci rappresentano il dramma, la commedia, che ballano, cantano, si agitano offrendosi anche nel margine del proprio errore ad un pubblico esigente, rassicurante, colto o inconsapevole, illuso o disilluso. Si sceglie il teatro perché è un’esperienza attiva che neppure il più grande ed avvolgente degli schermi cinematografici può garantire.
Mio padre mi raccontava che alla fine dell’800 sua nonna si recava puntualmente ogni domenica in piazza Università al Teatro Macchiavelli, poiché l’opera dei Pupi poteva succedere che avvenisse a puntate e lei non intendeva perdersene neppure una; “financo, sotto una pioggia battente: affittava la carrozza e partiva!”
Diversamente dalla crisi del cinema a causa dello “streaming” che facilita e moltiplica esponenzialmente l’accesso e l’offerta, il teatro non lo si può organizzare a casa, dunque è necessario andarlo a trovare, adeguandosi ad una serie di regole che cominciano dal botteghino. Ai tempi di Shakespeare, nel ‘500, il teatro era un vero e proprio momento di condivisione che non opponeva pregiudizi al livello culturale: venivano scritte delle commedie che potevano essere intese e commentate da chiunque. Esaminare e proporre soltanto un teatro impegnato, benché interessante, porta una selezione a monte cosicché lo spettatore medio sceglierà pigiama e telecomando. Rincari nei costi degli abbonamenti e dei biglietti a fronte di una crisi allarmante, gestioni inadeguate hanno generato, infine, la chiusura delle piccole realtà ed il parziale fallimento dei grandi teatri. Una crisi che, essendosi abbattuta anche sulle carriere degli artisti, ha determinato la formazione di squadre blindate in cui gli stessi attori, registi e drammaturghi potevano giocare e nessun altro, penalizzando ogni tipo di scambio.
Negli ultimi anni, la ripresa lenta e forse poco visibile, ma reale, anche grazie ad una opportunità abbondantemente abusata e percorribile senza enormi sacrifici economici, ma non meno impegnativa, quale la costituzione di un’associazione culturale. Dal momento che in Italia, soprattutto a ridosso della cultura, ne esistono numerose forme, è stato chiesto al presidente di una di queste (MezzAria) di parlarcene per chiarirne ragioni, scopi e validità.

– Chi è Filippo Trepepi? (nella foto, in compagnia della giornalista e sociologa Gabriella Magistro)

Sono nato a Milano cinquant’anni fa da genitori siciliani; con la Sicilia c’è sempre stato un rapporto speciale, come un cordone ombelicale mai reciso. Da alcuni anni vivo a Catania, mi occupo di amministrazione e organizzazione di spettacoli teatrali.

– Se le Arti costituissero una squadra di calcio, il Teatro in ché ruolo giocherebbe?

Mi piacerebbe giocasse in attacco, ma in questo periodo storico mi sembra che giochi molto di più in difesa, poiché si considera la cultura come un situazione marginale da strumentalizzare ed attaccare; inoltre, in situazione di difficoltà economica, sì è portati a tagliare fondi senza considerare che, oltre a far crescere intellettualmente la società, è anche un comparto che potrebbe dare lavoro e incrementare l’economia.

– Un emigrato che, una volta ogni tanto, si sposta facendo il percorso inverso…cosa o chi l’ha portata a Catania?

Intanto la definizione “emigrato“ mi piace molto, in questo momento viene associata a qualcosa di estremamente negativo, mi piace che venga utilizzata per definire una situazione per me positiva. Se ci soffermiamo un attimo, penso che siamo tutti emigranti. Comunque per ritornare alla domanda, diverse situazioni mi hanno portato a trasferirmi a Catania, per sintetizzare diciamo che sono arrivato a un certo punto della mia vita che avevo la necessità di un cambiamento radicale.

– Che peso hanno le associazioni nella realizzazione e promozione di un evento culturale?

Rispondo ovviamente per ciò che concerne la mia attività, ovvero tralascio altri aspetti di natura artistica. Le associazioni culturali sono una delle diverse forme utilizzabili per adempiere alle necessarie incombenze fiscali che gravano sull’aspetto amministrativo nella realizzazione e produzione di un evento culturale. Certamente, essendo questa una realtà meno strutturata rende più semplice e veloce la possibilità di prendere decisioni necessarie alla realizzazione di un progetto. Inoltre le associazioni, che per loro natura hanno la necessità di “associare“ inglobare più persone, trovano così la formula più vicina alla costituzione di una compagnia teatrale.

– Quali vantaggi presenta, rispetto a società di altro tipo?

Indubbiamente l’associazione presenta per sua natura dei vantaggi sia per una gestione amministrativa più semplice, sia per delle agevolazioni in campo fiscale più convenienti. In questi mesi dovrebbero diventare legge i decreti attuativi sulla riforma del terzo settore che cambieranno radicalmente tutto il mondo delle associazioni. Speriamo bene !

– E’ un fenomeno diffuso? Perché vi si ricorre?

Sì, è un fenomeno diffuso nelle piccole realtà poiché non avendo un attività continuativa, ma lavorando su progetti che possono impegnare per brevi periodi, l’associazione, secondo me, risulta essere attualmente la formula più indicata. A Catania, ne esistono diverse ed assai valide.

– Qual è l’apporto di MezzAria? Da quanto tempo esiste? E cosa è nato da essa, ad esempio?

Mezzaria Teatro nasce nell’aprile 2017 dopo il debutto di “Aquiloni” spettacolo teatrale a me molto caro, scritto da Alice Sgroi e Francesco Bernava insieme al regista Nicola Alberto Orofino. Avevamo la necessità di dare un “casa” a questo piccolo gioiellino.
Senza neanche rendercene conto sono nate situazioni per noi molto positive, tra cui la partecipazione al Premio Città di Leonforte vincendo ben quattro prestigiosi premi.
Le attestazioni positive che ricevevo ad ogni replica di “Aquiloni” mi hanno permesso di credere ancora di più in quello che stavo facendo.
Nel Settembre 2018 debutta “Shots” liberamente ispirato dai racconti di Charles Bukowski di e con Francesco Bernava e Alice Sgroi. Nell’ Ottobre 2018, il corto teatrale “Trentacentimetri”, estratto da “Shots” partecipa al Festival Nazionale corti teatrale “O Curt” al Centro Teatro Spazio di S. Giorgio a Cremano (NA) vincendo il premio come “miglior regia”.
Attualmente l’associazione è impegnata nella realizzazione e produzione di un nuovo progetto, sempre di drammaturgia contemporanea, MEIN KAMPF di George Tabori che debutterà a Catania il 21 febbraio 2019 al Teatro del Canovaccio.
Un testo molto interessante che il regista Nicola Alberto Orofino sta sapientemente mettendo in scena. Per questo progetto, Mezzaria insieme ad Alberto ha pensato ad un cast di tutto rispetto, infatti oltre ad Alice Sgroi e Francesco Bernava ci sarà Egle Doria attrice catanese bravissima e mia compagna di avventura negli anni scorsi quando mi occupavo della gestione amministrativa della rassegna teatrale XXI In Scena. Inoltre abbiamo voluto pescare un po’ fuori da Catania un eccezionale attore messinese, Luca Fiorino ed un poliedrico attore ragusano, Giovanni Arezzo. Il tutto coadiuvato da Gabriella Caltabiano storica assistente di Alberto e da un’altra piacevole novità ovvero la fantasiosa scenografa messinese, Cristina Ipsaro Passione. Insomma questo è un progetto a cui Mezzaria tiene moltissimo e tra l’altro con uno sforzo economico non indifferente rispetto alla nostra piccola realtà, spero tanto che possa incontrare il parere favorevole del pubblico. Progetto, in cui, come risulta evidente, riescono a lavorare ed incrociarsi diversi professionisti provenienti da diversi contesti; apertura e nessun ostracismo. Per noi, questo significa fare teatro.

– Nella sua opinione, quanto è importante avere dei veri ed onesti rapporti nel mondo del Teatro?

Ritengo che sia assolutamente necessario, ma questo in generale, non solo da un punto di vista lavorativo. Ritengo altresì che in alcuni settori compreso il teatro, questo traguardo sia molto più difficile da raggiungere poiché subentrano delle dinamiche a me di difficile comprensione dal momento che, sia per inclinazione che per strategia, cerco sempre di portare i rapporti su un piano accettabile, quantomeno.

– Ritiene che l’associazione diciamo “indipendente” possa fare la differenza rispetto alla rete e alla proposta di nuove idee ed iniziative altrimenti accantonate?

Sicuramente il teatro indipendente ha un margine di movimento più ampio rispetto a realtà più istituzionali. Questo permette di poter azzardare proposte più innovative…d’altro canto bisogna sempre tenere in considerazione che le realtà indipendenti fanno molta più fatica nella distribuzione degli spettacoli rispetto a realtà più consolidate. Per quanto riguarda il “fare rete” francamente sento tante belle parole ma poca concretezza.

– Cosa cambierebbe Filippo Trepepi di questo Teatro, se c’è qualcosa da cambiare?

Il teatro non è una realtà statica ma nel suo intento vi è sempre un cambiamento: mi piacerebbe che questo cambiamento fosse sempre un evoluzione in positivo. Una evoluzione che coinvolgesse più “attori” ovvero: gli spettatori, le società di produzione, i teatri e gli operatori culturali in genere, affinché si possa fruire al meglio di questo strepitoso patrimonio che abbiamo.

– Catania o Milano?

Né l’una né l’altra, o meglio entrambe !… il contesto in cui vivo per me è importante ma non è fondamentale. Per me è fondamentale l’opportunità che mi può dare il luogo in cui vivo.

– Cane o Gatto?

Amo tutti gli animali di ogni specie, ma i cani in particolar modo, sin dall’età di sei anni è sempre stato presente nella mia vita, da loro ho imparato tantissimo. Loro sì che sanno fare “associazione”!

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